ARMI

226 dollari a testa

Quanto si spende nel mondo per le spese militari?
Achille Lodovisi

È bene ricordare come tutte le analisi di questo tipo si basano su dati alquanto imprecisi e in molti casi inattendibili. Solo pochi Paesi dichiarano con sufficiente grado di precisione l’ammontare delle spese militari. Tra gli istituti di ricerca indipendenti specializzati, l’International Institute of Strategic Studies di Londra (IISS) e lo Stockholm International Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI), sono in grado di pubblicare serie storiche aggiornandole ogni anno.

Armi o sviluppo
Le stime relative all’ammontare delle spese militari mondiali a prezzi correnti per l’anno 2001 dell’IISS e del SIPRI sostanzialmente si equivalgono: 835,2 miliardi di dollari nel primo caso e 839 nel secondo. Questa cifra rappresenta circa il 2,6% del Prodotto Interno Lordo mondiale; nel 2001 ogni abitante del pianeta ha destinato 226 dollari della ricchezza da lui prodotta ai bilanci per le Forze Armate. La cifra è il risultato della media tra i valori dei Paesi industrializzati e produttori di petrolio e le stime relative alle Regioni più povere del pianeta. Nel primo caso le spese militari pro capite oscillano tra i 370 dollari per i Paesi della NATO (con punte di 1.128 per gli Usa, 583 per la Gran Bretagna e 553 per la Francia), ai 440 della Russia, sino ai 584 del Medio Oriente e Nord Africa. Nelle aree più povere (Asia Centrale e Meridionale, Africa sub sahariana), il valore medio è rispettivamente di 38 e 21 dollari pro capite.
La spesa militare mondiale si concentra dunque nei bilanci degli Stati industrializzati.
I primi cinque Paesi in questa graduatoria – Usa, Russia, Francia, Giappone e Gran Bretagna – coprono il 57% del totale, i primi quindici (tra questi anche l'Italia) l’80%, mentre tutti i Paesi dell’Africa e dell’America Latina raggiungono solo il 5%. Sarebbe fuorviante, nel tentativo di comprendere quale sia l’influenza reale delle spese militari sulle condizioni economiche e sociali delle popolazioni, limitarsi a considerare solo i valori assoluti senza porli in relazione con la ricchezza prodotta e il livello di vita di ogni singolo Stato o Regione. Per un cittadino di un Paese ricco e dall’elevato Indice di Sviluppo Umano (HDI) il peso reale degli stanziamenti per le Forze Armate è senza dubbio minore rispetto a quello che grava sulle spalle di coloro che vivono in realtà povere. In queste ultime, data la scarsità di risorse, la decisione di aumentare le spese militari significa la sottrazione di mezzi indispensabili per attività e servizi essenziali come la pubblica istruzione, la sanità, la previdenza e per le dotazioni infrastrutturali (strade, acquedotti, fognature, ecc.). Tabella 1
Nella tabella 1 si propone, come strumento per una prima comprensione di massima delle dimensioni del problema, una comparazione tra l’HDI e l’incidenza delle spese per la sanità, per la pubblica istruzione e militari sul PIL in alcuni Stati africani, asiatici, europei e mediorientali, molti dei quali sconvolti da conflitti interni o con altri Paesi.

