ULTIMA TESSERA

Insalata ecumenica

Bussola del terzo millennio. Così Papa Benedetto XVI ha definito il dialogo ecumenico. Compiendo emblematici gesti di inizio papato. Piccola guida di una speranza decisiva.
Brunetto Salvarani

L’elezione del card. Ratzinger a vescovo di Roma ha prodotto analisi e suscitato interrogativi, ma ha altresì inaugurato non poche attese. Credo occorra una volta di più adottare il criterio cristiano dell’ascolto partecipe, anche in merito all’ottica che adotterà Benedetto XVI sull’argomento così delicato del dialogo (ecumenico e interreligioso): un ambito oggi fortemente segnato dall’eredità conciliare, da un lato da lui prontamente confermata quale bussola lungo il terzo millennio del Cristianesimo, e dall’altro da percorsi dal basso, quotidiani, accidentati e però, nonostante tutto, già in corso.
Percorsi su cui Giovanni Paolo II aveva deciso consapevolmente di giocare una porzione rilevante del proprio magistero, e non solo coi due straordinari raduni interreligiosi di Assisi (1986 e 2002), ma focalizzandolo a più riprese, con una vera e propria pedagogia dei gesti, sulle relazioni con donne e uomini di altre fedi, i fratelli maggiori ebrei e quegli islamici cui aveva detto, in un discorso ai giovani di Casablanca, il 21 agosto 1985: “Il dialogo tra cristiani e musulmani è più necessario che mai. Esso deriva dalla nostra fedeltà verso Dio…”.
Mentre i suoi gesti – dall’abbraccio a Toaff all’entrata nella sinagoga di Roma alla posa del bigliettino del perdono nel Muro Occidentale a Gerusalemme, fino all’entrata a piedi scalzi nella moschea di Damasco – non sono stati per lui solo l’osservanza d’un rituale, ma una metafora per dire che un uomo spirituale deve essere disposto a rinunciare alle proprie sicurezze pur di far trionfare il senso della fraternità fra famiglie spirituali che hanno in comune, in Abramo, la fede nel Dio unico.
Il quadro che ne è derivato rappresenta un prezioso atlante della pedagogia interreligiosa, che ha tracciato una sorta di manuale dei rapporti con l’alterità rispetto al quale sarà in ogni caso difficile tornare indietro. A partire da tale prospettiva, devo ammettere di aver ascoltato con gran gioia, nel discorso di Benedetto XVI ai cardinali nella Sistina, che è apparso un autentico programma di pontificato, il giorno dopo la sua elezione, l’assicurazione di voler proseguire nella linea maestra del dialogo con le religioni, le culture e con quanti “cercano una risposta alle domande fondamentali dell’esistenza”.
Con “l’impegno primario – secondo le sue stesse parole – di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo”, ben sapendo quanto tale tremenda frattura rappresenti una pesantissima controtestimonianza all’annuncio evangelico.
Tema ripreso il 24 aprile, durante l’omelia dell’eucaristia d’esordio, con la poetica sottolineatura della rete da pesca ora strappata, in funzione dell’unità dei cristiani, e il giorno successivo, nella sala Clementina, quando di fronte ai rappresentanti delle altre Chiese cristiane ha riproposto la direttrice di un ecumenismo spirituale e l’imperativo di Gesù ut unum sint.
Nello stesso frangente, ai leader musulmani ha poi detto del proprio apprezzamento per la crescita del dialogo cristianoislamico, a livello locale e internazionale, assicurando “che la Chiesa vuole continuare a edificare ponti di amicizia con i credenti di tutte le religioni, allo scopo di ricercare l’autentico bene di ogni persona e della società nel suo complesso”.
Certo, sarebbe ipocrita negare le preoccupazioni di non pochi fra quanti sono impegnati nel cammino del dialogo (ecumenico e interreligioso) alla notizia dell’elezione dell’ex prefetto della Congregazione della fede alla cattedra petrina, in riferimento soprattutto alla Dichiarazione Dominus Iesus (2000) e a certe sue interpretazioni.
I problemi aperti, del resto, sono tanti e complessi, ma i primi discorsi del nuovo Papa aprono il cuore alla speranza. Chiudo con un ricordo personale, legato ai giorni dell’assemblea strasburghese che nell’aprile 2001 avrebbe sancito la stipula della Charta Oecumenica, quando una conferenza stampa ebbe come protagonista inatteso un giovane cattolico scozzese, fra quelli convocati per l’occasione a confrontarsi coi capi delle Chiese del vecchio continente.
Egli, alludendo all’ice-breaking preparatorio all’assemblea vera e propria, ci confidò: “Durante il meeting ci siamo sentiti tutti ortodossi, tutti cattolici, tutti protestanti ed evangelici. Ma ciò non significa che siamo una zuppa ecumenica, dove tutti gli elementi sono mischiati in una salsa indistinta e omogenea: al contrario, la nostra comunione potrebbe essere descritta piuttosto come un’insalata ecumenica, dove tutti i diversi colori e i sapori – uniti dal condimento dello Spirito Santo – possono essere meglio percepiti e gustati”.
Il pendolo dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso potrà volgere al bello se il variegato mondo cattolico lavorerà per produrre un’insalata ecumenica, rispettosa delle differenze e capace di valorizzarle. A conti fatti, quel giovane scozzese, evangelicamente, forse non era proprio distante dal vero, e l’immagine da lui scelta credo possa essere apprezzata da Benedetto XVI, come sarebbe piaciuta al teologo e cardinale Joseph Ratzinger.

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