CHIESA

La fede sullo scaffale

Un nuovo Compendio di Catechismo. Verità in tasca. Anzi al supermercato. Dalle modalità di diffusione ai contenuti in tema di diritti umani. A colloquio con Vitali e Vigil.

Rosa Siciliano

Il 29 giugno scorso, papa Benedetto XVI ha promulgato il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica: “Una sintesi fedele e sicura del Catechismo” secondo quanto ha scritto lo stesso pontefice nel motu proprio di presentazione. Solo qualche anno fa la sua ricezione da parte dell’opinione pubblica e dei mass media sarebbe stata quanto meno diffidente; oggi invece ha goduto di un’ottima risonanza, mentre la sua distribuzione non è più appannaggio delle sole librerie cattoliche: grandi magazzini e librerie decisamente “di sinistra” ne fanno bella mostra sui propri bancali… a prezzo scontato! Eppure, tanto il linguaggio quanto soprattutto i contenuti del Compendio non possono definirsi propriamente “popolari”, nel senso d’essere condivisi, e tanto meno osservati, dalla maggioranza dei contemporanei, credenti compresi. E allora? Di questo ultimo annunciato bestseller dovremmo forse pensare quanto qualche pungente osservatore disse del pontificato di Giovanni Paolo II: “Mai un Papa fu tanto osannato e poco ascoltato”? Ne abbiamo parlato con alcuni interlocutori, destinatari di questo strumento per il ministero che svolgono all’interno della Chiesa, in realtà sociali, ecclesiali e geografiche molto diverse: il padre José Maria Vigil, sociologo e missionario clarettiano a Panamá (CA); e don Alberto Vitali, consigliere nazionale di Pax Christi e collaboratore di questa rivista, parroco a Milano.

A quale scopo redigere un Catechismo “universale”? Per trasmettere le verità eterne e universali della fede non sono sufficienti i Vangeli e le Scritture?
Vigil: Anzitutto è giusto ricordare che quando parliamo di Catechismo “universale” o delle “verità eterne e universali della fede”… stiamo parlando della fede della Chiesa cattolica, e perciò tutto ciò che diciamo qui come “universale” deve essere collocato in questa umile particolarità “cattolica”. In secondo luogo bisogna ricordare che in qualche modo, il commento o la glossa, sempre “avanzano” il testo stesso che viene commentato o glossato. Bisogna però anche dire che un Catechismo può essere utile come elemento pedagogico. La Prelatura de Sao Félix do Araguaia ha redatto un suo proprio Catechismo (disponibile in Servicios Koinonia: servicioskoinonia.org/biblioteca), nella linea della teologia della liberazione e anche Frei Betto scrisse un altro Compendio della fede cristiana nella stessa linea: entrambi hanno prestato e continuano a prestare un grande servizio pastorale. Tutto dipende dal contenuto che si dà a ciascun Catechismo e del modo con cui viene presentato e utilizzato…
Vitali: È forse anzitutto utile ricordare che il Catechismo – e a maggior ragione il suo Compendio – è uno strumento pratico per la catechesi, il cui soggetto, insostituibile, resta la Comunità che annuncia la propria fede con la testimonianza della parola e delle opere. Forse fu proprio a motivo del carattere narrativo della teologia dei Vangeli che la comunità cristiana sentì fin dagli inizi il bisogno di dotarsi di uno strumento sintetico, che “spremesse il succo” delle Scritture e le interpretasse alla luce di una realtà molto particolare e concreta: il “primo Catechismo”, la Didaché, risale infatti al I secolo. Certo il Catechismo non potrà mai sostituire non soltanto l’approccio, ma nemmeno una familiarità appassionata con la Parola.

La forma del nuovo Compendio non tradisce forse una concezione della fede che con il Concilio sembrava definitivamente superata: quella cioè di una “dottrina da conoscere” piuttosto che di un annuncio che si fa invito a vivere la logica del Regno?
Vitali: Lo scopo dichiarato del Catechismo è quello di servire da base nell’elaborazione dei catechismi nazionali, che a loro volta non devono essere concepiti come bestseller, ma libri in mano a una comunità che legge, riflette e cresce insieme. La fede certamente non si compra sugli scaffali delle librerie o dei supermercati: perciò mi auguro di cuore che per nessuno sia questo il primo approccio alla fede della Chiesa.
Vigil: È risaputo che per secoli il Catechismo è servito per ridurre a “dottrina” ciò che era una “Buona Notizia”. Il Catechismo che studiò la mia generazione per esempio – sebbene viziato dai precedenti – non parlava assolutamente di ciò che fu il messaggio centrale di Gesù: l’utopia del “Regno di Dio”. Ancor peggio: lo confondeva con la Chiesa, con la grazia santificante e con il cielo post-morte. Non fu una “sintesi fedele e sicura”; al contrario: in buona parte tradì la sua missione sostituendo e spodestando i Vangeli e la scrittura, occultando Gesù di Nazareth dietro il dogma cristologico, ignorando totalmente il messaggio di Gesù (il Regno!), mettendo al centro assoluto la Chiesa e i poveri solo nelle conseguenze morali e non dove li pose Gesù, ossia al centro stesso del suo messaggio.

