BEATITUDINI

Scegliere le pietre di scarto

I poveri, i poveri veri, hanno sempre ragione,
anche quando hanno torto
Luigi Ciotti

Mai come in questi mesi mi capita di sentire la presenza di don Tonino Bello.
Avete letto bene: dico presenza e non assenza. Pur se Tonino ci ha lasciato il 20 aprile del 1993, infatti, il suo ricordo forte e la sua presenza attiva ci accompagnano ogni giorno nell’impegno e nella preghiera, nel nostro essere credenti e cittadini, uomini e donne capaci di fede ma anche di criticità, magari capaci come lui ci esortava a fare di sognare a occhi aperti un mondo migliore.
I sogni diurni si realizzano sempre, diceva. Specie in questi giorni cupi, in questo clima avvelenato dai preparativi di guerra, noi dobbiamo allora tenere gli occhi bene aperti: per vigilare, ma anche per sognare il cambiamento possibile. Possibile, se sapremo, appunto, essere e sognare assieme.
Noi, comunità di credenti e associazioni di cittadini. Noi, che vogliamo e possiamo riaffermare la forza delle parole e della Parola. Proprio quando le parole e le scelte dei potenti sembrano non lasciare speranze alla pace, noi, se sapremo essere assieme, potremo costruire alla pace nuove possibilità. Assieme. Come il 15 febbraio scorso, come nel digiuno del 5 marzo, come nelle marce della PerugiaAssisi, come nelle nostre chiese e nelle nostre piazze.

Fratello vescovo
Il suo segreto: “Ama la gente, i poveri soprattutto, e Gesù Cristo; il resto non conta”.
Il mio incontro con don Tonino, verso gli anni ’90, è stato un po’ casuale e un po’ cercato, per quella serie di circostanze che poi lasciano una traccia profonda della vita.
In una rivista capitatami tra mano avevo trovato un articolo dal titolo alquanto particolare, Maria donna feriale, e scorrendolo ero rimasto sorpreso dalla delicatezza e profondità nel cercare di leggere i sentimenti di Maria di Nazareth nel suo vivere quotidiano con la gente, le cose, Giuseppe, il lavoro, gli anni che passano, e insieme dalla magia delle parole che si succedevano semplici e luminose come le perline di una collana o di una corona del rosario.
Portava la firma di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, di cui conoscevo ben poco se non qualcosa di un’azione popolare per la smilitarizzazione della Puglia e di un grande raduno di giovani all’Arena di Verona. Così ho pensato di incontrarlo, raccogliendo l’occasione dell’annuale assemblea dei vescovi italiani, e l’ho cercato in mezzo a tanti durante un intervallo dei lavori.
L’ho trovato solo, assorto, quasi pensoso (anche altre volte l’ho incontrato così, non c’era molta gente intorno a lui), ma appena l’ho salutato ho visto il suo volto illuminarsi e ho avvertito dal suo sguardo, dalla sua voce e attenzione, la presenza di un fratello, di un amico vero. Ci si accorge subito quando la conversazione è formale e quando invece c’è l’interesse alla persona, l’attenzione vera, la sintonia cordiale, senza la tentazione di seguire con la coda dell’occhio l’andirivieni delle persone per individuare quelle che contano.
Ho compreso solo più tardi il segreto di quell’attenzione alla persona, così totale come se fosse l’unica, quando ho letto sul masso che sovrasta la tomba le sue parole: “Ama la gente, i poveri soprattutto, e Gesù Cristo; il resto non conta”.
Così è nata un’amicizia “da lontano” (ci vedevamo una volta l’anno), e ho cominciato a seguire la sua appassionata opera di pace, a ricercare i suoi scritti con le tante domande che ponevano, fino all’avventura di Sarajevo nell’inverno ’92, meravigliato per l’audace intuizione e colpito dal suo volto emaciato, a causa della malattia che lo insidiava.
Ho appreso della sua scomparsa a Sarajevo, dove eravamo giunti in delegazione Cor Unum e Caritas Italiana, con la quale a quel tempo collaboravo, proprio il 20 di aprile, dopo un viaggio fortunoso, e il giorno dopo la notizia era sulla bocca di tutti, perché ricordavano con commozione la sua presenza che aveva qualche mese prima illuminato la speranza in una città assediata.
Non avrei mai pensato di dover raccogliere, qualche tempo dopo, il compito che fu suo per tanti anni della presidenza di Pax Christi, anche questa una sorpresa legata alla storia di Bosnia durante l’esperienza di Mir Sada.
Così, trovandomi a continuare la sua opera e totalmente sprovveduto in Pax Christi ho cercato di conoscerlo meglio e molto mi ha aiutato quella biografia scritta a caldo e vibrante di commozione, Don Tonino fratello vescovo, da cui emerge la sua figura luminosa e si intravede lo spessore della sua interiorità.
Una statura, quella di don Tonino, che è andata crescendo in questi dieci anni dalla sua dipartita da noi e lo attesta il continuo pellegrinaggio alla sua tomba, diventata una meta di speranza; la sorprendente diffusione dei suoi scritti e delle sue parole e la memoria di benedizione di questo fratello vescovo, che amo vedere e definire un profeta, un poeta e un santo.

