CONCILIO

Venti di dialogo

La Chiesa e il mondo contemporaneo. Tra nostalgie identitarie e scelte profetiche. Una questione aperta che merita di essere discussa in un nuovo Concilio. Ecumenico sin dalla sua gestazione. L’opinione di un vescovo brasiliano.
Intervista a cura di Tonio Dell’Olio

Rilanciare l’idea di un grande Concilio ecumenico. Ricreare le condizioni perché si possa realizzare. E cioè un clima di fiducia e la speranza di un’utopia possibile. Uno spirito divino che soffia e di cui si respira la presenza, insomma. Questo ci sembra il miglior modo di celebrare e ricordare il Concilio Vaticano II e, nello stesso tempo, il miglior auspicio e augurio per questo nuovo pontificato e per la Chiesa stessa (come abbiamo avuto modo di dire nel numero di maggio di Mosaico di pace). Ne parliamo oggi con Dom Demetrio Valentini. uno dei promotori dell’iniziativa “pro Concil”, dom Demetrio Valentini, vescovo di Jales (San Paolo, in Brasile) e presidente della Caritas brasiliana. Chi lo conosce ne parla come di un uomo di grande fede, voce dei poveri, persona accogliente e ancora capace di sognare. In grande.

Nella sua ultima venuta in Italia in occasione del venticinquesimo anniversario del martirio di mons. Romero ha rilanciato la proposta di un nuovo Concilio realmente ecumenico. Alla luce della scomparsa di Giovanni Paolo II e della elezione di Benedetto XVI quali contorni assume la proposta? Ritiene che sia il caso di continuare a spingere in questa direzione?
La proposta rimane valida. Infatti essa non esige la convocazione immediata di un nuovo Concilio, ma che si riprenda il processo conciliare per preparare le condizioni per una sua realizzazione al momento opportuno. Non si è mai pensato di far pressione sul Papa perché convochi subito un Concilio. Molto meno ora, all’inizio di un nuovo pontificato. Tutti attendiamo con speranza le iniziative di Benedetto XVI perché si rafforzi lo spirito di fiducia all’interno della Chiesa cattolica. Questo stesso spirito è una componente rilevante del processo conciliare auspicato.
L’importante è riprendere le grandi intuizioni del Vaticano II e ricreare l’ambiente di fiducia e coraggio per realizzarle.
La missione della Chiesa nella realtà attuale presenta sfide molto vaste che possono trovare soluzione adeguata solo nell’orizzonte di un Concilio ecumenico. Il rafforzamento della speranza in questo orizzonte conciliare è benefico. Si tratta di conservare vitale lo spirito conciliare della Chiesa, che fa parte della sua dinamica storica.

Quali sono a suo avviso i temi cruciali, le sfide più forti che la Chiesa si troverà ad affrontare nei prossimi tempi? Saranno questi i temi dell’eventuale nuovo Concilio?
La Chiesa deve continuare a essere significativa e autorevole per il mondo d’oggi. Lo potrà essere nella misura in cui si porrà chiaramente a servizio delle grandi cause dell’umanità: il superamento delle miseria, delle guerre, delle ingiustizie, delle disuguaglianze; la difesa della vita, la preservazione della natura, la costruzione di una nuova solidarietà mondiale.
Il nuovo rapporto della Chiesa con il mondo è sicuramente un grande tema conciliare. Per questo la Chiesa deve ritrovare la forza rinnovatrice del Vangelo. Divenire portatrice della “buona notizia” di Cristo, incarnata nelle culture di oggi, è una sfida che interpella la Chiesa perché, unita, cerchi la forza dello Spirito per compiere questa sua missione perché continui a essere uno strumento di Dio per la salvezza dell’umanità. Un altro compito che deve essere approfondito è, pertanto, l’inculturazione del Vangelo. I cristiani devono superare urgentemente le proprie divisioni storiche, e comprendere le ragioni sottese a queste incomprensioni per trovare uno spirito ecclesiale che permetta l’indispensabile unità e salvaguardi la benefica diversità.
La causa dell’ecumenismo, che era urgente, è divenuta oggi ancor più pressante, a causa della grave crisi ecclesiale che si sta vivendo, soprattutto nella Chiesa dell’America Latina (e che non viene ancora compresa dalla Chiesa cattolica). Questi che ho elencato sono tutti temi di portata conciliare.

Quale accoglienza ha trovato finora nelle Chiese l’iniziativa di proporre un processo conciliare?
Mi sembra che l’idea si vada affermando lentamente. Insieme cresce la coscienza chiara che oggi le condizioni sono molto differenti rispetto ai

