INFORMAZIONE

Un diritto chiamato informazione

Ci è consentito sognare. Che qualcuno racconti dagli schermi televisivi un’Italia meno finta. Che i servizi pubblici siano tali. E che l’informazione faccia il suo dovere.

Roberto Natale (giornalista Rai e Segretario dell’Usigrai - Sindacato giornalisti Rai)

L’informazione ha passato l’estate in prima pagina. Nelle settimane delle grandi manovre finanziarie intorno alle banche, delle intercettazioni che hanno coinvolto il governatore Fazio, dell’entrata in scena dei “furbetti del quartierino”, anche il più importante quotidiano italiano, il “Corriere della Sera”, si è trovato al centro di un tentativo di scalata. A metterci la faccia Stefano Ricucci, che ha dato popolarità alla categoria di quelli che ora si chiamano “immobiliaristi” (i “palazzinari” di un tempo) e ha regalato spunti per nuove gag alla satira televisiva. Dietro di lui Ubaldo Livolsi, manager cresciuto con Berlusconi e rimasto nella sua orbita, e lo spagnolo Alejandro Agag, genero dell’ex premier Aznar. Vale la pena di parlarne qui perché il tentato assalto al “Corriere” ha reso evidente, ben al di là della cerchia degli addetti ai lavori, una verità antica, ma non per questo più accettabile: che l’informazione viene trattata ancora come una merce qualsiasi, “contendibile” in Borsa o fuori come una fabbrica di automobili o una banca, che va dove la richiama il portafoglio più ricco.
Un quadro di brutale chiarezza: di fronte al quale non basta una richiesta, pure legittima, di trasparenza. Come quella che avanza dalle colonne stesse del “Corriere” Sergio Romano, uno dei suoi più autorevoli editorialisti: “Chi lavora per un giornale non ha il diritto di scegliere i suoi proprietari o di opporsi a un cambiamento di gestione. Ma insieme a tutti i cittadini del suo Paese ha il diritto di sapere chi voglia impadronirsi di un giornale e quali siano i suoi soci”. Un diritto importante, ma che da solo rimane gracile. Perché se le cose stanno così, se l’unico diritto dei giornalisti è conoscere il volto di coloro che tengono in mano il guinzaglio, chi fa informazione può essere soltanto spettatore passivo dei cambi di proprietà. Come giornalisti italiani abbiamo un’ambizione più grande: aumentare la distanza fra le proprietà e le redazioni; garantire, a noi e soprattutto a chi ci legge, l’autonomia necessaria per mettere le notizie al riparo dalle modifiche degli assetti proprietari. Questa ambizione la chiamiamo “statuto dell’impresa editoriale”: una legge di civiltà sulla quale chiederemo un impegno a tutte le forze politiche in questi mesi di campagna elettorale.

Un servizio pubblico
Dovrebbe esserci già oggi un luogo dove l’informazione non è “contendibile”, dove il diritto di parola non è proporzionale al numero delle azioni possedute. Questo luogo è, dovrebbe essere, il servizio pubblico: che in effetti non può essere accusato di subalternità ai poteri finanziari, ma soltanto perché la

Giornali e tv negli anni di Berlusconi
Dalla definizione di “opinione pubblica” agli squilibri nei rapporti tra stampa e tv; dalla ripartizione degli investimenti pubblicitari nei media alle vendite dei giornali. Ci sono tutti i numeri e le istruzioni per l’uso dell’“anomalia” italiana. Da un esame comparativo col circuito dell’informazione degli altri Paesi europei emergono gli squilibri politici, economici e culturali nel rapporto tra stampa e video e tra media e potere nel nostro Paese. Si offre una chiave di lettura critica al sistema dell’informazione italiana così contaminato dall’asservimento al potere politico.
Fabio Dell’Olio

G. Borsetti, M. Buonocore (a cura di), Giornali e tv negli anni di Berlusconi, Marsilio, Venezia 2005, pp. 184.
Giornali e tv negli anni di Berlusconi subalternità, che di gran lunga lo caratterizza, è quella che manifesta ogni giorno nei confronti del potere politico, in particolare del governo di turno. È un guinzaglio vecchio, che da sempre strattona la Rai. Oggi, con la legge Gasparri, si è fatto ancora più soffocante. I partiti – di maggioranza e di opposizione – sono tornati ad avere un ruolo diretto nel vertice Rai: come ben rivela la circostanza che, fra i 9 membri del nuovo Consiglio di Amministrazione, oltre la metà viene direttamente da un seggio parlamentare. E un peso più rilevante ha il Governo, al quale la Gasparri assegna un ruolo esplicito e decisivo nella formazione del nuovo vertice, ripristinando una formale sottomissione della Rai che il Parlamento aveva voluto cancellare trent’anni fa. Anche in materia di servizio pubblico c’è un’ambizione da tenere a mente e da inserire nell’agenda della prossima legislatura: la radicale riscrittura dei criteri di nomina del vertice Rai. Ciò che deve cambiare, in caso di vittoria del centrosinistra, è la logica del rapporto fra la Rai e la politica, non semplicemente il colore del guinzaglio.

