PALESTINA

Allestiamo le tende

Giovani italiani in Terra Santa. Per intessere amicizie. Per conoscere una storia.
Per condividere le sofferenze di un conflitto che da troppi anni lacera due popoli.

Intervista a cura di Elisetta Tusset

Un viaggio con la tenda sulle spalle. Per capire, ascoltare, tentare di ricucire. Al suo ritorno, ho chiesto a don Nandino Capovilla, referente di Pax Christi per la Campagna “Ponti e non muri”, di rivisitare ricordi, impressioni e progetti che, insieme ai ragazzi di “Ricucire la pace” e ai loro nuovi amici incontrati in Terra Santa, ha iniziato a elaborare.

Gettare ponti, come ha suggerito papa Giovanni Paolo II; ricucire gli strappi, per dirla con don Tonino… Provare a ricucire per ripartire. Ma

Dobbiamo essere mobili e leggeri… con la tenda sulle spalle.
Ma ci sono luoghi in cui bisogna fermarsi per ricucire gli strappi!
don Tonino Bello
prima, dire le cose come stanno. Potrebbe sembrare una contraddizione: come conciliare, ora e da lì, la denuncia ferma dei soprusi e dell’illegalità perpetrati dal governo israeliano ai danni del popolo palestinese, con l’annuncio di una pace possibile?
Rientro da questa nostra presenza tra la gente dei campi profughi, dei villaggi palestinesi e delle città israeliane e palestinesi, ancora più convinto che quell’intuizione di don Tonino sia proprio vera e profetica, perché lo strappo da ricucire è terribilmente grande. È assolutamente indispensabile andare lì e provare con loro, Israeliani e Palestinesi, a ricucire questa pace ancora così lontana. Gli Israeliani dell’Alternative Information Center e di B’tselem ce l’hanno confermato: il popolo della pace, unito, deve sostenere il processo di pace, che non coincide certo con il ritiro da Gaza.
Siamo andati, siamo stati e abbiamo intessuto, con Israeliani e Palestinesi, una serie infinita di rapporti, di idee, di amicizie e di modi per non perdersi più di vista.

Mi sembra di capire che allora la denuncia non fa diventare più grande lo strappo. Forse dire le cose come stanno è già attuare un annuncio di pace?
La denuncia è un passaggio necessario. L’opinione pubblica qui in Italia non ha

Don Nandino Capovilla, parroco di Murano, è il referente per Pax Christi Italia della Campagna internazionale Ponti e non muri, che dal 9 novembre 2004 invita la società civile a mobilitarsi, a protestare contro la costruzione del muro nella Westbank e per l’abbattimento di quello ormai eretto. Dal 16 al 30 agosto di quest’anno, don Nandino ha accompagnato in Palestina e in Israele dodici giovani vicini a Pax Christi, lungo un percorso di conoscenza e condivisione tra la gente israeliana e palestinese che cerca, con coraggio e determinazione, di tessere possibili occasioni di pace.
capito che il ‘disimpegno’ da Gaza era semplicemente la ridistribuzione di un esiguo numero di coloni da quella strisciolina di terra palestinese alla Westbank, altra terra palestinese occupata. Questo sì che allarga lo strappo.
Ma all’ombra dei pochi ulivi rimasti nei campi attorno ad Aboud, uno dei tanti villaggi palestinesi vessati dall’esercito di occupazione e dai coloni degli insediamenti adiacenti, insieme ai contadini che sfiniti spalancavano le braccia, ci siamo resi conto che la denuncia è necessaria.
E se i contadini non avevano più voce, il leader del movimento nonviolento palestinese ci ha detto anche per loro: “… E noi li ripianteremo, i nostri ulivi. Ancora e ancora. E vi chiediamo di aiutarci a farlo. Aiutateci a resistere. E tornate”.

Perché, don Nandino, un gruppo di giovani di Pax Christi, lì e ora?
Giovani perché ci vuole energia. Ci vogliono tante forze per stare con quella gente, nel mare di sofferenza in cui si dibatte. In alcune giornate, suddivisi in piccoli gruppi, abbiamo raggiunto contemporaneamente Hebron, Nablus e Ramallah. Assedio costante, resistenza quotidiana, esplosione di vita attraverso le risorse culturali. Bisogna andare lì e stare, come ci esortano a fare i nostri vescovi e come Mons. Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme e presidente di Pax Christi internazionale, ci ha chiesto e supplicato. “Pellegrini fino in fondo – ha affermato questo vescovo coraggioso – per stare con la gente, con le pietre vive!
Alcuni di noi appartengono ai punti pace di Milano, Brescia, Firenze, Verona e Venezia. Partire con Pax Christi ci ha permesso di incontrare tante persone che apprezzano il lavoro del nostro movimento. E ci ha confermato che la Campagna non può essere permeata solo di denuncia, ma deve identificarsi in una Campagna di mobilitazione dei cristiani, insieme a tutte le donne e gli uomini di buona

