DONNE

Obbediente sino alla morte?

La violenza sul corpo delle donne nel contesto simbolico e religioso androcentrico. Ma una liberazione del femminile è possibile.
Partendo proprio da Gesù.
Rosario Giuè

Il nostro è stato ed è un mondo tutto al maschile, androcentrico, in cui il mondo simbolico delle donne è stato sistematicamente prima ignorato e poi distrutto. Questo mondo simbolico ha reso possibile la costruzione di una violenza strutturale contro le donne. E le religioni hanno avuto un ruolo non secondario. Su tutto ciò occorre rompere il silenzio. Sulla violenza sul corpo delle donne, specialmente in tempo di guerra. È necessario assumere il principio della inviolabilità del corpo, di ogni singolo corpo, come bene irrinunciabile, come nostra “prima dimora”. Perché – scrive Tiziana Plebani – “il corpo è la nostra prima ‘patria’, ‘terra di vita’ che segna la strada delle possibilità, del futuro, della cura per sé e per gli altri”.

In pace come in guerra
In guerra esiste una politica sessista che riduce la differenza femminile a Stoning 1996, scultura di Christine Kowal Post. ruolo complementare del maschile: la donna a “servizio” dell’opera superiore degli uomini. In un suo studio André Michel, tempo fa, ha messo in luce come la politica di guerra ha tra i suoi oggetti privilegiati e sistematici il corpo delle donne. “Nei periodi di guerra – scrive Michel – le donne vengono trasformate in strumenti di piacere e oggetti di sadismo per i giovani o meno giovani guerrieri. La prostituzione forzata, lo stupro, l’assassinio delle donne divengono pratiche tollerate”. Nella guerra in Vietnam, all’inizio della guerra, nel 1965, la città di Saigon aveva 400.000 abitanti. Al termine della guerra, nel 1973, ne aveva quattro milioni ed erano state censite 400.000 prostitute. I giovani autori delle violenze sulle donne erano ragazzi “di buona famiglia”, non malati o psicopatici, ai quali veniva introiettata l’immagine della virilità, identificata nel fucile e nel pene: il primo per uccidere fisicamente, il secondo per significare la sottomissione delle donne. Ricerche analoghe hanno confermato questa triste situazione di violenza sul corpo delle donne in Ciad, ad opera dei soldati francesi. Lo stesso è accaduto in America Centrale, o in occasione di altre occupazioni militari. Si è calcolato che nel genocidio del Rwanda siano state violentate almeno 250.000 donne. Dalla Cecenia al Darfur, dall’Indonesia alla Liberia, dal Kossovo all’Africa Subsahariana, il corpo delle donne è stato e rimane un trofeo di guerra, strumento di guerra, da stuprare, da ingravidare o far abortire.

Il contesto simbolico
Si può dire, dunque, che esiste una politica sessista nella politica di guerra, che è frutto di una società sessista. “La società sessista ritiene che gli uomini, soprattutto in virtù del tradizionale ruolo sessuale dei maschi, siano superiori alle donne” (B. Reardon). Una società così strutturata ha aspettative assai diverse per i maschi e per le femmine. E, così, in guerra, la differenza femminile viene tradotta in ruolo complementare dei ruoli dei maschi, a “servizio” dell’opera superiore dei maschi. Dentro la cornice androcentrica la violenza sul corpo delle donne, la violenza di guerra sulle donne, è apparsa più accettabile, più scontata, più digeribile, quasi giustificata.
Ma per le donne è ormai necessario – scrive Starhawh – alzare la voce che “ci consente di analizzare il patriarcato, ovvero la costellazione di valori, idee e credenze” che regolano il controllo maschile sulle donne e la sua relazione con il sistema di dominio e di guerra. Occorre alzare la voce, per fare solo qualche esempio, e denunciare la costruzione per la quale “il patriarcato dà valore al ‘duro’ sopra il ‘morbido’, alla punizione, alla vendetta e al risentimento sopra la compassione, la negoziazione e la riconciliazione. Le qualità ‘dure’ sono identificate con il potere, il successo e la mascolinità, e vengono esaltate. Le qualità ‘morbide’ sono identificate con la debolezza, la mancanza di potere, la femminilità, e vengono denigrate”. Per questo è necessario individuare l’interconnessione tra le forme di violenza e il contesto di riferimento simbolico che ha portato a decretare questa politica di guerra sessista. Si tratta di “aggredire le cause del male” che si radicano nei sistemi culturali, sociali e religiosi.