Mons. Diego Bona
vescovo di Saluzzo

Noi, assieme a don Tonino. La sua presenza c’è per davvero: basta saperla riconoscere, basta predisporsi a ricordare l’eco delle sue parole, della sua forza profetica. Basta raccogliere e rilanciare in alto le parole e i semi della pace che lui ha distribuito e reso fecondi lungo tutta la sua vita.
Spesso “sembriamo notai dello status quo, dell’esistente, e non i profeti dell’aurora che irrompe, del futuro nuovo, dei cicli nuovi, delle terre nuove”, diceva poeticamente oltre che profeticamente Tonino. La necessità del cambiamento è stata una costante del suo pensiero e delle sue sollecitazioni.
Come, di nuovo, non vederne l’attualità, mentre finalmente milioni di persone vanno ripetendo nelle strade, nei convegni, nel lavoro e nello studio quotidiani che “un altro mondo è possibile”? Di più: quel mondo nuovo che sogniamo a occhi aperti è già in cammino, è in costruzione. Grazie anche a Tonino.
Certo, fosse ancora vivo, oggi don Tonino rischierebbe di passare per “disobbediente”, di riscuotere accuse o di provocare qualche interrogazione parlamentare da parte di quei politici così lesti a par lare di giustizia, e magari di Dio, e così capaci di alzare la manina senza esitazioni quando si vota l’adesione agli interventi militari o per cambiare in peggio le leggi esistenti. Un fatto, quest’ultimo, che succede sempre più spesso.
Le chiamano riforme perché si vergognano di ammettere che, all’opposto, sono vere e proprie controriforme, salti nel passato, smantellamento delle garanzie e dei diritti sociali. Che riguardino il sistema penale minorile, l’immigrazione, il lavoro. O, appunto, la pace e le armi.
L’attività legislativa e politica appaiono talvolta non già luoghi e sedi in cui si persegue il bene comune e l’interesse generale, o almeno ci si prova, ma piuttosto momenti in cui si afferma la regola del più forte, degli interessi e dei privilegi che vengono rafforzati a danno dei più deboli.
In questi mesi siamo andati spesso a manifestare davanti al Senato oppure, dentro, a incontrarne il presidente. Eravamo lì per difendere la legge 185. E Tonino, che quella legge del 1990 aveva fortemente promosso e voluto, era ancora e sempre con noi in questa nuova campagna “Contro i mercanti di morte: difendiamo la 185”.
Al solito, era in prima fila quando c’era da rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani, quando bisognava correre rischi e accettare fatiche; in ultima fila, invece, quando c’erano da riscuotere applausi, consensi, potere o consolazioni. Come gli disse monsignor Mincuzzi, ordinandolo vescovo il 30 ottobre 1982: “Per quanta mitezza e discrezione ci potrà mettere Tonino, dovrà annunciare le beatitudini, i paradossi evangelici, dovrà condannare la violenza, la possibilità di manipolazione delle masse; sarà malvisto e non avrà consolazioni neppure da coloro che gli appartengono”.
Don Tonino trovava le sue consolazioni accogliendo nella sua casa immigrati e sfrattati; si sentiva felice quando riusciva a servire gli ultimi, anziché a servirsene, come troppi fanno, anche nelle nostre associazioni e comunità.
Agli ultimi, alle “pietre di scarto”, don Tonino guardava con la irrinunciabile consapevolezza che i poveri, gli esclusi non devono essere oggetto di assistenza, semplici destinatari di servizi o, peggio, di elemosina, bensì soggetti di diritti, cittadini cui riconoscere la dignità, oltre che garantire il soddisfacimento di bisogni. “I poveri, i poveri veri, hanno sempre ragione, anche quando hanno torto”: questa era la sua convinzione e il messaggio che trasmetteva.
Questa è la verità che molti di noi hanno imparato dalla strada, condividendone le fatiche e anche le durezze. Questa è una verità che, prima ancora, abbiamo imparato dal Vangelo. Laddove siamo invitati a essere giusti, a riconoscere la fame e la sete di giustizia, non semplicemente a essere buoni. Tonino Bello ci aveva spesso segnalato i limiti di una solidarietà che non sappia farsi ed essere cultura critica, trasformazione dell’esistente, cammino di giustizia. Perciò la sua opera e profezia è stata scomoda, dunque vera; vera, dunque scomoda.
E non c’è verità possibile se non si accetta che essa ci turbi, che ci costringa a cambiare. Questa è la fede cui Tonino Bello esortava: “II Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno. Finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”. I poveri hanno sempre ragione, ma troppo spesso vengono usati per quelle “scalate”, per costruire carriere, successo, visibilità, anche nelle nostre associazioni e comunità.
Ricordo tanti interventi di don Tonino; l’ultimo, una settimana prima di morire, al “camposcuola” del Gruppo Abele. Una fatica e un regalo grande di cui gli sono molto grato. Perché a quel momento di formazione della nostra associazione don Tonino era venuto con le forze già esili, con il fisico già quasi vinto dalla malattia, con il “drago” che gli scavava dentro silenzioso e inesorabile.
Ma ha voluto venire, con la generosità e l’entusiasmo dell’educare. Ricordo che, in quell’occasione, siamo andati a prenderlo all’aeroporto: il volo era giunto, ma non lo vedevamo arrivare, nessuno sapeva dove fosse finito, cosa fosse successo.
Poi lo trovammo: aveva incontrato una signora anziana, immobilizzata su una carrozzella e lui, incurante di tutto, si era trattenuto ad assisterla, ad aiutarla a scendere dall’aereo, a occuparsi dei suoi bagagli.
Questa attenzione, questa spontaneità ci dice dell’intero modo di vivere del vescovo Tonino Bello: preoccupato sì della catechesi, ma attento alla concretezza dell’essere con gli altri. Dell’essere assieme. Perché solo assieme si può sognare a occhi aperti e operare cambiamento.

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