ETICA

Questione di vita o di morte

Il coraggio di rispondere al dono della vita con un agire quotidiano responsabile. Sempre. Responsabili di sé, degli altri, delle cose, delle istituzioni.
Michele Nicoletti

Un confronto critico sul tema dell’agire responsabile come agire di fronte al problema del male ci è offerto dalla riflessione che Bonhoeffer ha dedicato al tema nella sua Etica e in particolare nel capitolo di quest’opera dal titolo La struttura dell’agire responsabile. Il punto di partenza delle riflessioni di Bonhoeffer sembra accogliere pienamente le critiche che si appuntano contro l’astrattezza di un’etica pura dei principi e contro il moralismo. La scelta tra bene e male non si pone mai all’uomo come scelta tra due principi astratti, che egli si trovi dinanzi come individuo isolato, ma si offre sempre nella concretezza di una situazione storica in cui l’uomo si trova già inserito e ha da orientarsi tra concrete possibilità diverse in cui bene e male non risultano allo stato puro, ma si presentano mescolati. Inoltre la decisione etica non può essere concepita come l’atto attraverso cui il bene – identificato con una norma astratta collocata in un presunto regno ideale – viene applicato quasi dall’esterno al mondo della vita, considerato Dietrich Bonhoeffer come mero campo di azione. Il bene non si presenta all’uomo come un ché di estraneo alla vita, posto che esso viene incontro già sempre a un uomo che è nella vita e che percepisce il vivere come bene. La vita stessa dunque non è estranea al bene, ma è già “bene”. Ciò vale ancor più dal punto di vista teologico, ove Dio si presenta all’uomo come il vivente, come la vita vera. Dopo che Dio – attraverso il movimento dell’incarnazione, morte e resurrezione – ha assunto la vita umana passando attraverso la morte, ha sottratto la vita alla morte (ossia al dominio del male) e ha rivelato la vita in Dio come bene, la scelta etica non può più concepire la ‘vita’ come luogo neutro di applicazione di un’esteriore norma astratta, ma ha da ripetere o rifiutare questo movimento di incarnazione (assunzione della vita umana come luogo del proprio giocarsi), di crocifissione della vita (il ‘no’ detto alla vita vecchia) e di resurrezione (il ‘sì’ detto alla vita nuova): “È il sì al creato, al divenire, alla crescita, alla fioritura e alla fruttificazione, alla salute, alla felicità, al potere, all’efficienza, al valore, al successo, alla grandezza, all’onore, in breve il sì al dispiegamento della forza della vita. È il no alla defezione, già da sempre insita in tutto questo, dall’origine, essenza e fine della vita, il no che significa morte, sofferenza, povertà, rinunce, dedizione, umiltà, abbassamento, rinnegamento di sé, e che contiene contemporaneamente, in tutto questo, già di nuovo il sì alla nuova vita”.

Dall’affermazione di sé al dono
Con ciò anche il tema della responsabilità nella prospettiva di Bonhoeffer non può ignorare questa nuova realtà che la vita è diventata dal momento in cui Dio si è fatto uomo. Con la realtà dell’incarnazione si è superata la frattura tra l’essere di Dio – come essere per gli altri – e vita umana – caratterizzata dal desiderio di affermazione di sé. È dentro la vita umana – come affermazione di sé – che si è incarnata la vita divina – come dono di sé – e quest’ultima ha riscattato la prima formando con essa un’unità dialettica: “un’affermazione di sé libera dal proprio sé […] un’affermazione di sé mediante il dono di sé a Dio e agli uomini”. Vivere responsabilmente significa vivere in risposta a questa dialettica: “Chiamiamo responsabilità il condurre una vita come quella indicata, intesa cioè come risposta alla vita di Gesù Cristo (al ‘sì’ e al ‘no’ pronunziato su di noi) ”.
Dunque la vita responsabile non è una vita che sorge per iniziativa di un uomo il quale si assume l’onere particolare di trasformare le condizioni storiche, ma è una risposta a una iniziativa divina che non riguarda aspetti particolari, ma la “totalità e l’unità” dell’esistenza. Concepita in questo modo, la responsabilità come risposta non può riguardare singoli atti o prestazioni, ma un orientamento globale della vita: “responsabilità significa dunque l’impegno totale della vita, significa che si tratta di una questione di vita o di morte”. Al di là dei singoli atti per Bonhoeffer si deve rispondere alla vita, della vita, con la vita.

