Abbraccio di umanità

Si possono delineare strade nuove per una politica intesa come bene pubblico.
Intrecciando parole e percorsi di pace nella storia.
Costruendo un Sud in cui nessuno sia forestiero.

Nichi Vendola (Presidente della Regione Puglia. Laureato in lettere e filosofia, è giornalista e autore di numerosi libri)

Veniamo da anni di oscurità. Anni in cui pochi si sono assunti il compito di essere sentinelle della notte, di scrutare, di misurare il tempo di quel buio e quello di annunciare una possibile luce. Sono stati gli anni nei quali il buio si è presentato come una sorta di totalitarismo non pronunciato, dissimulato; il totalitarismo per esempio del pensiero unico del mercato, di una certa realpolitik, quello che di giorno in giorno, di slittamento semantico in slittamento semantico, ci portava, e talvolta ci porta, a convivere con l’orrore senza che neppure ci poniamo un interrogativo su quale sia la genesi di questo stesso orrore e su quali siano le responsabilità a cui siamo tutti noi chiamati di fronte ad esso.
Il mio nuovo impegno politico è una vicenda sorta un po’ a cavallo tra il sistema della guerra infinita, questa vera e propria industria della morte, e il grezzo artigianato della morte incarnato dal fondamentalismo terrorista. È stato il tempo in cui si è consumata la strage in quella scuola nella Repubblica di

Un monito per l’indifferenza
Siamo tutti costretti a cambiare. Non in termini di sistemi metrici di mercato, o sulle mappe delle imprese produttive, o sui tabulati delle operazioni finanziarie. Ma nelle categorie con cui siamo abituati a interpretare la storia e la geografia, oltre che l’economia. Le migrazioni dall’Europa povera (Albania, Romania, Bulgaria, Turchia, Repubbliche sovietiche asiatiche) e lo scoppio di laceranti conflitti nazionalistici costituiscono un monito. Da una parte ci esortano a rivedere il nostro modello di sviluppo opulento. Ripensandolo non solo dall’angolo prospettico dell’umanità esclusa, dei Sud della terra e degli emarginati in genere, ma anche nell’ottica degli irreversibili danni che stiamo producendo al nostro ecosistema. Dall’altra ci obbligano a un riesame della quota di violenza storica che spesso si è annidata perfino nei concetti onesti di confine, Stato, diritto… mascherando perverse prevaricazioni di ingiustizia.
Antonio Bello (Scritti di pace, ed Luce e Vita, 1997)
Ossezia, a Beslam. Una vicenda che in qualche maniera rinnovava l’orrore e rendeva evidente il fatto che non soltanto avevamo fallito o smentito la principale promessa che avevamo fatto a noi stessi alla fine della seconda guerra mondiale, ma che vi era una capacità dell’orrore potenziata perché era in grado di coniugarsi con le più moderne tecniche della comunicazione di massa. Oggi siamo nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’orrore.

Senza alcun pudore
Siamo nell’epoca dello sgozzamento rituale che gira in internet, che viene videoripreso, e questo ci pone un problema. Perché ho l’impressione che se nella storia umana il carnefice ha sempre lavorato ma lo ha fatto cercando di occultare il corpo del proprio reato, di cancellare le tracce dei propri delitti, siamo giunti in un’epoca nella quale non c’è più vergogna, anzi la pubblicizzazione dell’orrore diventa in qualche maniera una porzione rilevante del programma politico, dei costruttori di morte, dei reclutatori di proseliti nel nome del medesimo programma di morte. Tutto questo chiede a noi pensieri più lunghi. Pensieri e atti più profondi di quanto, invece, non si abbia la sensazione di percepire nel lessico e nella gestualità della politica quotidiana, di tutte le parti politiche. Chiede a noi l’orizzonte della guerra infinita e quello del terrorismo. Entrambi protagonisti che ci tolgono il fiato, che in qualche maniera tendono a privarci del bene pubblico della politica, tendono a parlare loro e i popoli a tacere, a essere spettatori passivi di questa sorta di carneficina in technicolor e in diretta televisiva.
E dico tutto questo perché non riesco – lo dico a me stesso – a parlare delle carte, delle sacre carte come quelle di una Costituzione, decontestualizzando il momento che viviamo. Penso che le cose che accadono nel mondo rendono più forte il nostro dovere di difendere la Costituzione italiana così come interrogano tutti noi sull’altezza e sulla qualità di quella Costituzione europea che in qualche maniera è entrata in crisi dopo il doppio voto referendario in Francia e in Olanda. Per quale motivo ci sentiamo ancora così innamorati della Costituzione italiana?
E perché è così larga e lunga l’emozione del popolo italiano ogni qualvolta si tenti di manipolare le parti fondamentali della Costituzione italiana? Perché essa non è un prodotto artificiale, non è nata nel laboratorio di un ceto separato, ma è un inchiostro lavorato anche con il sangue del popolo italiano. È compromesso altissimo realizzato tra la parte migliore della cultura liberale, della cultura delle garanzie, della protezione delle libertà individuali e la parte migliore delle grandi culture di ispirazione sociale, legate al mondo cattolico, e legate al mondo del socialismo e del movimento operaio. Questa è la Costituzione italiana. Una Costituzione che parlava della storia di un popolo, delle tragedie di un popolo, e quando vergava la scrittura dell’articolo 11 lo faceva non per imbelle pacifismo o per utopismo astratto, ma perché aveva di fronte a sé la scena di quella immane carneficina che era cominciata nel 1915 ed era finita nel 1945. Un’immane e lunga storia di sangue nel teatro europeo. Ora siamo chiamati a intrecciare parole e percorsi di pace sulla scena. È una suggestione, ma è anche una politica.


