ULTIMA TESSERA

Martire della speranza

Per la gente latinoamericana è già santo. Martire. Per le denuncie dell’ingiustizia. E degli sfruttamenti. Un ricordo speciale di Mons. Romero, a 25 anni dal suo assassinio.
Luigi Bettazzi

Il 24 marzo 1980 mons. Oscar Arnulfo Romero, Arcivescovo di S. Salvador, nell’America Centrale, veniva assassinato mentre celebrava la Messa.
Era un vescovo normale, moderato; per questo il dittatore di S. Salvador (l’omonimo gen. Romero) aveva insistito col Vaticano perché, alle dimissioni dell’Arcivescovo della capitale, venisse preferito lui all’Ausiliare mons. Mons. Oscar Arnulfo Romero. Rivera y Damas (che poi gli succederà). Divenuto Arcivescovo, s’era visto uccidere alcuni sacerdoti, accusati di essere rivoluzionari perché solidali con la gente del popolo, oppressa dai soprusi di chi comandava nel Paese (praticamente quattordici ricche famiglie). E fu proprio partecipando alla veglia intorno alla salma di un Gesuita – Padre Rutilio Grande, ucciso dagli “squadroni della morte” – che mons. Romero si rese conto della sofferenza della povera gente, oppressa e umiliata. Allora “si convertì”, come confessava lui stesso. Istituì un Centro giuridico di difesa dei poveri e alla domenica – al termine della Messa in Cattedrale – denunciava le ingiustizie e indicava le vie della speranza e della pace.
Era stato colpito da un seminario di studi sulla “nonviolenza” tenuto a Bogotà per i vescovi latinoamericani da Jean Goss, il fondatore del Movimento Internazionale per la Riconciliazione (gliene aveva riferito mons. Rivera y Damas) tanto da chiedergli di organizzare una visita di vescovi europei ai vescovi dell’America Centrale, per dar loro prestigio e coraggio. Tutto era previsto dal 4 al 13 gennaio 1980; ci sarei stato anch’io, allora presidente internazionale di Pax Christi, con una decina di vescovi, tra cui il card. König di Vienna, che sarebbe poi stato il mio successore in Pax Christi). Nell’autunno 1979, lo stesso mons. Romero ci chiese di attendere: in Nicaragua c’era stato il trionfo dei Sandinisti, in Salvador una nuova Giunta di Governo includeva un democristiano, Napoleon Duarte. Poi, il 24 marzo, l’assassinio.
Riproposi la visita prevista; si esitò. Decidemmo di farla come Pax Christi, dopo aver avuto l’assenso dei vescovi locali, tramite l’amico arcivescovo di Panama. La visita fu fatta in quindici giorni del giugno 1981 (un gruppo in Guatemala e Salvador, l’altro in Nicaragua); poi l’incontro comune in Panama. Per non richiamare l’attenzione non volli aggregarmi ai gruppi, ma visitai i tre Paesi incontrando i membri della Missione e partecipando all’incontro conclusivo di Panama.
A San Salvador alloggiai presso la cappella dell’ospedale dove mons. Romero fu ucciso, nella cameretta dove s’era rifugiato, proprio perché si sentiva braccato. Era ancora come l’aveva lasciata. Passai molto tempo delle due notti soprattutto per indagare tra i suoi libri e le sue carte, con estrema attenzione e venerazione, per poterlo così conoscere meglio, non avendolo mai incontrato in vita (l’avrei visto a Puebla, agli inizi del 1979 per il grande convegno episcopale a cui ero stato designato dalla CEI, se direttive dell’ultimo momento non me l’avessero impedito). V’erano molti libri di S. Scrittura e di teologia, di carattere divulgativo, e molti libri, dispense, appunti sulla situazione dell’America Latina, in particolare del suo Paese: Parola di Dio e storia della gente erano gli interessi congiunti che orientavano la sua azione pastorale. Il racconto della suora che l’aveva raccolto morente sull’altare e i ricordi della gente delle povere periferie della città già preludevano a cosa sarebbe diventato nel cuore dei Latinoamericani: l’interprete delle loro sofferenze e delle loro attese.
Stanno portando avanti il processo di beatificazione “per le sue virtù”, ma per la gente dell’America Latina è santo per il suo “martirio”. Era consapevole che denunciando gli sfruttamenti, chiedendo giustizia per la sua gente, imponendo ai soldati di non sparare sulle folle inermi andava attirando la rabbia e la vendetta dei potenti; ma offriva la vita per dare speranza ai poveri.
Nella storia della Chiesa sono sempre stati venerati i “martiri della fede”. Giovanni Paolo II per S. Massimiliano Kolbe ha inaugurato i “martiri della carità”. Mons. Romero e quanti offrono la vita per la giustizia possono e devono essere considerati “martiri della speranza”. Speriamo di poter presto invocare: “San Oscar Romero martire, prega per la tua America Latina, prega per noi”.

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