DIBATTITI

Altro mondo

Come rovesciare l’egemonia del “pensiero unico”? Quali strategie il movimento deve darsi per incidere sui cambiamenti? Punti di domanda che, specie dopo la stagione delle grandi manifestazioni, attendono una risposta. Un libro per dibattere.
Mauro Castagnaro

Il “movimento dei movimenti”, che dopo Seattle ha riempito le piazze e i forum sociali di tutto il mondo, è riuscito a incrinare, almeno sul piano culturale, l’egemonia del “pensiero unico” neoliberista. È però consapevolezza comune che questo lavoro critico non possa andare disgiunto dall’individuazione di alternative politiche concrete, pena il rifluire di quell’enorme energia collettiva nella marginalità disperata, nell’utopismo sterile o nella frustrante impotenza.
Qui, però, riflessione e dibattito si fanno più complessi e, tuttavia, decisivi. Più complessi perché a condividere l’opposizione al neoliberismo sono correnti filosofiche, politiche, ideali, ecc. eterogenee. Decisivi perché a mancare ormai non sono l’analisi o le ragioni del conflitto, ma un insieme di direttrici teoriche capaci di fondare spazi e territori in cui praticare esperienze sociali “diverse” o, più propriamente, di riconnetterle in scenari Copertina: Quale altra mondializzazione?

Quale altra mondializzazione?
MAUSS # 2
Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali,
Alain Caillè,
Edizioni Bollati Boringhieri,
Traduzione di Alfredo Salsano.
che appaiano praticabili. Pratiche “altre” che, pur esistenti, faticano a trovare sedi di reciproca interrogazione e fecondazione, finendo così per dare luogo a rivendicazioni frammentarie o in competizione tra loro.
Il volume “Quale ‘altra mondializzazione’? ”, curato da Alain Caillé e Alfredo Salsano, che traduce e integra con alcuni interventi italiani gli scritti pubblicati nel n. 20 della “Revue du Mauss”, la rivista del Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali, offre un prezioso, anche se parziale, contributo a questo confronto.
Gli approcci presentati, a partire da appartenenze ideologiche molto differenti, rappresentano diversi “gradi” di critica rispetto alla globalizzazione neoliberista, secondo una “scala” che va da chi punta a temperarne gli eccessi ultraliberisti (Jean Baechler) fino a chi considera indispensabile abbandonare la nozione stessa di “sviluppo” (Serge Latouche).
In mezzo stanno orientamenti riconducibili alla tradizione socialdemocratico-keynesiana (Jacques Généreux, ma anche Elvio Dal Bosco) e a quella marxista (Toni Negri). Per molti aspetti i diversi saggi si integrano, cogliendo fattori e dimensioni differenti, ma non necessariamente contraddittori.
Per altri il loro raffronto mette in luce tanto gli apporti originali quanto i punti deboli di ciascuno. Così, per esempio, le impostazioni più schiettamente riformiste recuperano giustamente ruolo e potenzialità delle politiche nazionali; dall’altra però paiono affidare il mutamento di segno della globalizzazione a una governance mondiale di volta in volta costruita accrescendo il peso di agenzie come l’Organizzazione Mondiale della Sanità o l’Ufficio Internazionale del Lavoro, affiancando agli organismi finanziari internazionali le ONG o consolidando un “multipolarismo” tra Stati, quasi che le istituzioni fossero, in quanto tali, portatrici di politiche “buone”, per cui la soluzione andrebbe ricercata in un diverso equilibrio di poteri tra esse.
Una convinzione che mostra la sua astrattezza nel momento in cui l’amministrazione Bush propone Paul Wolfowitz alla guida della Banca Mondiale o la FAO sostiene l’agrobusiness. Analogamente, chi si rifà più radicalmente a Marx a ragione sottolinea che problematico è il carattere capitalista della globalizzazione; basare però un “progetto di resistenza” e di “società del comune – un nuovo comunismo” sulle nuove forme di “associazione delle moltitudini”, il cui lavoro è “diverso tanto dal ‘privato’ quanto dal ‘pubblico’” sottovaluta il potere di sussunzione che la logica del mercato ha mostrato, specie in assenza di un robusto intervento statale nell’economia, nei confronti del Terzo Settore, giustamente giudicato da Latouche del tutto compatibile col paradigma utilitarista.
Si tratta di un confronto ai primi passi. Alcuni temi, come la relazione tra globale e locale andrebbero approfonditi; altri, come quello del rapporto tra Stato e mercato, ripresi coraggiosamente in mano, e altri ancora, come quello della riconversione ecologica dell’economia o della dimensione culturale ed etica del circuito produzione-distribuzione-consumo (e riciclaggio), fatti effettivamente interagire, valorizzando prospettive innovative come quella della bioeconomia.

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