COOPERAZIONE

Bianco business

Schiavi. Del cotone. Non solo in Africa. Ma anche in Grecia. In Spagna. In Europa, insomma. Un progetto per restituire dignità ai lavoratori dell’oro bianco. Con il commercio equo e solidale.

Alberto Zoratti

C’è un filo sottile che collega le esperienze di microimprenditorialità del Sud del mondo e la società civile in movimento delle nostre latitudini. Rieccoci al solito “filo rosso”, direte voi. E invece, per una volta siete fuori strada, perché non di solo filo rosso si colorano i telai, ma anche di fili bianchi, indaco, verdi, insomma di tutte le sfumature con cui le mani esperte delle produttrici di cotone di quel Paese riescono a tingere le matasse lucide.

L’oro bianco
Helene e Carla sono troppo giovani per ricordare quegli anni, ma sono due tra le protagoniste di un progetto che sta gradualmente riportando alla luce gli antichi saperi… Siamo in Eritrea, nella zona di Mekete, il campo profughi Logo Campagna "La via del cotone - Passaggio in Africa". organizzato per ospitare gli sfollati dalla regione del Gash Barka, devastata dalla guerra contro l’Etiopia e occupata per alcune settimane dall’esercito avversario. Il progetto nasce qualche anno fa dall’Ong Mani Tese, con lo specifico obiettivo di formare artigiane locali per la costituzione di veri e propri centri di produzione tessile tradizionale. Al centro della scena, a brillare sul telaio tra le agili dita di Melene e delle altre donne, ma anche nel cuore dei negoziati sul commercio internazionale, “l’oro bianco”, il cotone, sempre più simbolo di quell’economia rovesciata dalla globalizzazione, che sussidia le grandi imprese dell’agricoltura industriale e non i piccoli produttori, che preme per la vendita sottocosto della fibra sui mercati internazionali e quindi il fallimento di intere economie dei Paesi del Sud, che lancia la stagione dei saldi su diritti umani e ambiente nelle zone franche in Asia come in America Centrale, dove vengono installate le imprese che confezioneranno i nostri vestiti, spesso cuciti da giovani donne e da bambini, e dove i campi vengono spruzzati di quantità di pesticidi impressionanti che inquinano le falde e uccidono i contadini.
Helene e Carla sono ambasciatrici di volti e di storie umane, di un progetto di autosviluppo che guarda al futuro ma con i piedi ben piantati nelle tradizioni della propria terra. Un esempio di globalizzazione alternativa che è stata scelta come storia-simbolo nella Campagna “La via del cotone – Passaggio in Africa” promossa da Tradewatch.

Alleanze necessarie
Il “Passaggio in Africa” rivela la necessità di alleanze tra contadini del Sud e del Nord del mondo, attraverso la creazione di reti internazionali; e dimostra come la questione dei sussidi non si possa risolvere con un ritiro incondizionato dell’intervento pubblico in agricoltura, ma come, al contrario,

La via del cotone...
La Campagna “La via del cotone – Passaggio in Africa” rappresenta la seconda fase della Campagna di informazione e mobilitazione sul mercato internazionale del cotone lanciata il 15 aprile 2004 a Roma.
È promossa dall’Osservatorio sul Commercio internazionale Tradewatch (http://tradewatch.splinder.com), sostenuta da Rete Lilliput, ROBA dell’Altro Mondo, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Mani Tese, Crocevia e il Gruppo di appoggio al movimento contadino in Africa Occidentale.
Info: http://mondo.roba.coop/cotone01.htm.
questo potrebbe essere prezioso se utilizzato come elemento di regolazione dei mercati, a tutela dei piccoli produttori e per uno sviluppo di un’agricoltura di qualità rispettosa dell’ambiente e delle tradizioni. Scopriamo anche che l’agricoltura familiare non sta in piedi soltanto nei Paesi dell’Africa subsahariana, ma che il 70% dei prodotti agricoli che arrivano sulle nostre tavole sono coltivati da piccoli produttori. E che gli “schiavi del cotone” non stanno soltanto in Africa, ma anche i piccoli produttori dell’Andalusia, in Spagna, o della Tessalonica, in Grecia, tra le aree più depresse d’Europa, se non potessero più vendere il cotone non avrebbero di che vivere. Ma la Campagna ci rivela anche che la salute da tutelare è certo quella dei coltivatori di cotone, ma anche quella dei lavoratori delle fabbriche di filatura, di tessitura e dei consumatori che, grazie ai residui dei pesticidi utilizzati, rischiano gravi irritazioni e lesioni della pelle.
Con l’inizio del 2005, inoltre, andrà definitivamente in pensione l’Accordo Multifibre, che per 20 anni ha concesso ai nostri Paesi di fissare quote massime di importazione di prodotti tessili dai Paesi del Sud del mondo, proteggendo le nostre imprese di qualità che oggi rischiano la bancarotta come quelle del Bangladesh, dell’India, del Vietnam ma anche dell’Est Europa. A questo punto, suggerisce qualcuno, siamo tutti sulla stessa barca. Forse è venuto il momento di cambiare rotta.

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