I conflitti interni
Sono poi le guerre civili ad avere l’impatto più forte e duraturo sulle condizioni di vita delle popolazioni; dal 1990 al 2000 esse hanno provocato 3,6 milioni di vittime (il 95% delle quali civili) contro le 220.000 delle guerre tra Stati. Una volta terminati, i conflitti interni continuano a far gravare il loro peso sulle società che hanno devastato per anni: ben sette tra gli ultimi dieci Paesi al mondo nella graduatoria per indice di sviluppo umano nel 2000 – cioè Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Mozambico, Burundi, Niger e Sierra Leone – sono stati interessati da simili guerre che, se si escludono Sierra Leone e Burundi, sono terminate tra il 1994 e il 1997. Nel solo Mozambico, dove l’accordo di pace tra le fazioni è stato raggiunto nel 1995, il conflitto ha distrutto più del 40% degli edifici scolastici e dei centri sanitari, mentre la capacità produttiva delle industrie locali è oggi a un livello pari al 2040% di quello antecedente al conflitto scoppiato nel 1975.
Il legame tra conflittualità e presenza di tensioni, militarizzazione della spesa pubblica e diminuzione delle risorse destinate allo sviluppo umano, si manifesta anche in alcuni Paesi con medio HDI come Siria, Iran, Arabia Saudita, Giordania, Turchia, Armenia, Russia, Cina e Sri Lanka. Il caso di Israele sembra invece dimostrare il contrario, ma per esaminarlo con maggiore precisione e trarre una conclusione di massima bisognerebbe calcolare l’influenza che ha sull’economia e lo standard di vita del Paese il grande flusso di aiuti finanziari proveniente dall’estero, e in particolare dagli Usa.
Anche nei Paesi ricchi, se si aumentano in misura notevole le spese militari in presenza di una fase economica sfavorevole, o semplicemente in eccesso rispetto alle reali capacità di farvi fronte con un aumento della produzione di ricchezza, si possono concretare scenari di deprivazione simili a quelli che si verificano nei Paesi poveri. Se c’è un assioma che le guerre condotte dai Paesi industrializzati negli anni Novanta hanno contribuito a mettere in discussione è quello che vede nell’aumento delle spese militari un possibile volano per la ripresa economica.

L’evoluzione delle spese
I dati del SIPRI indicano che gli stanziamenti per le Forze Armate nel mondo hanno ripreso a salire (+7% nel periodo 1998 2001, cfr. Tabella 2) dopo aver conosciuto una contrazione negli undici anni compresi tra il 1987 e il 1998. Il dato relativo al 2001, pari a una spesa militare mondiale di 772 miliardi di dollari a prezzi costanti 1998, si riferisce ai soli bilanci adottati e non tiene in considerazione le consistenti attribuzioni straordinarie decise negli Usa e in altri Paesi dopo gli attentati dell’11 settembre 2001; si potrà avere un’idea della portata di questa nuova corsa all’aumento delle spese militari solo dopo aver esaminato i dati relativi all’anno 2002.
Si evidenzia l’aumento delle spese militari in Africa, nell’America Centrale e Meridionale, nell’Asia Meridionale e Orientale e in Medio Oriente. Ad esempio, in Asia meridionale, India, Pakistan e Sri Lanka (nell’ordine per quanto riguarda la dimensione dei bilanci militari) sono Paesi scossi da conflitti armati interni e impegnati a combattere vere e proprie guerre striscianti. Nel contempo la qualità della vita delle loro popolazioni non ha conosciuto quel sensibile miglioramento registratosi in altre Regioni asiatiche.
Se si limita l’analisi dell’evoluzione delle spese militari agli ultimi anni (1998 2001) il quadro che ne esce è più complesso. Le uniche aree nelle quali l’aumento delle spese militari è stato molto contenuto sono state l’Europa Occidentale e l’Oceania; nelle rimanenti la crescita è stata sostenuta, in particolare in Medio Oriente, nell’Europa Centrale e Orientale, in Africa, in Medio Oriente e in Asia Meridionale; il dato aggregato per tutte queste aree del mondo segnala la crescita del 25%, in termini reali, delle spese militari tra il 1998 e il 2001.
Nei Paesi dell’Europa Orientale che sono entrati a far parte della NATO si è registrato nel biennio 2000 2001 il primo incremento reale delle spese militari dopo la disgregazione del Patto di Varsavia. I budget delle Forze Armate restano tuttavia ben lontani dalle dimensioni che avevano durante la Guerra Fredda. Le difficoltà economiche di questi Paesi rendono quasi impossibili aumenti considerevoli dei bilanci, come quelli che vengono continuamente richiesti ai Paesi NATO da parte degli Stati Uniti per “adeguare” le loro Forze Armate ai nuovi compiti strategici e tattici imposti da Washington. L’aumento delle spese militari e l’acquisto di nuovi sistemi d’arma – in larga misura prodotti negli Usa o su licenza statunitense – sono divenuti gli unici parametri realmente impiegati per decidere l’ammissione di un Paese nell’Alleanza. Il vertice di Praga del novembre scorso ha confermato questa impostazione, che verrà applicata anche nel caso dell’ingresso dei Paesi baltici e di altri Stati dell’Europa Orientale.