Il ruolo delle religioni
Le religioni, in particolare, spesso hanno offerto materiali simbolici, immagini e concetti per sostenere e giustificare questa violenza sistematica. La messa al rogo delle vedove in India, la lapidazione in Sudan, la mutilazione ai piedi in Cina, la recisione del clitoride in Africa, i delitti d’onore in Pakistan, la condanna al rogo delle streghe nell’Europa di ieri, denunciano lo scandalo della violenza sessuale perpetrata contro le donne in tutto il mondo a partire da motivazioni di tipo socio-religiose.
“L’immagine delle donne prodotta frequentemente dalla Scrittura e dalla tradizione di tutte le religioni, che – scrive la teologa Mary Grey – non

Per approfondire
- AA VV, Guerre che ho visto, Supplemento al n.43 di I Quaderni di Via Dogana, maggio 1999, libreria delle donne di Milano;
- A. Michel, La donna a repentaglio nel sistema di guerra, in “Bozze” X, 1987;
- B. Reardon, Militarismo e sessismo, Torino 1984, Quaderni degli insegnanti nonviolenti n.10;
- D. Bergant, L’esodo come paradigma nella teologia femminista, in “Concilium” XXIII 1987;
- E. Doni, C. Valentini, Lo stupro etnico. Voci di donne della Bosnia, ed. La luna, Palermo 1993;
- E. Schussler Fiorenza, Per le donne nei mondi degli uomini: una teologia femminista – critica della liberazione, in “Concilium” XX, 1984;
- H. Meyer-Wilmes, Sulla molta violenza contro le donne, in “Concilium” XXXIII, 1997;
- M. Grey, La religione e il superamento della violenza contro le donne, in “Concilium” XXXIII, 1997;
- M. Lanfranco, M.G. Di Rienzo, Donne disarmanti. Storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi, edizioni Intra moenia, Napoli 2003.
possiedono piena soggettività umana se non in via derivata in quanto possesso del marito o del padre, deve essere riconosciuta come concausa di violenza”. Il fatto, ancora più grave, è che spesso la religione non ammette “la propria responsabilità sociale” – scrive ancora Grey – nel fare accettare addirittura dalle stesse donne-vittime delle norme culturali che legittimano la violenza del maschio.
In ambito cattolico, alle donne oggetto di violenza, sia in tempo di guerra che in tempo di pace, è stata proposta una spiritualità del sacrificio, del silenzio, indicando come modello, male usato, Cristo che fu “obbediente fino alla morte” (Filippesi 16,8). Non sono state proposte immagini di Dio liberanti per le donne-vittime. Invece di sottolineare la vicinanza di Dio alle vittime, si è insistito nell’inculcare un facile perdonismo. Non è stato predicato più di tanto che Gesù si adirava di fronte alle distorsioni culturali e religiose del suo tempo. Si è preferito predicare un Cristo innocuo, accomodante, che non entra nei conflitti sociali e storici.

Nel segno della liberazione
La scultrice nigeriana Christine Kowal Post ha creato una figura di donna scolpita in legno di pino. La donna è nuda e tiene premuto contro il proprio corpo un calice. Il suo sguardo esprime paura e attesa. Girando attorno alla statua, si nota che la donna nasconde dietro di sé, nella mano sinistra, un pugnale. È un’immagine di debolezza ma anche di lotta. Questa “donna con calice e pugnale” si protegge con il calice, nel quale si coagula come “memoria pericolosa” il sangue delle vittime. La donna raffigurata è vittima e contemporaneamente è una “combattente della resistenza” per esistere nella propria inviolabilità di persona. Eppure per molto tempo le donne stesse hanno creduto che il quadro di riferimento intellettuale e i contenuti prodotti dal mondo maschile fosse l’unico possibile e l’unico positivo. Per fortuna oggi gli studi femministi contestano le rappresentazioni simboliche maschili, le interpretazioni storiche e una universale percezione del mondo. Ciò aiuta a compiere un’opera di “dissacrazione”, cioè il togliere il velo di sacralità, l’alone di intoccabilità del mondo e dell’immagine di Chiesa costruiti al maschile. Gesù ha dissacrato, cioè ha secolarizzato il mondo rituale e simbolico del suo tempo: guariva in giorno di sabato, mangiava con i pubblicani, si accompagnava con le prostitute, annunciava la fine del tempio.
Perciò, non bastano voci contro la guerra. Occorre che vi siano anche voci femministe contro la guerra. Ciascuno di noi, ogni donna in particolare, può farsi protagonista di questo cambiamento a partire dal sé. Partire dal proprio corpo, facendosi essere. Partire dal sé liberandosi dalla introiezione del mondo androcentico. E avendo cura per sé e le altre dedicando tempo, passione ed energie allo smascheramento dell’ordine simbolico, civile e religioso, di tipo maschiocentrico.
Per i credenti, Dio non è altrove. Dio è qui, in questa cura per il mondo inclusivo. Qui, Gesù è nostro compagno di strada e siede accanto a noi. Compagno di strada nel fare sì che non si alzi più la mano di Caino contro Abele/Abela.

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