Lula e i colossi farmaceutici
Mentre chiudiamo in redazione questo numero di Mosaico di pace, apprendiamo dalla stampa nazionale che il governo brasiliano ha deciso di infrangere il brevetto del farmaco anti-Aids Kaletra. L'anti-retrovirale, prodotto dalla casa farmaceutica Americana Abbott, è fornito gratuitamente dalla sanità brasiliana a oltre 23 mila pazienti. Il presidente Lula ha deciso di far produrre il medicinale in un laboratorio statale dopo che la Abbott aveva rifiutato di ridurre il prezzo o di cedere la licenza di fabbricazione al governo brasiliano. Alla multinazionale farmaceutica statunitense sono stati concessi dieci giorni di tempo per accettare una diminuzione del prezzo o per permettere la fabbricazione di copie generiche. Il governo del presidente Lula ha aperto trattative simili con altre due case farmaceutiche, la Merck e la Gilead, rispettivamente per i medicinali Efavirenz e Tenofovir.
Fonte: Liberazione, lunedì 27 giugno (edizione on line, articolo di Guy Fawknes).
tempi del Vaticano II. Un nuovo Concilio sarà necessariamente molto differente da tutti quelli finora tenuti. Le nuove tecnologie, ma soprattutto la nuova coscienza ecclesiale, rendono possibile una partecipazione molto più ampia.
Per questo, quanto più complesso può essere il processo, tanto più necessaria si rende la preparazione delle condizioni perché esso si realizzi.
Anche ai tempi di Pio XII alcuni consideravano utile un nuovo Concilio. Poi l’atteggiamento profetico di Giovanni XXIII innescò il processo. “Non spetta a voi conoscere i tempi…” (Atti 1,7). Non sta a noi sapere quando sarà convocato un nuovo Concilio. Ma noi dobbiamo preparare le condizioni perché esso avvenga.

Perché un Concilio sia realmente ecumenico devono maturare alcune condizioni nel riconoscimento tra le varie confessioni cristiane. Pensa che siano maturi i tempi? Quali passi ritiene particolarmente urgenti “verso” e “da” le Chiese ortodosse ed evangeliche?
Purtroppo non è ancora giunta l’ora di un Concilio veramente ecumenico, con la partecipazione degli ortodossi e delle Chiese evangeliche. Ma un Concilio della Chiesa cattolica realizzato con l’esplicita intenzione di un avvicinamento ecclesiale agli ortodossi e agli evangelici darebbe un contributo imprescindibile all’ecumenismo.
Per gli ortodossi, un nuovo Concilio della Chiesa cattolica dovrà significare il riconoscimento chiaro della loro autonomia ecclesiale, con la garanzia del rispetto delle loro tradizioni.
Per gli evangelici, dovrà significare il riconoscimento della loro autenticità cristiana e della loro validità ecclesiale, con la garanzia del rispetto e dell’accoglienza della diversità in seno alla stessa Chiesa cattolica.
Un tema indispensabile per una sintonia più profonda con gli ortodossi e gli evangelici è, senza dubbio, il complesso argomento del “ministero” nella Chiesa, a partire dalla comprensione del ministero apostolico, ministero di Pietro incluso, fino alla individuazione dei ministeri indispensabili per la vita quotidiana delle comunità ecclesiali.

Da un osservatorio privilegiato come la Caritas brasiliana ci può dire come viene recepita in generale l’azione caritativa della comunità cristiana?
La credibilità della Chiesa si gioca, sempre di più, nella testimonianza dell’impegno delle Chiesa nelle cause sociali. In questo senso, l’azione sociale della Chiesa è un criterio indispensabile perché il popolo possa discernere l’autenticità della Chiesa stessa. Per questo le “pastorali sociali” hanno una caratteristica profondamente ecumenica: nella carità i cristiani si incontrano e riscoprono la strada vera della loro missione e della loro unità.

Sono in molti in Italia a interpellarsi criticamente nei confronti della presidenza di Lula in Brasile. Lei che lettura dà del cammino compiuto finora dal suo governo?
La situazione è complessa e non si può spiegare con poche parole. Ma è importante tenere presenti alcuni dati. Il governo Lula non ha la maggioranza nel congresso e per questo ha dovuto negoziare l’appoggio parlamentare al suo governo, condizionando molto, in tal modo, i suoi piani. Il potere economico e dei mass media continua a essere ostile al progetto del governo Lula. Come egli stesso afferma “ha conquistato il governo, ma non ha conquistato il potere”. E con il “potere” si fa riferimento anche a problemi legati a un sistema macroeconomico mondiale che Lula non ha voluto affrontare per non paralizzare il suo governo, come è avvenuto con De La Rúa in Argentina.
Lula ha ricevuto un’eredità molto difficile dal governo precedente, con una situazione finanziaria quasi al limite. Egli ha dovuto riconquistare “la credibilità dei mercati” e in questo si trova la critica più grande che le organizzazioni sociali rivolgono al governo Lula.
Da parte dell’opposizione, le critiche al governo Lula cominciano già ad assumere l’aspetto esplicito di campagna elettorale, in vista delle elezioni presidenziali dell’ottobre 2006.
Nonostante il crescente scontento dell’opinione pubblica nei confronti del suo governo, Lula continua ad avere personalmente un indice abbastanza alto di favore popolare. Una sua eventuale sconfitta nel prossimo anno significherebbe una netta regressione politica in Brasile, che toglierebbe la fiducia nella possibilità di cambiamenti strutturali.
L’impegno di Lula dovrebbe essere accompagnato da una crescita maggiore della coscienza politica del popolo brasiliano.

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