Un ciclo perverso
In Africa, a partire dal 1997, la crescita delle spese militari si è fatta sostenuta soprattutto nella Regione subsahariana, la più povera del continente. Qui dal 1990 al 1999 circa 1.600.000 persone sono morte a causa di guerre, mentre nel 1999 – secondo la Banca Mondiale – ben 300 milioni di esseri umani vivevano con meno di un dollaro al giorno in condizioni di estrema povertà. Tabella 2 Tra il 1990 e il 2000 gli apparati militari sono intervenuti per condizionare le vicende politiche in ben 13 Paesi di quest’area. Il ciclo perverso impoverimento - guerra - militarizzazione - condizionamenti da parte di potenze esterne, che sta devastando l’intero continente africano, trae alimento dalle tensioni e dai conflitti interni nei quali i vertici degli apparati militari svolgono un ruolo di primo piano, sia direttamente che indirettamente, sfruttando gli eventi e le guerre – anche quelle in corso nei Paesi vicini – per imporre o rafforzare il loro controllo sulla società.
Per molti giovani africani, inoltre l’appartenenza alle Forze Armate o a bande impegnate in conflitti rappresenta l’unica alternativa a una vita di stenti senza prospettive. In molti Stati africani le spese per il personale hanno un peso elevatissimo, in alcuni casi superiore all’80% dei bilanci complessivi. Mantenere elevato il numero degli effettivi serve anche per non creare malcontento e ribellioni, infatti i programmi di riduzione delle Forze Armate sono dispendiosi e il loro reale successo è condizionato dalla creazione di opportunità di lavoro alternative e stabili, impresa assai ardua per le disastrate economie e società africane.
Una parte minore delle spese militari è dedicata alla manutenzione soprattutto delle infrastrutture e degli alloggi, mentre la presenza di un surplus di armi, in parte accumulato negli anni Settanta e Ottanta, in parte proveniente a costi estremamente bassi dagli arsenali dismessi del Patto di Varsavia e della NATO, ha ridotto notevolmente le cifre destinate all’acquisto di sistemi d’arma.
La partecipazione ai conflitti viene finanziata sia ricorrendo all’aumento delle spese militari (ad esempio, in Angola il bilancio militare nel 1992 incideva sul Pil per il 12%, un fardello quasi raddoppiato nel 1999: 23,5%) sia impiegando proventi finanziari derivanti dallo sfruttamento delle materie prime e dalle risorse energetiche e minerarie africane. Queste ultime vengono cedute dalle elite dirigenti locali o dai signori della guerra che controllano militarmente i territori di produzione ed estrazione, alle grandi società multinazionali del mondo industrializzato che le riversano nella loro filiera produttiva. Localmente tali trasferimenti provocano un afflusso di denaro, sotto forma di tangenti, a tutto vantaggio degli apparati di potere politico-militare che impiegano questi flussi finanziari parte per costruire propri patrimoni, parte per acquistare armi e assoldare mercenari. Di conseguenza, le cifre relative all’incidenza delle spese militari sui bilanci degli Stati africani e il peso che devono sostenere le economie e le società del continente sono ampiamente inattendibili.

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