Scaffali
D. Bonhoeffer, Memoria e Fedeltà, Qiqajon
D. Bonhoeffer, Sequela, Querininana
D. Bonhoeffer, Resistenza e Resa, S. Paolo
D. Bonhoeffer, La vita Comune, Querinana
Mancini, Bonhoeffer, Morcelliana
Gallas, Anthropos Téleios, Querinana
R. Wind, Dietrich Bonhoeffer, Piemme
N. Galantino, A. Trupiano, Storia profana e crisi della modernità, S. Paolo
E. Bethge, Amicizia e resistenza, Claudiana
E. Affinati, Un teologo contro Hitler. Dietrich Bonhoeffer, Mondadori
Alberto Conci, Dietrich Bonhoeffer. La responsabilità della pace, EDB
Questa prospettiva eminentemente teologica della responsabilità si definisce ulteriormente là dove Bonhoeffer traccia le linee portanti della “struttura della vita responsabile”. Qui il concetto cardine è il concetto di Stellvertretung: un concetto che ha fortissime radici teologiche con riferimento alla sofferenza e alla morte di Gesù per la salvezza dell’uomo e che indica quindi la ‘sostituzione vicaria’, ma un concetto anche con radici politico-giuridiche legate al tema della ‘rappresentanza’.

Da persona a persona
Questo concetto è per Bonhoeffer a fondamento della responsabilità come emerge chiaramente là dove l’uomo deve “agire in luogo di altri”, come avviene, ad esempio, per il genitore, l’uomo di Stato o il dirigente. In tutti questi casi essere responsabili significa dover agire per conto di un altro, al posto di un altro, vuol dire cioè sostituirsi a lui. Se però la responsabilità, come sopra abbiamo visto, è risposta globale della vita alla vita, ciò ha precise conseguenze. In primo luogo la responsabilità non può essere riservata a un ruolo o a un ufficio specifico: non solo genitori o uomini di Stato devono agire responsabilmente, ma ogni uomo è tenuto in certo senso ad agire in luogo di altri anche quando egli è responsabile solo di se stesso. Con questo non si deve pensare che solo un tipo particolare di uomo dotato di certe qualità che possa agire per gli altri: ogni uomo è tenuto ad agire come se agisse al posto dell’umanità. Con ciò viene allargata in senso universale e non aristocratico l’assunzione di responsabilità. In secondo luogo, il sostituirsi agli altri non può significare solo il ‘decidere per gli altri’, ma deve significare una disponibilità al “dono totale della propria vita”. Sostituirsi agli altri nella decisione – e, come nel caso di un genitore o di un uomo di Stato, in una decisione in cui ‘ne va’ della vita di un altro – è possibile solo se si è disposti anche a dare la vita per l’altro al cui posto si decide. Con ciò, implicitamente, viene giudicato irresponsabile un potere che, dall’esterno di una situazione, volesse esercitare una potestas indirecta in decisioni che possono mettere a rischio la vita di coloro al cui posto si decide. Il diritto di ‘decidere per altri’ non viene legato solo a uno status dato dalla natura, dalla cultura o assegnato dalla società, ma trova il suo bilanciamento, per così dire esistenziale, in un dovere di solidarietà che va fino alla radicale donazione di sé. In terzo luogo, la responsabilità non può essere intesa come responsabilità nei confronti di una causa (la ‘nazione’, il ‘socialismo’ ecc.), ma come “un rapporto da persona a persona”. Esiste certamente anche una responsabilità verso le cose, i valori, le istituzioni, ma non si deve dimenticare che la loro origine e il loro fine è l’uomo stesso.
Questa affermazione della centralità della dimensione ‘personale’ emerge nettamente anche nel secondo tratto costitutivo di un agire responsabile dopo la sostituzione vicaria, ossia la “conformità alla realtà”. Ma la realtà nel suo significato più profondo non è un fatto, bensì l’essere personale. È la persona l’essere sommamente reale, e da un punto di vista teologico, la realtà è la persona di Cristo. È questa realtà che l’agire umano deve rispettare, è questo il ‘senso’ della realtà che occorre coltivare e non “l’atteggiamento servile di fronte al fatto”. In questo rispetto della realtà va poi tenuto presente che il nostro agire non è onnipotente, ma ha dei limiti precisi, non solo sul versante per così dire oggettivo, ossia della realtà materiale con cui esso ha da misurarsi, ma anche su quello soggettivo. Ciascuno di noi, infatti, come soggetto responsabile, non è l’unico soggetto ad agire, ma è collocato in un mondo in cui altri soggetti agiscono responsabilmente. Se anche gli altri sono responsabili, il mio sostituirmi agli altri non può significare sollevare gli altri dalla loro responsabilità, come se gli altri non fossero all’altezza di decidere e solo io potessi farlo. Al contrario l’azione responsabile è quella che pone gli altri di fronte alla loro responsabilità e dunque li rende partecipi della decisione stessa.

