PAROLA A RISCHIO

Abacuc sentinella del silenzio di Dio

La profezia non è solo parlare in nome di Dio all’umanità, ma anche portare a Dio il grido delle donne e degli uomini che pretendono una risposta.

Tonio Dell’Olio

Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Non ha più forza la legge, né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto” (Abacuc 1, 1-4).
Eravamo abituati a intendere il ruolo del profeta come la voce di Dio che si rivolge agli uomini. Abacuc apre il suo libro con un grido che interpreta il dolore delle donne e degli uomini che si rivolgono a Dio quasi con tono di rimprovero. L’incomprensione per il dolore innocente, che attraversa tutta la Scrittura per trionfare sul Calvario, non è una novità. Al contrario sentiamo viva nella nostra carne e bruciante sulle nostre stesse labbra quella preghiera. Davvero questo profeta di cui non si conoscono paternità, luogo di residenza e di azione, né il periodo in cui è vissuto… è posto fuori da uno spazio definito e da un tempo, per farsi voce dell’umanità di ogni luogo e di ogni epoca. Umanità che grida a Dio di poter comprendere il senso della violenza, del pianto, della morte. Umanità che non sopporta il giogo della prepotenza e dell’ingiustizia e chiede al Giusto di intervenire. Tre semplici capitoletti che si fanno preghiera e grido, supplica, implorazione, voce e lamento.

Voce dell’umanità
Diciamoci la verità. Siamo orfani di voci profetiche che prestino le labbra al Signore della vita. Se il silenzio di Dio ci sembra oggi più terrificante di ieri è anche perché non sempre riusciamo a intercettare presenze, vite, voci autorevoli, profonde, limpide… che ci incalzino con la Parola, con il sogno di Dio, con “la verità che esce dalla sua bocca”. Ciascuno potrà riconoscere i profeti a piedi scalzi da cui ha ascoltato la parola nuova che sa di fonte. A ciascuno è capitato, nel corso degli anni, di agguantare un passaggio di Dio in una presenza discreta che sussurra soltanto. Quando ci siamo decisi a porre Dio al centro della nostra vita, ne abbiamo voluto sentire la voce e il nostro cuore s’è riempito di gioia quando le parole di Dio scorrevano parlando lingue diverse, quando Dio pronunciava parole con voce di donna e di uomo, quando levava il canto in liturgie di fedi sconosciute, quando ci faceva battere forte il cuore come nel giorno del primo amore… In tutte queste occasioni c’era qualcuno che si faceva solco perché l’acqua di sorgente giungesse fino alle nostre labbra. Il profeta è quello. Lo capisci. Forse non gli dai il nome, ma lo capisci. A me sembra che questa nostra epoca arida di poesia e di vita, non colga più nemmeno il passaggio dei profeti minori che parlano in nome di Dio. Oppure non c’è terra buona in cui il seme della profezia possa cadere e dischiudersi perché il profeta sorga e parli. Ma a questo vero e proprio dramma della sterilità della profezia come voce di Dio che si rivolge a noi, forse dovremmo aggiungere anche il pauroso deficit di voci, ugualmente profetiche, che sappiano rivolgersi a Dio raccogliendo come in un fiume le lacrime, la notte, la speranza dell’umanità. Voci che sappiano scalare il Sinai come Mosè per darsi appuntamento con Dio. Uomini o donne che, andando oltre la scorza dura delle cose e dei fatti, sappiano riconoscere il senso del dolore e raccontarlo al Signore della vita. Insomma mi chiedo se c’è oggi profezia di preghiera. È la profezia del monaco che è capace di uno sguardo nuovo sul mondo attraverso le inferriate dell’essenzialità della propria cella. È la profezia di donne di vita contemplativa che sanno ascoltare Dio perché si sono esercitate strenuamente ad ascoltare il dolore sottile della gente. Si tratta di credenti che hanno deciso di scommettere tutto su un Dio di cui non comprendono il silenzio. E questo è il paradosso più vero.