Cristiani perseguitati?
Dicono che il Cristianesimo stia morendo nel suo luogo di nascita a causa dell’ostilità musulmana verso i Cristiani di Terra Santa. Dicono che Taybeh da settembre non significhi più gentilezza, ma guerra religiosa.
Dicono che in quell’unico villaggio cristiano di Palestina siano bruciate case cristiane e che la colpa sia stata di incendiari musulmani. Ma noi, che ascoltiamo prima dei nostri giornalisti in cerca di scoop tanti nostri fratelli cristiani che proprio lì tessono ogni giorno la kefia della comunione, non ci lasciamo ingannare dai nuovi crociati che riempiono di odio le notizie del TG.
Dicono anche che fossero case e basta e incendiari e basta. E che una donna sia morta. Una giovane donna incinta e basta. “Non si tratta di un conflitto tra Cristiani e Musulmani”, ha dichiarato il parroco del villaggio.
Dicono che poi ci sia stata una A’twa (il riconoscimento della colpa) con una “esemplare solidarietà di tutti, sindaci e personalità”, che ci sarà una Sulha (la riconciliazione) e che “la calma e la pace sono ora ritornate a Taybeh”.
Dicono che tutto questo, come tanti altri episodi e storie, vicende tra persone, persone e basta, non faccia zittire le campane delle chiese e non faccia alzare il volume degli altoparlanti dei muezzin, da tempo immemorabile intonati all’unisono, per chiedere insieme all’unico Dio finalmente giustizia per questa terra occupata.
Dicono che queste orribili, violente storie di umane miserie e di pesanti tradizioni ancestrali facciano aumentare “l’impegno della gente saggia, musulmani e cristiani, degli insegnanti e di chi si adopera per l’educazione alla coesistenza”.
Dicono “siamo Arabi palestinesi e cristiani da 2000 anni e coesistiamo in pace con i villaggi musulmani circostanti da 14 secoli” (padre Raed Abusahlia). E Dio ci dia tutto il coraggio e la costanza per smentire e isolare le nuove truppe reclutate in Palestina come in Italia, purtroppo già in armi per una nuova “crociata contro il nemico musulmano”.
Dicono che anche oggi, come quando noi di “Ricucire la pace” eravamo tra loro, le suore di Betlemme camminino e protestino lungo il muro dell’apartheid recitando il rosario e che ragazze velate scavalchino lastre di cemento e recinzioni spinate per continuare a studiare.
Dicono che l’occupazione continua.
volontà, per testimoniare il processo di riconciliazione in atto tra i due popoli. Abbiamo scoperto una dimensione di dialogo interreligioso che non ci aspettavamo e che ci impegnerà nel futuro.

Andrea, Giulia, Laura, Matteo, Francesca e tutti gli altri… erano pellegrini, internazionali, pacifisti a oltranza, pazzi che ti hanno seguito? Chi sono i ragazzi di “Ricucire la pace”? Cosa cercavano? E tu con loro?
Sono tutte persone che, pur di provenienza diversa, con differenti professionalità ed esperienze, sono state sempre disponibili, e io con loro, a porsi in ascolto. Abbiamo provato ad ascoltare tutti. Volevamo farlo davvero, profondamente. Per questo ci attardavamo, la sera, con i Palestinesi che rientravano dal lavoro a Beit Fourik, dopo aver affrontato check point e sbarramenti. E con loro abbiamo parlato di politica e di speranze di pace. E abbiamo ascoltato gli Israeliani che vogliono capire, conoscere e provare a ricucire, mentre in Italia andavano in onda solo i lamenti dei coloni ‘cacciati’ da Gaza. Ascoltare ci ha obbligati a tacere. E così abbiamo ascoltato con gli occhi: abbiamo visto gli insediamenti, considerati tutti illegali dal diritto internazionale, che nella Westbank continuano a espandersi.
Arrivati a Betlemme, mi sono accorto che, rispetto allo scorso anno, non la riconoscevo più. L’esercito israeliano ha posto al suo ingresso una gabbia della grandezza di un pullman. E i pellegrini, d’ora in poi, entreranno “a caro prezzo”, quello del tempo perduto tutti i santi giorni dai Palestinesi a un check point, nella città della pace.
Abbiamo ascoltato con gli occhi, alzando lo sguardo verso il muro, mentre

Un incontro…
Abbiamo fatto tanti incontri, con persone importanti, con gruppi impegnati a ‘ricucire’… perché non si può agire da soli. Bisogna mettersi insieme. A volte però a ricucire sono le persone singole, come Amneh Remawi, una piccola donna candidata al Nobel per la pace. Amneh è una leader del movimento dei lavoratori palestinesi. Ci ha accolto nella sede della sua organizzazione: non solo ci ha parlato dei danni economici, psicologici e morali subiti da lei e dalla sua gente, ma ci ha fatto capire quanto la lotta nonviolenta sia importante. Non avremmo mai pensato, se altri non ce l’avessero segnalato, che questa donna magra, dal viso segnato e triste, potesse essere una candidata al Nobel! E come una provocatoria assurdità proprio quel giorno i giornali italiani riportavano la proposta di candidatura per il Primo Ministro israeliano…
recitavamo il rosario con le suore del Baby Hospital, per provare a capire se questo muro ci raccontava qualcosa attraverso le scritte impresse sul cemento dai pacifisti di ogni dove. E le suore recitavano con noi l’Ave Maria e il muro replicava “This wall mast fall”.

