ARMI

Export armi, trasparenza addio

L'ultima relazione presentata dal Governo al Parlamento sulla legge 185.
Controlli aggirati, conflitti d'interesse e vendite a Paesi in guerra.
Luciano Bertozzi

Per l’industria bellica italiana è stato un 2002 con dati contraddittori. Infatti, si registra un aumento dei nuovi contratti pari a 920 milioni di euro (+ 6,6% rispetto al 2001) e una diminuzione rilevante delle armi fornite, pari a 487 milioni (13,7% rispetto al 2001).
Queste cifre sono fra gli elementi più significativi contenuti nella relazione che il Governo ha presentato recentemente al Parlamento, in cui descrive lo stato dell’industria militare nel corso del 2002. La differenza è dovuta al fatto che l’importo delle forniture può essere scaglionato nel tempo e quindi non coincide, necessariamente, con il valore dei contratti.

A chi abbiamo venduto
A ogni modo il documento governativo fotografa un aspetto fondamentale della nostra politica estera. È tuttavia da rilevare che i mass media e le Camere non gli hanno dato il risalto necessario. Comunque ecco la classifica dei Paesi cui sono stati autorizzati i contratti. Al primo posto è la Spagna con 246 milioni di euro, cioè il 27% del totale. È da sottolineare che gran parte di tale importo è dovuta alla commessa di 61 blindati prodotti dal consorzio FIAT Oto Melara, del valore di 218 milioni. Ai posti immediatamente successivi vi sono il Kuwait con 83 milioni, la Francia con 67, la Repubblica Ceca con 49, Singapore con 46, l’India con 37, gli Stati Uniti con 36, la Germania con 30, l’Arabia Saudita con 29, la Malaysia e il Venezuela con 27. Con importi minori seguono la Cina con 23, la Turchia con 20, l’Algeria con 17. Con contratti di valore ancora inferiore ci sono, fra gli altri, la Siria con 12, il Regno Unito con 10, l’Egitto con 6, Taiwan con 5, il Pakistan con 4.
Per quanto riguarda le armi fornite la classifica è diversa. Al primo posto c’è la Malaysia con 42 milioni, seguono la Corea del Sud con 41, Dubai con 37, gli Stati Uniti con 30, la Turchia con 19, la Siria con 18, il Pakistan con 17, l’Algeria con 15, Singapore e Cina con 10, l’India con 8, Brasile, Canada e Venezuela con 6. Con importi minori ci sono anche il Kuwait ed Egitto con 2. Ancora più distanziati ci sono Sud Africa e Israele con 1. All’elenco è da includere pure la fornitura di nulla osta per servizi militari, in pratica addestramento e assistenza tecnica. È un capitolo assai poco dettagliato della Relazione, tuttavia, si possono citare fra i principali fruitori India, Pakistan, Turchia, Arabia Saudita, Cina, Egitto, USA, Marocco, ecc..
Quest’arida elencazione fornisce la concreta dimostrazione di come la legge 185, che disciplina il commercio delle armi made in Italy, sia stata sostanzialmente svuotata di contenuto. Essa prevede, infatti, il divieto di esportazione ai Paesi belligeranti, i cui governi siano responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali sui diritti umani e con spese militari troppo elevate.

E il Governo?
Ecco qualche caso di nostri clienti: India e Pakistan sono sull’orlo di una guerra nucleare, la Cina occupa il Tibet da oltre 50 anni, la Turchia rischia di non entrare nell’Unione Europea proprio a causa del mancato rispetto delle libertà fondamentali, l’Algeria è alle prese con un conflitto civile che ha causato più di centomila morti, per la Casa Bianca la Siria fa parte dell’Asse del male, addirittura Washington le contesta di aver venduto all’Iraq visori notturni, forse gli stessi che un’azienda di Stato, le Officine Galileo, hanno venduto regolarmente a Damasco. Di Israele è quasi inutile parlare, a ogni modo è utile ricordare che è una potenza nucleare, possiede armi chimiche e batteriologiche, ha violato impunemente decine di risoluzioni ONU e occupa i territori dal 1967. In Egitto la tortura è una pratica abituale e in Arabia Saudita vige una monarchia assoluta, senza Costituzione con un regime non molto diverso dai talibani dell’Afghanistan, in cui le donne non possono nemmeno avere la patente di guida!
La Relazione, purtroppo, non consente di incrociare i dati fra Paese acquirente e tipologia di armamento. Il motivo? “Tutelate la riservatezza commerciale”. Alla faccia della trasparenza. A ogni modo le armi vendute sono per lo più relative a pezzi di ricambio, ben il 97% delle autorizzazioni interessa armi di valore fino a 10 milioni, appena il 2,5% è relativo a commesse di valore compreso fra 10 e 50 milioni e appena tre autorizzazioni sono di valore superiore a 50 milioni.
La Relazione consente anche di vedere quali sono le principali aziende esportatrici. Si registra un prevalere delle aziende che tramite Finmeccanica hanno come azionista di riferimento lo Stato e quelle targate FIAT. Al primo posto c’è il consorzio Iveco Fiat Oto Melara con 221 milioni, seguono Oerlikon Contraves con 104, l’Oto Melara con 93, la Meteor con 65, la Galileo Avionica con 61, l’Alenia Marconi System con 42, la Wass con 35, la Fiar con 33 e la FIAT Avio con 25. Al riguardo è da evidenziare che il Governo si trova davanti a un conflitto d’interessi. Da un lato deve controllare rigorosamente le esportazioni e dall’altro è interessato come azionista del buon andamento di aziende di cui è in parte proprietario.