Il Mediterraneo è un’idea. È un mare che non possiamo ridurre a una cartolina illustrata. Lo evochiamo perché abbiamo sentimenti di pace. Ma lo stesso Mediterraneo è anche un grande cimitero. Il nostro Mediterraneo è come le Twin Towers rovesciate, con la testa che affonda nei fondali di questo mare. Se si facesse il conto di quanti sono i migranti affogati nel nostro mare, saremmo dinnanzi a qualche cosa di paragonabile alle Twin Towers. Ed è una strage altrettanto programmata, benché da parte nostra assimilata e metabolizzata come qualcosa che assomiglia alle intemperie. Noi guardiamo al Mediterraneo come al luogo dei flussi migratori, al luogo degli incontri e dei viaggi, al luogo degli scambi. Guardiamo al nostro Mediterraneo ricordando che

Morti due volte
Ci sono dei giorni dell’anno che, con un piccolo sforzo, riusciamo a ricordare perfettamente; sono soprattutto quelli a ridosso delle festività. Uno di questi giorni particolari è il 26 dicembre... Ci pensiamo e subito torna alla mente quello che stavamo facendo. Un pasto leggero per attutire l’abbuffata dei giorni precedenti, la carta da regalo da raccogliere, le telefonate di auguri ancora da fare, insomma un giorno uguale per ogni anno che passa.
D’ora in poi ciascuno a quest’immaginario dovrà, per dovere civico, aggiungere una nuova immagine: quella dei 283 immigrati clandestini di origine pakistana, indiana e tamil morti nel naufragio al largo di Portopalo, nel canale di Sicilia, alle tre del mattino del 26 dicembre 1996.
Giovanni Maria Bellu, inviato speciale del quotidiano la Repubblica, ha ricostruito nel libro I fantasmi di Portopalo, tutto il viaggio di questi giovani immigrati, che nei giorni successivi al naufragio subirono l’ingiuria di essere ripescati e ributtati in mare.
[...] “Fu una cosa inevitabile. Li ributtavano in mare perché avevano paura di perdere tempo con la burocrazia. Era successo qualche mese prima a uno di loro. Ma questa – precisa a voce ancora più bassa – non è una cosa ufficiale”.
Questa la dichiarazione del vicesindaco e assessore alla pesca di Portopalo.
Ci sono voluti cinque anni prima che la nave fantasma avesse gli onori della cronaca e l’impegno economico di un quotidiano per ritrovare il relitto della nave. Prima di allora solo quel sognatore di Dino Frisullo aveva cercato invano di abbattere il muro di gomma.
È bene anche ricordare i nomi di coloro che più di tutti portano su se stessi la vergogna dell’Italia perché anche se occupavano posti da cui avrebbero potuto intervenire preferirono girare la testa dall’altra parte. Primo Ministro Romano Prodi, Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano.

