Devolution day

L’idea di svolgere il devolution day a Reggio Calabria, lo scorso 24 settembre, è stata una vera e propria provocazione. Nella quale i meridionali non cascano. Perché il Sud chiede giustizia sociale, lavoro, diritti, sanità e dignità per tutti.
29 settembre 2005 - Nuccio Barillà (Consigliere comunale di Reggio Calabria e dirigente di Legambiente)

Il Presidente del Consiglio, Berlusconi, e i maggiorenti della Lega Nord e della Casa della Libertà, se avessero la capacità e la voglia di leggere i segnali che vengono dalla società, dovrebbero riflettere seriamente sugli esiti del “Devolution-Day” che si è svolto a Reggio Calabria, traendone le dovute conseguenze. La loro annunciata “operazione verità” che doveva consistere nel far capire ai meridionali l’utilità per il sud della “manomissione” di una parte fondante della Costituzione, si è tradotta in un vero e proprio boomerang. L’atteso “bagno di folla plaudente”non c’è stato. La gente calabrese ha guardato con fastidio e con scetticismo all’invasione delle “camice verdi” leghiste e degli stati maggiori aerotrasportati della Casa della Libertà. Standosene alla larga.
La verità, quella vera, è che i meridionali stavolta non ci sono cascati. Hanno capito da tempo che il Governo, ostaggio della Lega di Bossi, attraverso la stesura ex novo dell’art 117, comma 4 della Costituzione, non solo ha scelto di intaccare diritti fondamentali (che invece andrebbero assicurati ad ognuno ) come quelli alla salute, all’istruzione, alla sicurezza ma ha deciso addirittura di smantellare il principio stesso di coesione, di solidarietà nazionale. Ad essere penalizzate sarebbero proprio le aree più povere del Paese. Da qui il rifiuto corale che va oltre gli schieramenti politici, un sentire radicato e collettivo che tocca l’animo della maggioranza dei cittadini .
Certo, non va negato che, dall’unità ad oggi, il Mezzogiorno ha pagato prezzi salatissimi sull’altare dell’unità nazionale e molti dei principi della Costituzione non hanno trovato pratica applicazione. Abbiamo alle spalle interi decenni in cui molti interventi si sono caratterizzati nel Sud come estranei alle necessità e alle vocazione dei nostri territori. Da qui lo sperpero di ingenti risorse pubbliche per disseminare il territorio di opere sbagliate, spesso socialmente inutili che hanno cambiato i connotati ad intere aree e creato guasti profondi. Non si tratta pertanto di difendere le cose così come stanno, piuttosto di chiudere una pagina nera che riguarda il passato e il presente e aprirne una nuova.
Il rifiuto di una visione “egoistica” (della serie: chi ha utilizza chi non ha si arrangi) si deve accompagnare all’affermazione di una nuovo sentiero di sviluppo per il Mezzogiorno e deve poggiarsi su una sana “autonomia solidale”, basata sull’identità e l’interdipendenza, sulla giustizia sociale, all’interno di una concezione unitaria del Paese. È un’esigenza che ha interpretato bene l’ ex arcivescovo di Cosenza monsignor Agostino,intervenendo a una delle manifestazioni di opposizione al “devolution day”. Lo ha fatto prendendo in prestito le parole di PaoloVI “Il Nord ha uno sviluppo senz’anima, il Sud ha un’anima senza sviluppo.
E se il Paese ha bisogno di etica, il Sud ha bisogno di progettualità, di cervelli che rivelino qual è il vero mezzogiorno”.Altro che devolution. È proprio da qui che bisogna ripartire: dalla presa di coscienza del “cos’è” in termini di identità e del “cos’ha” in termini di valori e di risorse un sud che deve finalmente cominciare a ragionare con la propria testa, puntando a liberarsi dalla subalternità e dalla dipendenza, discriminanti che hanno segnato la sua storia dal sorgere dello stato unitario ad oggi.
Insomma, occorre riportare il cervello del Sud dentro il Sud. Del resto siamo in una fase storica in cui a livello mondiale il tradizionale rapporto tra aree forti e aree deboli, tra aree povere ed aree ricche, sta cambiando fino ad essere quasi ribaltato. Ormai al Nord non ci sono più le condizioni strutturali per una crescita quantitativa, dunque, come diceva papa Giovanni Paolo II, “la crescita dell’Italia è imprescindibilmente legata a quella del Mezzogiorno” In un momento in cui per tante aree del Nord le parole d’ordine diventano: riconvertire, smaterializzare, correggere rispetto a uno sviluppo che “fa acqua”, ecco che le risorse storiche, territoriali, culturali, ambientali e umane (a partire dai giovani ) che, nonostante i tanti scempi e le tante ferite, il Mezzogiorno conserva, potrebbero rappresentare una potenziale, formidabile risorsa e una riserva di “vera ricchezza” indispensabili per l’intera Nazione. Vanno, in questo contesto, colti i limiti di alcune categorie applicate al sud, come quelle dell’ ”arretratezza” e del “ritardo” come richiamo ossessivo alla distanza da recuperare rispetto ai parametri di un modello precostituito.
Queste categorie vanno ripensate all’interno di nuove gerarchie e nuovi indicatori. Anche se può apparire paradossale, la debolezza del tessuto produttivo, il fallito sviluppo industriale, il formidabile mix tra natura e cultura, la non inflazione dei luoghi, di molti luoghi almeno, del Meridione possono diventare un punto di forza, addirittura un punto di vantaggio per un deciso e produttivo salto di fase. Non è la devolution né la politica dell’attuale governo che ha di fatto “abolito” il Mezzogiorno dai suoi programmi e dai suoi pensieri la ricetta per i nostri mali antichi.
È, inoltre, profondamente sbagliato dipingere e rappresentare un Sud immobile e refrattario. C’è una vivacità nuova che pervade il Mezzogiorno, i suoi abitanti, alcune, anche se ancora troppo poche, delle sue classi dirigenti. C’è un orgoglio nuovo che comincia, timidamente ma chiaramente, ad affiorare. Una nuova “coscienza di sé”. È la fiducia - del Sud e nel Sud – una delle speranze vere per il futuro dell’Italia.

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