SPIRITUALITÀ

Alfabeto della libertà

La libertà non è fare quello che si vuole. È vivere senza corazze.
Riconoscimento dell’altro.
Le pagine di un inconsueto dialogo tra un giornalista italiano,
Francesco Comina, e un monaco brasiliano, Marcelo Barros.
Angelo Reginato

Viviamo ai tempi delle parole sfigurate, usate come vuoti a perdere riempiti dei più diversi contenuti. Marcelo Barros e Francesco Comina hanno sollevato da terra la parola “libertà”. Dialogando. Raccontando i propri esperimenti con la libertà. Ne è nato Il sapore della Libertà (edito da la meridiana). Ne parliamo con Francesco.

La libertà è un alfabeto, più che un sostantivo. Quali consonanze e quali differenze di accenti emergono in questo dialogo tra un quarantenne laico italiano e un sessantenne monaco brasiliano?
Marcelo Barros vive immerso nella storia, nella polvere della terra, con l’orecchio teso ai mutamenti culturali e sociali cercando di percorrere un cammino mai dato per definitivo. Le differenze anagrafiche, culturali, ambientali, linguistiche, si sono subito dissolte nel momento stesso in cui abbiamo iniziato a perlustrare i fondali dell’alfabeto della libertà. In fin dei conti la riflessione che ne scaturisce è molto più consonante che dissonante. Scorgiamo il pericolo di una libertà assediata da una politica antilibertaria, da una cultura neoliberale che finisce con l’essere aggressiva e irrispettosa delle libertà dei deboli e degli inermi. Un grande pensatore liberale, Karl Popper, smonta l’idea che la libertà moderna debba espandersi oltre ogni controllo. La libertà non è fare quello che si vuole, ma è vivere la vita senza corazze, senza pregiudizi, senza le armi del pensiero che servono a insidiare l’altro. La libertà è il riconoscimento, potremo dire con Lévinas, del volto dell’altro.

Un filo rosso del vostro dialogo è costituito dalla necessità di fare i conti con l’alterità. Come non cadere nella retorica dell’altro, facilmente assorbito a conferma dei propri progetti?
Mi sono formato al pensiero di un grande maestro del dialogo: Raimon Panikkar. Capisco il rischio di banalizzare il tema dell’alterità, come se bastasse una parola cercata nel profondo del cuore, per collegare due identità. Il processo di omologazione è così forte, così dirompente da rappresentare la vera sfida delle civiltà al cospetto dell’Occidente. Per questo motivo Panikkar parla spesso di inter-in-dipendenza e non semplicemente di interdipendenza. Noi dipendiamo gli uni dagli altri, ma nella nostra indipendenza. Occidente e Oriente dipendono l’uno dall’altro, ma non possono essere ricondotti né all’uno né all’altro perché sarebbe la fine della diversità. La guerra infinita, esplosa con tutta la sua violenza dopo l’11 settembre ha la maggior brutalità sul tentativo di “esportare un modello”. Il futuro della terra non potrà essere il livellamento delle civiltà, ma la “fecondazione muta” delle differenze fra i popoli, le religioni e le culture.

Vi siete interrogati su Dio, sulla sua immagine, mettendo in luce gli esiti opposti dell’incontro col divino, fonte di libertà ma anche di oppressione. Quale Dio è in grado di ascoltare il grido che sale dalla nostra “libertà assediata”?
Uno dei temi centrali nell’analisi biblica di Marcelo Barros è l’immagine di Dio, che fuoriesce dai testi. Il Dio “sovversivo” di cui parliamo non è un Dio anarchico, che infrange ogni regola, ma è un Dio che libera. È il contrario di un Dio che imprigiona le coscienze, che minaccia la vita, che terrorizza i fedeli. Le religioni, spesso, hanno utilizzato questo Dio oppressivo come strumento per l’affermazione del sacro sulla vita delle persone. Ora le religioni sono chiamate a liberare Dio dalle immagini della potenza, che hanno consentito ai forti di legittimare guerre e vendette.

Un monaco interpella un laico e valorizza lo specifico monastico come proposta di conversione a livello di fede, di libertà, di vita... Un po’ come avviene nella tradizione cristiana ortodossa, dove il monaco si pensa come portatore di uno stile vivibile da ogni credente.
Alcuni valori del monachesimo religioso possono benissimo trasferirsi nella vita laica, feriale, quotidiana. Abbiamo alcuni esempi illuminanti di uomini e donne che hanno vissuto laicamente la vita del monaco. Giorgio La Pira, il sindaco “santo” di Firenze, che viveva in una cella di un monastero avvolto dai libri senza nemmeno una lira. Ha fatto di Firenze una “città sul monte”, ha portato il mondo nel capoluogo toscano e il capoluogo toscano nel mondo. Giuseppe Dossetti, il grande padre della nostra Carta Costituzionale, ha vissuto da monaco senza mai rinunciare alla sua responsabilità di difendere la democrazia dagli attacchi antidemocratici. Ci sono grandi monaci laici nella sinistra non credente e donne impegnate per la giustizia e la pace fra i popoli. Monaco deriva da “monos” e significa colui che cerca l’unificazione nella triplice tensione del divino, dell’umano e del cosmico.

Un’ultima domanda: come descriveresti il rapporto tra libertà e pace?
Essere liberi dalla violenza è molto più che intercettare cammini di pace. La pace oramai è diventata una parola che va bene con tutte le salse. Era libera la sinistra al potere di fare la guerra al Kossovo e di manifestare per la pace. È una via di pace, la terza via di Toni Blair che ha condotto con l’America la guerra in Iraq e ora conduce la battaglia del Bene contro il Male. Tutti cammini di pace, naturalmente. Che lasciano sulla terra migliaia di vittime. Forse qualcosa non quadra…
Ecco perché abbiamo voluto soffermarci sul termine nonviolenza. Essere nonviolenti oggi significa essere liberi a tal punto da rifiutare il condizionamento culturale e materiale che poggia sulla sicurezza armata della vita e della società. Essere nonviolenti significa uscire dalla logica della violenza come strumento per la soluzione dei conflitti. Il cammino di liberazione della violenza nasce in primo luogo da un disarmo culturale che ci consenta di aprire un dialogo non contaminato da pregiudizi o preconcetti.

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