Mentre voi eravate laggiù, qui in Italia molti dicevano: “Ma allora la pace è vicina. Ora i Palestinesi saranno soddisfatti e la pace dipende solo da loro!”.
Portando sulle nostre spalle un po’ del peso enorme che questa regione subisce da decenni, non ci veniva neppure in mente di porre questa domanda alle persone che incontravamo. La pace è più vicina? Non serviva chiederlo. Ci rispondevano gli sguardi affranti della gente in coda sotto il sole cocente ai check point. O l’atteggiamento arrogante dei coloni che, dall’alto dei loro insediamenti, venivano a spiarci nei villaggi palestinesi che ci ospitavano. Ce lo sussurravano le voci sommesse dei religiosi. E le parole sconfortate degli abitanti del campo profughi di Deisheh. Tutti e tutto ci hanno parlato di una pace lontana.

Avete ‘ascoltato con gli occhi’, mettendo così insieme due sensi. In questo modo vi siete immersi nella realtà di questa terra e di queste genti. Prova ora anche con gli altri sensi a trasportarmi lì, con voi e con loro…
Abbiamo condiviso soprattutto con i Palestinesi il pasto povero, e ci siamo raccontati a vicenda. Abbiamo scoperto i sapori della loro cucina, porta di accesso alle loro case… è il sapore della loro ospitalità, che non sapevamo come ricambiare.
Il profumo. Vorrei farti respirare il profumo mancato degli ulivi sradicati…
E poi il tatto: le mani dei Palestinesi incontrarti al check point di

Un volto…
Inevitabilmente i fotografi del nostro gruppo hanno ritratto tantissimi volti di bambini. Ma il volto di bimbo che quest’anno mi porto nel cuore è quello di Ahmed, di dieci anni. Troppo forte era il contrasto tra l’inconcepibile sofferenza a cui è stato sottoposto e il suo spiazzante sorriso di gioia. Ferito alla gamba da una pallottola dell’esercito israeliano, Ahmed ha dovuto sostenere terapie dolorosissime al ‘Centro di riabilitazione delle vittime dell’Intifada’ di Ramallah. Il giorno in cui l’ho conosciuto, Ahmed aveva concluso il ciclo di cure. E zoppicava felice, perché poteva rientrare a scuola e vivere la 'normalità' dell'occupazione! Penso al suo volto e a quello di tutti i bambini, i ragazzi e i giovani che con costanza incrollabile riprendono in questo tempo gli studi per costruire il loro futuro.
Nablus, dove ho sostato per ore insieme agli amici israeliani di Makhsum Watch. Questi ultimi, insieme a me, osservavano attoniti mani giovani e vecchie aggrappate a una gabbia nuova. Immagina mani di donne che stringevano a sé i loro bambini, perché la ‘gabbia umanizzata’ è stretta e fa male… e mani di vecchi pieni di pacchetti, mani schiacciate tra il corpo e la gabbia… mani che toccano l’oppressione ogni giorno.
E poi siamo andati oltre i cinque sensi: con Wassim, funzionario governativo delle comunicazioni, abbiamo capito che in Palestina l’occupazione dei cinque sensi, quella che si vede, si ascolta, si respira e si tocca, non è l’unica. L’occupazione va oltre i sensi percepibili.
Oltre le nuvole c’è un cielo vuoto di libertà e … pieno di onde radio, anch’esse occupate, che non permettono al popolo palestinese di vivere e di svilupparsi con dignità.

Mons. Sabbah ha parlato di pietre vive. Per due settimane voi, insieme a loro, Israeliani e Palestinesi, avete calpestato le stesse pietre. Avete preso tra le mani le stesse tende da ricucire. È possibile e auspicabile che i pacifisti internazionali continuino a cucire, insieme ai due popoli coinvolti direttamente in questo conflitto?
Insieme ai pacifisti israeliani abbiamo capito che non servono i grandi numeri, che la nostra continua presenza è importante, ma che sono soprattutto i due popoli che devono unirsi e manifestare insieme per la pace.
Noi pacifisti internazionali dobbiamo impegnarci a sostenere iniziative e andare lì e tornare a riferire… Ma tra questi due popoli c’è già un unico popolo della pace, che si attiva per ricucire. Noi possiamo e dobbiamo creare occasioni di incontro, lì e qui. Non bastano gli aiuti. La Palestina ne riceve anche molti. È necessario soprattutto che si attivino le energie già presenti, e che si possano esprimere.
I Palestinesi, ce l’hanno detto esplicitamente, sono stanchi delle collette per la Terra Santa. Non scambiamo il sostegno alla pace in questa terra con una colletta per i cristiani di Palestina. “I Palestinesi non sono dei mendicanti!”, ha tuonato Padre Raed a Taybeh. Sono un popolo che chiede di poter vivere in pace nella giustizia. E vuole fare questo insieme al popolo israeliano.

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