ULTIMA TESSERA

Catastrofe naturale?

New Orleans: la tragedia epica della povertà nel cuore dell’Impero.

Nicoletta Dentico

La metafora della marea, esegeticamente utilizzata dagli ideologi della crescita economica per spiegarne il benefico effetto, destinato a sollevare tutti in accresciuta ricchezza, assume a un mese dal ciclone Katrina le sembianze di un beffardo paradosso.
Sappiamo fin troppo bene ormai che le inondazioni, perlopiù, sommergono. Eppure l’idea dello sviluppo economico misurato in crescita del PIL continua a informare con politiche durevoli e talvolta distruttive le scelte dei Governi. Gli effetti di impoverimento a livello globale sono sotto gli occhi di tutti, se non altro perché i rapporti delle Nazioni Unite – non senza ipocrisie – snocciolano i numeri delle disuguaglianze come grani di un rosario delle sfide globali di un mondo in cui la rappresentanza è assicurata dai meccanismi del mercato, e la legittimità dalle dinamiche della competitività.
Questa volta, le storie e le cronache di New Orleans hanno trasmesso “da qui”, da questa parte di società occidentale opulenta, quello che eravamo abituati a veder succedere dall’altra parte. Ecco la vera sorpresa della tragedia americana: il Terzo Mondo nel cuore della superpotenza mondiale, la superpotenza a immagine del Terzo Mondo. Le immagini dei poveri e i neri abbandonati come cittadini di seconda classe tra i cadaveri galleggianti nell’acqua hanno di certo messo a nudo in modo impietoso, con brutalità e disperazione, la disillusione del sogno americano. Le inquietudini e la fragile tenuta di una società che ha fatto dell’iniziativa individuale, e della individuale responsabilità, il perno del sistema di sviluppo.
Invece di un’unica comunità urbana composta da tutte le razze, le religioni e persino le classi sociali, a New Orleans è emersa una città divisa in modo raggelante da disuguaglianze di razze e disponibilità economiche.
Forse per questo non sono mancate le strategie di evasione nella lettura della cronaca delle città spazzate via, il continuo parallelo con gli attacchi dell’11 settembre, lo spostamento dello sguardo dal caos verso le violenze e i saccheggi, la sciacallizzazione di quanti sopperivano alla necessità della sopravvivenza, per esternalizzare la catastrofe e militarizzarne ideologicamente la risposta. Di certo, New Orleans è divenuto il compendio non solo delle inquietudini che agitano la società americana – la tragedia dell’uragano Katrina, scrive il New York Times in un editoriale di metà settembre, ha indirizzato l’attenzione dell’opinione pubblica sulla geografia della povertà negli Stati Uniti d’America – ma anche lo specchio di una gestione economica del mondo esistenzialmente improntata all’abbandono del diritto alla vita come responsabilità dei singoli Stati e della comunità internazionale. In altre parole, la funzione dello Stato non consisterebbe più nella garanzia dei diritti e nella produzione di beni e servizi pubblici, ma nel facilitare a ogni individuo la libertà di accesso e di godimento del diritto “naturale” ai beni e ai servizi su basi private, senza alcuna limitazione in nome di eventuali considerazioni di utilità generale.
Ben oltre le analisi – e le indagini – sul fallimento dei soccorsi, che registrano forse una svolta nella politica americana, sarebbe bene che riuscissimo a non perdere di vista i molti e potenti segnali che la discesa dell’uragano Katrina rimanda, specularmente, sugli esiti quasi fisiologici delle ricette politiche adottate.
In termini di disintegrazione dell’ordine sociale, che la catastrofe naturale, largamente prevista, ha prodotto come effetto differito e altrettanto traumatico. I poveri della Louisiana (il 23% della popolazione nel 2004 a Orleans Parish, il 50% dei bambini nella sola città di New Orleans), i poveri del mondo, sono il terminale di una marginalizzazione non solo economica, ma umana e sociale. Alla vulnerabilità di queste fasce solitamente si accompagna la violenza nei confronti dei perdenti, la riduzione o l’eliminazione del loro campo del possibile, con visioni dell’avvenire fondate su sogni di dominio e di asservimento.
In termini di competenza della politica. Lo scollamento dell’amministrazione americana rispetto all’agghiacciante realtà di quanto accadeva in Louisiana, le dichiarazioni di George W. Bush che sulla vicenda Katrina – come sull’Iraq – dicono l’approssimazione, la non cognizione della realtà, ovvero la perdita di controllo su di essa, sono figlie di una politica autoassolutoria e superficiale, che del divario tra retorica e realtà ha fatto la propria ragione di essere. Ciò vale per l’ineffabile performance del Presidente americano, ma vale pure per il sostanziale distacco della comunità internazionale rispetto ai minimalisti obiettivi del millennio. Vale ancor di più per la legittimazione della guerra a suon di provette agitate sotto il naso dei membri del Consiglio di Sicurezza, e vomitata come l’unica scelta secondo ragione.
Infine, il ritardo dell’azione. Razionalmente, tutti sanno che questo mondo tanto diseguale e ingiusto non promette nulla di buono per il futuro del pianeta, ma nessuno crede che il peggio possa realmente accadere. Occorre investire saggiamente in prevenzione. L’ideologia del capitalismo allo stato puro, con la logica della competizione e della autoaffermazione individualistica, è di una natura molto più minacciosa di tutti i cicloni e i terremoti che anche le peggiori previsioni climatiche possano preservare per il nostro futuro.

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