Miss Italia fa pedagogia
Ma la sudditanza al governo di turno è solo un problema, e forse non il principale. Sarebbe un grave errore identificare i tanti limiti della Rai di oggi con la stretta censoria (e autocensoria) portata dal governo Berlusconi. Una prospettiva così distorta rischia di nascondere il punto decisivo della crisi, e di lasciarci una Rai culturalmente berlusconiana quand’anche il berlusconismo politico dovesse essere sconfitto nelle urne.
Bisogna tenere fermo un criterio di giudizio fondato sui valori di cui la televisione di oggi è portatrice, Rai compresa, senza farsi intimidire dalla critica di essere dei nostalgici e di voler ripristinare una “tv pedagogica”. Perché così si cerca di zittire chi pone una domanda di senso al servizio pubblico: il discorso sui valori sarebbe legato alla stagione televisiva del monopolio, chiusa con gli anni Ottanta, e non sarebbe compatibile con l’offerta plurale nella quale oggi può muoversi lo spettatore, finalmente “libero” di scegliere senza che qualcuno voglia imporgli i suoi valori. Il fatto è però che un suo senso, una sua “gerarchia di valori”, una sua “scala di importanza” dei fatti della vita la tv la trasmette comunque; e anzi la mancata esplicitazione di questa pedagogia la rende ancora più insinuante ed efficace.
Se RaiUno dedica quattro lunghe prime serate (più una quantità notevole di servizi di contorno) al concorso di Miss Italia, fa “pedagogia”, perché fornisce alle ragazze italiane un modello di vita e di valori al quale tendere. Se nelle trasmissioni di informazione sportiva è ormai inevitabile una presenza femminile assai decorativa e quasi muta, anche lì ci sono valori e ruoli che vengono predicati, anche se la “predica” apparentemente non la fa nessuno.
Altro esempio fra i tanti possibili: Medici Senza Frontiere ha commissionato uno studio sulle principali edizioni dei Tg italiani nei mesi di luglio e agosto, per quantificare l’attenzione dedicata all’emergenza umanitaria del Niger e alle migliaia di bambini che muoiono per fame. Su 436 ore il tema si è visto dedicare appena 19 minuti (per la precisione: un minuto dal Tg5, niente su Tg4 e “Studio Aperto”, 10 minuti dai Tg Rai di cui 6 dal Tg3, 8 minuti dal Tg di La7).
Nello stesso periodo le “notizie” su gossip e vip hanno preso 11 ore e 35 minuti, il delitto dei coniugi di Brescia 7 ore e 22 minuti, i servizi sugli animali domestici 2 ore e 15 minuti. C’è o no una “pedagogia” in questa ripartizione dei tempi? Non si insegna così cosa sia importante e cosa no?
Se la “strage del ponte” di Baghdad, con i suoi quasi mille morti, non ha meritato un approfondimento in prima o seconda serata su nessuna rete del servizio pubblico nelle stesse settimane in cui otteneva piena copertura televisiva qualsiasi concorso di bellezza realizzato in qualsiasi provincia italiana, non c’è un “sistema dei valori” che viene trasmesso allo spettatore? È in questo vuoto di senso che è cresciuto il disegno di privatizzazione della Rai: se i contenuti sono indifferenti, se non deve esserci distinzione fra servizio pubblico ed emittenza privata, tanto vale dare una o due reti al miglior offerente, oppure andare in Borsa per attirare azionisti privati.

Per una nuova Rai
Ecco la riforma più profonda della quale ha bisogno il servizio pubblico: recuperare il senso di sé e delle proprie scelte, acquisire di nuovo la coscienza della diversità del proprio compito. Di là dallo schermo la Rai non può e non deve figurarsi un consumatore da educare al vuoto per poterlo imbottire di messaggi pubblicitari, ma un cittadino che vuole dalla tv strumenti di consapevolezza per orientarsi meglio nei fatti dell’Italia e del mondo, e che anche quando cerca legittimamente di distrarsi chiede che l’intrattenimento sia fatto senza scadimenti. Intesa così, la Rai può diventare parte di un più complessivo discorso sui beni comuni: la comunicazione come spazio pubblico, come diritto che non può essere piegato alle logiche del mercato e che va garantito insieme all’acqua, all’aria, all’istruzione, alla sanità.
Ma questa riforma può nascere solo se, insieme a coloro che lavorano nel servizio pubblico, altri soggetti la reclameranno, nella società e persino dentro la sala del Consiglio di amministrazione. Con gli attuali criteri di nomina sono garantiti quasi soltanto i punti di vista e gli interessi dei partiti. E infatti sono frequentissime le polemiche sugli squilibri nella ripartizione degli spazi dedicati alle diverse forze politiche, sui secondi di dichiarazione concessi a questo o a quel leader; mentre dati come quelli citati sopra a proposito del dramma della fame non hanno suscitato un solo commento politico. Se ne capisce il motivo: nessun partito si ritiene direttamente leso, dunque perché protestare?
La via da imboccare allora è chiara: si tratta di allargare l’area dei soggetti sociali che abbiano potere sul servizio pubblico. Senza voler cancellare il ruolo delle forze politiche, certo, ma anche senza consegnare loro la Rai per intero. Chi l’ha detto che non possa pesare quel mondo dalle radici profonde costituito dall’associazionismo, dal volontariato, dalle organizzazioni di cittadinanza, dalle rappresentanze degli utenti? Chi l’ha detto che in Consiglio di amministrazione non possa sedere anche una rappresentanza di questa spina dorsale della società? Questo significa la riforma della Gasparri, per la Rai: ridistribuire i poteri per rilanciare il senso del servizio pubblico e raccontare dagli schermi un’Italia meno finta. Si può fare, insieme.

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