CHIESE

Una Chiesa per resistere

A colloquio con il teologo valdese Paolo Ricca. Per riscoprire, attraverso Bonhoeffer, un Vangelo di resistenza ai poteri. E per imparare a vivere la fede in un mondo divenuto adulto...
Francesco Comina

Il mondo è divenuto adulto ma il Cristianesimo continua, come ai tempi di Dietrich Bonhoeffer, a essere infantile. Più che vivere una fede libera e forte nell'epoca delle grandi sfide della secolarizzazione, il cristianesimo tradizionale alza i confini della chiusura moralistica, legalista, esclusivista. Le religioni reclamano spazi di convergenza in un sistema dominato dallo “scontro fra le civiltà” e la tentazione che attanaglia spesso gli uomini e le donne di fede è quella di fuggire alla responsabilità di fare i conti con l'altro, che proietta sul nostro piccolo spazio un'altra visione delle cose. Domina la paura, la preoccupazione di perdere l'identità, la verità, la sicurezza delle proprie tradizioni e dunque ci si barrica nei

L’affamato ha bisogno di pane, il senza tetto di una abitazione, colui che è stato privato dei suoi diritti di giustizia, colui che è solo di compagnia, l’indisciplinato di ordine, lo schiavo di libertà. Significherebbe bestemmiare Dio e il prossimo lasciar l’affamato nella fame, perché Dio sarebbe particolarmente vicino proprio al bisogno più profondo. Per amore di Cristo, amore che riguarda tanto l’affamato quanto me, spezziamo il pane con lui, condividiamo l’abitazione. Se l’affamato non arriva alla fede, la colpa ricade su coloro che gli hanno rifiutato il pane. Procurare il pane all’affamato significa preparare la via alla venuta della grazia.
Etica, 1941
confini angusti di una fede alienata, disincarnata, demotivata. E la lezione di Bonhoeffer rimane come una luce lontana, come un messaggio grandioso, ma in realtà interessa profondamente una minoranza di uomini in ricerca di senso all'interno delle proprie comunità ecclesiali.
Ecco come il teologo valdese Paolo Ricca legge l'eredità di Dietrich Bonhoeffer.

Paolo Ricca, che senso può avere oggi l'espressione di Bonhoeffer che invita i Cristiani a vivere la propria fede in un “mondo divenuto adulto”? Tutto fa pensare al contrario, ossia che i Cristiani si trovano a vivere una fede immatura in un mondo che adulto non è affatto, se pensiamo alla convergenza fra un modo di intendere la fede e i risvolti pratici che ne conseguono in questo tempo dominato dall'estasi della guerra infinita e permanente... Come sciogliere questa contraddizione?
Effettivamente su questa espressione di Bonhoeffer si è fatta molta ironia. Teologi, filosofi, intellettuali hanno posto il problema di questo mondo tutt'altro che adulto. Il XX e il XXI sono stati secoli duri, oscuri, violenti, barbari. Mi ricordo un giorno che sentii Karl Barth commentare l'espressione di Bonhoeffer come un qualcosa che non sta né in cielo né in terra. Ma come si fa a pensare a un mondo adulto quando accadono eventi così deprecabili, fatti così terrificanti, decisioni così brutali per il futuro del genere umano?
Io penso che Bonhoeffer volesse dire che il mondo non è divenuto moralmente adulto, ma culturalmente. O meglio, io credo che intendesse il termine “adulto” come “maggiorenne”. Il mondo, insomma, è diventato maturo, ha compiuto i diciotto anni e quindi non è più sotto tutela delle Chiese e degli Stati che decidono tutto. Il mondo si è secolarizzato liberandosi da tutti i legacci normativi del mondo religioso e civile.

E in questo mondo maggiorenne salta fuori il principio della responsabilità individuale e collettiva?
Certo. E su questo sentiero mi vengono in mente tre aspetti che potrebbero spiegare il senso della lezione di Bonhoeffer:
1. Vivere la fede nel tempo divenuto adulto significa non presupporre più Dio

E non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo – etsi deus non daretur – E appunto questo riconosciamo davanti a Dio! Dio stesso ci obbliga a questo riconoscimento. Così il nostro diventar adulti ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere nel mondo come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona! Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l'ipotesi di lavoro Dio è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Davanti e con Dio viviamo senza Dio. Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta.
Lettera del 18 luglio 1944
come principio e fine di ogni cosa. L'uomo e la donna che vivono gli spazi della secolarizzazione prendono coscienza dell'autonomia di Dio (etsi deus non daretur).
2. Vivere nel tempo divenuto adulto significa rifiutare l'immagine del Dio tappabuchi, quel Dio che appare come risorsa ultima ma non prima, quell'ente supremo che c'è come salvezza finale quando tutti gli altri tentativi sono falliti. Il Dio tappabuchi non funziona più, perché è un'altra figura di una visione di fede immatura in un mondo immaturo.
3. Vivere nel tempo divenuto adulto significa dissociare Dio dalle religioni. Se tu credente mi devi parlare di Dio, fallo in modo da non costringermi a interpretare Dio in formule religiose. C'è, nel tempo divenuto adulto, una forma laica di vivere e interpretare Dio.