Sentinelle della speranza
Mi metterò di sentinella, in piedi sulla fortezza, a spiare, per vedere che cosa mi dirà, che cosa risponderà ai miei lamenti. Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà»” (2,1-3). Nel buio della notte c’è sempre chi si lamenta perché, non riuscendo a vedere, urta contro gli stipiti e le colonne; ce ne sono altri che protestano vibratamente rivendicando il diritto a un minimo di luce; altri ancora che nel frattempo cercano di attrezzarsi per accendere un fuoco, una fiamma, una fiaccola; qualcuno raggiunge la sommità più alta, sulla fortezza e, stando in piedi, spia l’arrivo della luce. Di gente che abbia questo coraggio noi abbiamo bisogno! Di gente che stia in piedi a spiare il sogno di Dio per dargli voce.

Firenze, Opera del Duomo: Il profeta Abacuc detto lo Zuccone -  Donatello. Caro Abacuc,
profeta dell’attesa. Hai ragione tu: i lamenti hanno bisogno di una risposta. Quando il lamento è gridato nel nulla, in risposta arriva soltanto l’eco. È voce della tua voce, non è risposta. È illusione, è grido da manicomio, è disperante come la peggiore delle solitudini. Se, dal punto più alto delle città, campanile o minareto, torre o antenna, tu rivolgi a Dio il tuo lamento, devi solo attendere. Vivere l’attesa è comprendere con l’intelligenza dell’anima che Dio “non ci lascia mai orfani” e che, prima che su una tavoletta, scrive le sue parole nella nostra vita. A me, a te… spetta di saper leggere. Di decodificare, di imparare questa lingua, solo apparentemente straniera, che è quella di Dio. E Dio parla anche nell’attesa. Per me, aduso a correre, l’attesa è già di per sé una lingua straniera. “Ne ho bisogno subito” – le ho chiesto dall’altro capo del telefono. E lei mi ha risposto chiedendomi a sua volta se ritenevo più opportuno l’invio tramite posta elettronica, posta prioritaria o fax. Dio invita ad attendere con la promessa che interverrà. Ma attendere è verbo fuori moda che mal si concilia con la conquista della nostra era. Anche per questo non intendiamo più il linguaggio di Dio: Egli parla nell’attesa, noi invece nella fretta del tutto e subito. Decisamente non parliamo la stessa lingua. D’altra parte attendere è tipico di chi ha fiducia che qualcuno arrivi, che qualcosa succede, che un evento si compia. Attesa e fiducia (da fides) sono parenti stretti ed è per questo che non vi è fede autentica se non si è pronti e pazienti nell’attendere. Nella fede poi, l’attesa si fa certezza perché si fonda sulla promessa del Veniente. Lungi dall’essere rassegnazione, l’attesa va vissuta, è lotta quotidiana nella tensione. Vedi, Abacuc, ci sono molte ragioni per snobbare l’attesa da parte nostra. Eppure persino nell’etimologia questa parola rivela il significato dinamico di ‘ad-tendere’ e può indicare anche l’atto di prestare attenzione e cura alla realizzazione di un compito o di un’azione particolare. Anche questo lungo tempo dell’attesa che è il mondo non può vederci inerti e immobili, ma attenti semmai ad attendere al compito di rendere bella la creazione e le creature secondo il piano di Dio. Per questo hai ragione tu di urlare verso un Dio che sembra dormire quando la violenza trafigge la terra e i suoi abitanti. Nel contempo urla un po’ anche al nostro indirizzo perché nessuno dimentichi di portare il suo mattone e di esprimere la propria fede nel giorno che verrà preparandolo con cura. Il domani è il raccolto del seme che abbiamo deposto oggi nel grembo della terra e della storia. Responsabilità, impegno, lotta, cura… in cui anche noi diveniamo umili partner di Dio nel costruire la pace. Caro Abacuc a tal punto sei sordo da non aver ascoltato la risposta di Dio? Egli dice infatti: “Fino a quando, uomo, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Non ha più forza la legge, né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto
”.

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