Di fronte alle istituzioni
Come l’agire responsabile rispetta il mondo delle realtà personali, esso deve rispettare anche quello delle realtà impersonali, ossia il mondo delle cose e delle istituzioni. È questo un mondo che non può essere contrapposto al primo, posto che da esso deriva e ad esso è finalizzato. E tuttavia occorre riconoscere che esso ha proprie leggi, che bisogna scoprire e osservare. Questa osservanza non può essere ridotta a mero rispetto esteriore, ma deve riguardare la natura profonda delle cose e le loro leggi. Bonhoeffer illustra questo rispetto profondo ricorrendo all’esempio dell’arte di governo: “L’arte di governo ha senza dubbio anche un aspetto tecnico (tecnica dell’amministrazione, della diplomazia); in un senso più ampio appartengono a quella tecnica anche la legislazione positiva e i trattati, le regole non codificate giuridicamente, le forme del convivere politico interno e internazionale sancite dalla storia, e persino i principi di moralità politica generalmente accettati. Nessuno statista può violare impunemente una di queste norme: disprezzarle per arroganza o infrangerle significa misconoscere la realtà e subirne presto o tardi le conseguenze”.
Può accadere però che anch’egli si trovi in una situazione eccezionale, in uno stato di superiore necessità in cui la mera osservanza delle leggi sopra ricordate non solo sia insufficiente ma, addirittura, “urti contro le elementari necessità vitali degli uomini”. Non si può negare che situazioni di necessità esistano e che, quando esse si presentano, non possano essere sottoposte alle leggi ordinarie. Tuttavia tali situazioni non possono “divenire legge”. Come la norma è impotente nella situazione eccezionale, così l’eccezione non può pretendere di ergersi a norma.
L’agire responsabile è dunque l’agire che accetta fino in fondo la propria parzialità, il proprio essere imperfetto, portatore di limiti e impurità, non innocente né santo. Tanto più quando esso si trova nel caso limite in cui non è sorretto dalla guida delle leggi e deve affidarsi alla propria decisione, allora più che mai non può pretendere di farsi legge a se stesso, ma deve riconoscere la colpa che esso si assume agendo e deve rimettere il proprio agire al giudizio di Dio. È con questo atteggiamento, come sappiamo, che Bonhoeffer stesso decise di agire responsabilmente nel partecipare alla congiura contro Hitler. Non ritenendo che la propria scelta di resistenza fosse la scelta giusta e santa, ché anzi si macchiava della colpa della violenza, ma accettandone la radicale secolarità. Più fortemente l’agire politico, anche il più nobile, non poteva essere desacralizzato.
L’azione responsabile è così l’azione che, consapevole del proprio limite, si apre al giudizio di un altro, lo esige. Giudizio di Dio, giudizio escatologico, giudizio della storia, giudizio della giustizia civile e penale, giudizio politico. Il sottrarsi al giudizio scardina la struttura della responsabilità e abbandona l’autonomia all’arbitrio. Il sottoporsi al giudizio non rende l’azione giusta e santa, ma evita che chi la compie si erga a giudice. Che la forza si trasformi in giustizia.

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