Se questo è il fondamento della visione teologica di Dietrich Bonhoeffer, possiamo serenamente affermare che questi concetti, questi contenuti, hanno trovato poca eco nella coscienza cristiana...
Sono totalmente d'accordo con lei. Le linee di Bonhoeffer hanno trovato pochi eredi e studiosi in grado di proseguire e adattare in forme concrete il suo messaggio. Sono stati fatti degli studi molto interessanti e documentati come quello di Alberto Conci, ma si tratta sempre di nobilissimi saggi che circolano in determinati ambienti. Bonhoeffer è stato un grande suggeritore, insostituibile e affascinante suggeritore di temi e provocazioni che hanno nobilitato la teologia contemporanea, ma è una eredità senza eredi che abbiano saputo incarnarne il messaggio nella storia.

Non c'è proprio nulla? Non c'è nemmeno una fenomeno piccolo, minoritario all'interno del Cristianesimo che si rifà alla lezione di Bonhoeffer?
Certo, il Cristianesimo evangelico come fenomeno minoritario assume fortemente al suo interno la lezione di Bonhoeffer. Ma il Cristianesimo alla Bonhoeffer è minoranza anche all'interno della stessa Chiesa confessante. Credo che il destino di Bonhoeffer sarà di essere sempre una parola eccezionale per pochi, anche se la sua lezione ha ispirato le comunità del mondo trovando terreno fertile nella teologia della liberazione latinoamericana. Ecco, possiamo dire che Bonhoeffer ha ispirato alcune forme di Cristianesimo che si sono opposte ai poteri violenti e oppressivi.

Ma la Chiesa confessante, per quanto minoranza è pur sempre una Chiesa nella Chiesa.
Sì, e questo è un fatto importante. Un giorno Bonhoeffer, riecheggiando il motto sconcertante della Chiesa al tempo delle crociate (“extra eclesiam nulla salus”), disse che “fuori dalla Chiesa confessante non c'è salvezza”, ossia fuori da una Chiesa che non si oppone al potere hitleriano non c'è salvezza. La Chiesa confessante è la comunità dei figli e figlie di Gesù Cristo che si trovano insieme per vivere nella libertà contro i poteri che opprimono gli esseri umani. E questa Chiesa è una forma inedita nella storia del Cristianesimo da Costantino in avanti. Dopo la seconda guerra mondiale anche le comunità di base dell'America Latina riprendono questo concetto di una

Nel 1933, Bonhoeffer abbandonerà l'università con queste parole lasciate agli studenti: “È venuta l'ora della resistenza in silenzio, e di accendere a tutti gli angoli dell'orgoglioso edificio l'incendio della verità, perché un giorno tutto l'edificio crolli”.
Chiesa che si forma nella Chiesa per resistere all'ingiustizia, tant'è che Leonardo Boff parla di ecclesiogenesi. Bonhoeffer apre la strada a una Chiesa, che come corpo di Cristo si oppone al potere costituito, ne subisce le conseguenze, alimentando l'evangelo della resistenza ai poteri.

Il tema della pace è fondamentale nel pensiero di Bonhoeffer. Anche su questo sentiero qual è l'attualità del messaggio di Bonhoeffer per il nostro tempo e per le nostre Chiese?
Il tema della pace è davvero centrale nel pensiero di Bonhoeffer e anche in questo senso penso che si debba fare una grande opera di rilettura di alcuni suoi scritti. Penso, in particolar modo, a una conferenza che tenne nel 1934 a Fanö. Bonhoeffer avviò il discorso sulla necessità di convocare un Concilio di tutte le Chiese cristiane attorno a un tema unico e grande: la pace. Pensiamo cosa potrebbe significare oggi un evento del genere; un Concilio ecumenico mondiale sul tema della pace e non della Chiesa. Sarebbe una rivoluzione copernicana. Bonhoeffer lo intuì nel 1934 arrivando a dire che questo Concilio sulla pace avrebbe dovuto “strappare le armi dalle mani dei suoi figli”. Ecco cosa significa l'azione per la pace delle Chiese, non è un generico “fate la pace”, “non fate la guerra”... ma “strappare le armi dalle mani dei figli di Cristo”. Questa è la pace di Bonhoeffer.

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