Il linguaggio e le categorie filosofiche soggiacenti al Compendio sembrano inoltre tradire uno degli obiettivi dichiarati: “per la sua brevità, chiarezza e integrità, si rivolge a ogni persona…”. Cosa possono dire certe categorie filosofiche greco-latine ai popoli di altre culture?
Vigil: Purtroppo queste categorie filosofiche greco-latine sono sì eloquenti per i popoli e le persone culturalmente lontane dall’Occidente: gli dicono che il cristianesimo è ancora molto occidentale, greco-latino nelle sue radici, esageratamente europeo e quasi neofita nell’inculturazione. In ogni modo, non bisogna far corrispondere la pluralità culturale solo con la varietà geografica, poiché dentro una stessa società c’è un enorme pluralità di contesti culturali… Non solo servono catechismi differenti in ciascuna regione geografica, ma anche in ciascun livello culturale e in ciascuna corrente o orientamento di pensiero, in ciascuna società più o meno avanzata…
Vitali: È un problema antico. Paolo si era sforzato di annunciare il Vangelo, nato in una cultura semitica, a un mondo pagano; e Agostino si era assunto il difficile compito di tradurre l’annuncio cristiano nelle categorie della filosofia ellenica. Ma poi ci siamo fermati lì, ritenendo tanto “superiore” – e persino connaturale al cristianesimo – la nostra cultura, da pretendere che fossero gli altri ad assumerla per poter ricevere il Vangelo. Possiamo soltanto sperare che i vescovi del mondo onorino davvero l’intento dichiarato e usino questi testi solo come base per l’elaborazione di catechismi nazionali.

Nel linguaggio del Compendio si coglie un imbarazzo evidente allorché si parla della guerra e soprattutto della pena di morte… dopo il luminoso magistero di Giovanni Paolo II non ci si poteva aspettare qualche cosa di più?
Vitali: Questa è certamente la parte più deludente. Non soltanto dopo il magistero di Giovanni Paolo II, ma anche dopo quello dei suoi predecessori, Paolo VI e Giovanni XXIII, era lecito aspettarsi molto di più. La sensazione è che abbia prevalso il timore di superare la dottrina classica, ma – in realtà – la strada era già spianata. Nel caso della guerra, Papa Giovanni al n. 67 della Pacem in terris scrive: "È alieno dalla ragione pensare che nell'era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”.
Il Papa non sconfessa quindi la dottrina tradizionale, ma prendendo atto che la situazione è profondamente cambiata, ritiene che anche la dottrina debba esprimere giudizi nuovi e adeguati. Ancor più facile sarebbe stato esprimersi in modo categorico sulla pena di morte, perché nemmeno la dottrina tradizionale la ammetteva quale punizione retributiva, ma soltanto nel caso in cui lo Stato non avesse altri mezzi per difendersi da colui che potrebbe attentare gravemente alla sua esistenza. Da alcuni decenni però insigni moralisti insistono nel considerarla un’eccezione definitivamente superata, ritenendo che gli Stati moderni posseggano ben altri mezzi per difendere la propria esistenza.
Vigil: Ciò che Gesù portò fu una profonda ispirazione utopica che originò un “movimento” e che perciò fu tanto mal visto sia dalla religione ufficiale che dallo Stato. Questa difficile relazione si trasformò solo quando lo stesso cristianesimo divenne “Religione dello Stato” e sostituì la religione di Stato dell’impero romano, promuovendo il regime “di cristianità”, di unione tra Chiesa e potere politico, come è risaputo.
Oggi giorno non è possibile una “religione dello Stato”, ma è possibile ciò che potremmo chiamare “religione della società” o “religione della cultura” (l’unione d’identità del cristianesimo con una determinata cultura o società). Il cristianesimo ufficiale vive questa unione – almeno l’anela – e per questo molte volte si comporta come se pensasse che il “Vangelo senza glossa” – come diceva ingenuamente San Francesco – non serve per organizzare la società né la Chiesa, perché “ha poco senso pratico”.

Il tono del linguaggio è molto ultimativo ed esauriente. Dopo l’assoluzione del p. Dupuis – proprio dall’Ufficio dell’allora Card. Ratzinger – a proposito delle sue tesi sul pluralismo religioso, non si rischia di dare l’impressione che ciò che si concede con una mano si toglie con l’altra e insinuare il sospetto di una poca disponibilità da parte della Chiesa cattolica a un vero e proprio cammino di ricerca ecumenica della verità?
Vigil: A margine del caso Dupuis, è risaputo che la dottrina ufficiale attuale della Chiesa cattolica in materia di pluralismo religioso e del dialogo interreligioso continua a essere fedele alle impostazioni dell’inclusivismo. Il Vaticano II ruppe con l’esclusivismo per aprire le porte dell’inclusivismo: la teologia cattolica si addentrò per questo ponte, ma, dato “l’inverno ecclesiale” che stiamo vivendo, non si arrischia a decidersi di “passare il ponte”, come piace dire a Paul Knitter. Il Catechismo riflette questo inclusivismo ufficiale e da lì proviene questo linguaggio “ultimativo ed esauriente”, dogmatico e chiuso al dialogo. Non si deve tanto al pensiero proprio dei redattori, ma alla rappresentazione che ostenta la dottrina ufficiale.
Vitali: Il problema è la distanza che ancora rimane tra le intuizioni che ci suggerisce lo Spirito, i nostri buoni propositi, e l’abitudine a pensarci in un certo modo e ad agire di conseguenza. Ma proprio il fatto che i sentieri indicati dal padre Dupuis siano stati autorevolmente (e chi oggi direbbe il contrario?) giudicati non difformi dalla dottrina esposta in questo Catechismo, ci lascia ben sperare.

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