PAROLA A RISCHIO

Perdono, logica del Regno

La misericordia e la nonviolenza non sono un optional per la comunità dei credenti
Mons. Tommaso Valentinetti

Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: “Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: “Paga quel che devi!”. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello. (Mt 18,2335)

Il testo di Matteo della parabola del servitore spietato inizia in realtà con Pietro che domanda a Gesù: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. La risposta è: “Settanta volte sette”.
Qui c’è insieme il rovesciamento di una logica vendicativa, quella di Genesi 4,24 nei confronti di Lamech e nei confronti di Caino: non più settanta volte o settanta volte sette la vendetta, ma settanta volte sette il perdono.
È molto importante che questa parola sia messa sulla bocca di Pietro che, nella lettura dei Vangeli, è il primo, il più grande. Ed è colui che si pone per primo di fronte alla logica del perdono. È il più grande che affronta la logica e la richiesta precisa fatta al maestro. Una logica che certamente si riferisce al mistero del Regno dei Cieli, ma non può essere una logica astratta. Si incarna in Gesù Cristo e dentro la nostra vita e la nostra storia: perché il Regno dei Cieli inizia con la presenza di Gesù dentro la storia dell’umanità.
Dunque è una logica che ci interpella, perché noi oggi siamo già, anche se non ancora definitivamente, dentro il Regno dei Cieli. E così accogliamo la gratuità di Dio, che realmente ci interpella perché anche noi diventiamo – e lo dobbiamo essere – nella perfezione così come il Signore ci chiede: essere come Lui.

Logiche contrapposte
Alla domanda di Pietro segue la parabola, nella quale ci sono tre scene. La prima, con il padrone e il servo, dove parla solo il servo; una seconda con un dialogo tra i due servi; una terza scena dove c’è il padrone nuovamente con il servo: ma questa volta parla solo il padrone e poi lo scandalo patito dagli altri e un annuncio cosiddetto escatologico.
Siamo comunque di fronte a dei potenti, a persone che avevano una buona disponibilità di carattere economico. Le cifre di cui si parla sono molto elevate. E allora, il primo dialogo si risolve essenzialmente in una logica di misericordia, di perdono; il secondo dialogo, invece, si risolve in una logica vendicativa, di rivalsa, di prepotenza; il terzo dialogo è all’insegna del turbamento e della contrarietà da parte del padrone: il misericordioso è scandalizzato dalla mancanza di misericordia ed ecco, infine, l’annuncio di quello che può essere un evento escatologico finale.
Vorrei provare a rileggere questa parabola attraverso quattro categorie. Innanzitutto, attraverso la categoria del non uccidere. Essere gettati in prigione significava la morte, correre il rischio di non uscire più. Allora, guardare questa parabola all’interno di questa logica ci consente di fare una prima osservazione. Il padrone decide di non uccidere, il servo invece ha deciso di uccidere. Il non uccidere e la misericordia sono strettamente legati. La seconda categoria è quella dei mezzi: chi dei due personaggi usa i mezzi pacifici? Il primo, il signore, lo fa: sceglie di condonare tutto, senza riserve, perché è stato pregato. Il secondo no, decide di risolvere il suo problema facendo violenza.
La terza categoria è quella di leggere la storia con gli occhi delle vittime, di chi si sente minacciato: e qui sono gli altri servi, che si scandalizzano perché anch’essi vittime di situazioni difficili. E allora vanno dal padrone a riferire l’accaduto. E saranno ascoltati, saranno aiutati a rientrare in gioco. Il padrone si era messo dalla parte della vittima, di chi era debitore, condonandogli tutto il debito. Il servo non riesce a fare questo salto di qualità. Non riesce a mettersi anche lui dalla parte della vittima. Anzi: “Paga quel che devi… Abbi pazienza con me… Non volle esaudirlo e lo fece gettare in carcere”.
E, infine, l’ultima categoria è quella del perdono. Il padrone ascolta il servo perché questi lo aveva supplicato ed egli aveva avuto misericordia di lui. Il servo non riesce a entrare dentro la stessa logica.

Una profezia sorella
E questo ci dice che è sempre molto difficile partire dal presupposto di non uccidere. È sempre molto difficile vivere con mezzi pacifici. È sempre molto difficile stare dalla parte delle vittime. Ed è ancora più difficile percorrere le strade del perdono, della misericordia e della riconciliazione.
Noi riteniamo che questi percorsi siano possibili, che si debba ricercarli e attuarli. La storia recente ci ha insegnato che possibili percorsi di riconciliazione, nonviolenti sono attuabili dentro le nostre vicende storiche. Penso alla caduta del Muro, ai progetti politici di riconciliazione e di perdono che si son messi in atto anche in alcuni Paesi dell’Africa. E penso alle situazioni di riconciliazione e di perdono che possono mettersi in atto dentro le nostre storie, anche quelle di guerra che, purtroppo, nel mondo continuano ad affliggere sempre di più i poveri e le vittime.
Ma la parabola ci dice anche che un giudizio ci sarà e sarà contro ogni odio, contro ogni oppressione, contro ogni mancanza di perdono perché, se è vero che il Padre celeste salverà ogni creatura – e noi lo vogliamo credere con molta forza e con molta decisione – è anche vero che distruggerà nel suo giudizio ogni odio, ogni violenza, ogni mancanza di perdono.
È questo l’appello profetico di perdono che vogliamo portare dentro il cuore. Una profezia che un autore ha recentemente definito profezia straniera, ma che noi invece crediamo possa e debba essere profezia sorella della nostra storia e della nostra esistenza. I percorsi dei nostri gruppi, delle nostre comunità si devono avviare sempre di più in questa direzione. E il Dio del perdono e della pace ci conceda il suo sostegno e la sua forza.

Note

Vescovo di Termoli-Larino, Presidente nazionale di Pax Christi

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