Il ruolo delle banche
La relazione governativa consente anche di conoscere in dettaglio, l’attività di supporto svolta dagli istituti di credito. Le autorizzazioni bancarie sono state pari a 736 milioni, sono cresciute del 16% rispetto al 2001, ecco la classifica: al primo posto la spagnola Banco Bilbao Vizcaya(29,4% del totale), seguita da BNL (18,7%), Banca di Roma (13,4%), San Paolo – IMI (11%), Intesa BCI (7,4%), Credito Italiano e Unicredit (6,8%) e Barclays Bank Plc (4,3%).

Addio alla legge 185
Con 134 voti a favore, 95 contrari e due astenuti il Senato ha approvato, il 27 marzo scorso, il disegno di legge 1547 che, ratificando l’Accordo di Farnborough sull’industria europea della difesa, modifica la legge 185 del 1990 sull’export di armi italiane.
“È scandaloso che l’Italia abbia deciso di procedere all’eliminazione di quelle importanti forme di controllo che hanno regolamentato il commercio di armi fino ad oggi”, ha commentato Tonio Dell’Olio, portavoce della Campagna “Contro i mercanti di morte, difendiamo la 185”. Lo scandalo è aumentato dal fatto che la maggioranza ha approvato (in quattro sedute!) questa legge mentre l’attenzione dell’opinione pubblica era concentrata sulla guerra in Iraq.
Ora la palla passa nuovamente alla Camera (che aveva già approvato in prima lettura la legge nel giugno scorso) che dovrà riapprovare la legge che il Senato ha modificato in un paio di articoli.
Anche per questo, la Campagna a difesa della legge 185 continua.
Info: http://www.banchearmate.it

Un aspetto positivo è relativo al fondo comunitario Konver per la riconversione produttiva dell’industria militare e delle basi dismesse, alla fine del 2002 sono stati esauriti i fondi disponibili, pari a 57,4 milioni di euro. Sarebbe auspicabile un rifinanziamento del programma. È infatti evidente che se si applicano normative rigide sull’esportazione di merci così sensibili bisogna dare un’alternativa alle imprese e ai lavoratori del settore. Oggi che i sindacati italiani (CGIL e CISL) hanno condiviso la battaglia per la difesa della legge 185 dagli stravolgimenti voluti dal Governo Berlusconi e dalla maggioranza che lo sostiene in Parlamento è necessario uno sforzo ulteriore verso quella cultura della pace richiesta dai milioni di cittadini che hanno ribadito il “ripudio della guerra”. In altre parole appare necessario un intervento agevolativo pubblico, che incentivi la fuoriuscita dal militare.
Del resto anche la Relazione afferma che “il made in Italy militare è modesto sui mercati internazionali, ma è anche di qualità non ottimale, sia rispetto alle potenzialità sia rispetto al peso specifico delle altre nazioni”. L’Italia, si legge sempre nella Relazione, “non riesce a fare sistema. Infatti rispetto all’economia del Paese, le dimensioni dell’aerospazio e della difesa sono rapportabili, con riferimento al 2002, all’1,2% della produzione industriale nazionale e a circa l’1% degli addetti industriali”.
È appurato, quindi, il modesto peso del comparto militare rispetto al totale dell’industria; allora perché invece di perseguire il rafforzamento di questo settore non si punta con forza alla sua riconversione? Ecco, questo sarebbe il modo migliore per festeggiare i 40 anni della Pacem in Terris.

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