Giovanni Maria Bellu, I fantasmi di Portopalo. Natale 1996: la morte di 300 clandestini e il silenzio dell’Italia, Mondadori 2004.
I fantasmi di Portopalo fu il luogo in cui Ulisse viaggiava. Uno dei motivi per cui qualcuno di noi si batte contro la costruzione del ponte sullo stretto di Messina è che vorremmo che la natura continuasse anche a spaventare un po’ Ulisse con le sue creature mitologiche, come Scilla e Cariddi. Ma saremmo ipocriti se non vedessimo che questo Mediterraneo è macchiato, turbato da alcuni buchi neri, non solo per i rumori di guerra dello sfondo, ma perché tutti noi siamo stati reclutati a una cultura di guerra.
Io intendo onorare le leggi dello Stato, intendo onorarle meno quando rappresentano una violazione dei diritti fondamentali della persona. Ciascuno deve esercitare, con grande saggezza ed equilibrio, la propria responsabilità. La mia responsabilità è tutelare i diritti e la vita di qualunque essere umano si trovi nel territorio pugliese, sia bianco che nero. Sono stato educato alla scuola di don Lorenzo Milani e del dovere alla disobbedienza quando l’obbedienza implica la corresponsabilità in un gesto di violazione dei diritti umani o della dignità degli altri.
Ci sono luoghi in Italia definiti di accoglienza, ma che intanto sono cinti da filo spinato, sono militarizzati. Sono luoghi nei quali si compie, nel silenzio generalizzato, un piccolo grande abominio, una piccola sovversione di principi fondamentali della nostra civiltà giuridica. In questi luoghi noi esercitiamo il nostro sentimento di onnipotenza decretando, per alcune persone che vengono da lontano, quella che possiamo chiamare la detenzione amministrativa, una privazione della libertà personale che non viene disposta da nessun giudice, da nessun tribunale. Credo che questo, benché scritto in una norma di legge, sia violazione di tutta la nostra storia, di tutta la nostra cultura. Violazione dei diritti fondamentali degli esseri umani. Il diritto alla libertà è un diritto fondamentale. Il diritto a fuggire dalla propria storia di morte e di miseria, il diritto a viaggiare, a cercar migliore fortuna, era un diritto consentito a tutti nelle società classiche, nelle epoche antiche. Ora è un diritto negato nel mappamondo del Pensiero Unico del Mercato.
Come Presidente della Regione Puglia, non voglio inchinarmi a questa legge illegale. Quando si interrompe la tensione alla promozione dei diritti umani, comincia una storia pericolosa per tutti. Suona un allarme. Appare Guantanamo dietro l’angolo, perché una sola persona privata del suo diritto alla libertà, alla vita, alla salute, è tutto il mondo.
C’è un posto della Puglia, nella Provincia di Lecce (uno di quei posti in cui ancora si parla greco antico, il Grico) in cui è affisso un cartello scritto in greco antico: “In questo posto – il paese si chiama Calimera –nessuno è forestiero”. È un cartello molto, molto antico. Quanta saggezza nei nostri avi!

Voglia di comunità
Per noi il Mediterraneo è il luogo nel quale poter ricostruire un’idea del Sud. Abbiamo vissuto per un quindicennio la scomparsa della questione meridionale, perché soggiogati dalla predicazione padana della secessione. Siamo rimasti un po’ smarriti, le classi dirigenti tutte sono rimaste subalterne alla questione settentrionale. Con una differenza di fondo: la questione settentrionale nasceva come progetto di separazione, mentre la questione meridionale è nata come prospettiva di unificazione.
Il pensiero meridionalista ha inventato, o ha contribuito a inventare, l’idea dell’Europa. La terra di Puglia, posso dire con qualche nostalgia, ha offerto i natali ad Aldo Moro che pensò al Sud come al tratto organizzato di congiunzione tra Europa e Mediterraneo. Lo seppe fare con atti coraggiosi, azioni di conoscenza dei popoli che erano sull’altra sponda del mare e di costruzione di ponti di dialogo. Noi oggi abbiamo il dovere di progettare questo Sud, ritornando a immaginarci non dentro un mondo nel quale all’integrazione dei mercati corrisponde la disintegrazione delle piccole patrie della microconflittualità localistica. Possiamo ricostruire il Sud a due condizioni. In un momento di grande recessione di crisi sociale, per il nostro Sud non c’è salvezza se non facendo leva su un elemento del tutto nuovo: una straordinaria, inedita cittadinanza.
È come la nascita di un nuovo popolo meridionale e di una nuova idea del proprio senso civico, di una voglia di comunità. È un fenomeno in formazione, contraddittorio, spurio. Ma ha tutte le caratteristiche di un movimento di cittadinanza, che sente con forza il richiamo a immaginare la propria salvezza nella costruzione di una grande trama di dialogo.
In una preghiera don Tonino Bello – che fu profeta, poeta e a modo suo politico – diceva: “È come se gli uomini fossero angeli con un’ala soltanto e per volare, per non precipitare, devono abbracciarsi”. E questa preghiera era collocata proprio in quel cammino verso Sud, verso gli sguardi che si perdono nell’infinito del mare dove puoi intuire che dall’altra parte dell’orizzonte ci sia un’altra umanità, un’alterità. Non nemici da cui difenderci, ma forestieri che vengono ad arricchirci, a darci il dono della loro diversità culturale.
È su questi sentieri, che noi proviamo a camminare.

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