STORIE

La vita dall'inferno

In occasione della prossima “giornata della memoria”,
rileggiamo l’incredibile vicenda di Maria Rosa Romegialli,
nata nel 1945 in un lager nazista.
Francesco Comina

È una storia incredibile. Vera. Una storia fatta di vite, volti, mani, carne, sangue e amore. Se fossi un regista ne avrei già scritto il canovaccio. Ma nemmeno Spielberg, forse, sarebbe in grado di pensare all’epopea che Maria Rosa Romegialli mi sta raccontando e che l’ha vista protagonista incosciente, insieme alla mamma Augusta.
È il miracolo della resistenza e del coraggio inerme nell’inferno dello sterminio e della spietatezza nazista. Nel mare dei sommersi e dei bruciati dai forni emerge quest’isola di sopravvivenza: la salvezza strappata con le unghie di una mamma e della sua creatura neonata nel campo di sterminio.

Nata fra i morti
E questo è il primo fatto drammaticamente eccezionale di questa vicenda. Pare che Maria Rosa sia l’unica neonata in un lager di cui si abbia documentazione. Gli altri, a migliaia, vennero immediatamente uccisi: soffocati dal gas insieme alle loro madri, ridotti a poltiglia e bruciati, massacrati di botte con i bastoni o gettati direttamente nelle fosse comuni. Le donne incinte dovevano sparire dalla faccia della terra.
I nazisti non avrebbero mai permesso ai “parassiti” di moltiplicarsi e “inquinare” il germe puro della razza ariana. Lo sterminio dei bambini nei lager avveniva in tanti modi a seconda delle leggi vigenti nel campo: dal colpo alla nuca (“Genickschuss”) all’annegamento. A Ravensbruck esisteva una saletta adibita a Kinderzimmer in cui i piccoli venivano abbandonati e lasciati in pasto ai topi. Ad Auschwitz la parola “Kind” era diventata impronunciabile. I neonati venivano gettati vivi nelle fiamme di un rogo acceso apposta per loro.

Augusta, la partigiana
Maria Rosa riannoda il filo del racconto, chiudendo gli occhi e lasciandosi trasportare – come fosse davvero un film – all’inizio della grande epopea di Augusta, la sua mamma naturale. È il 1943 e Morbegno, una cittadina della Valtellina vicina al confine con la Svizzera, cerca di sopravvivere alla guerra. Augusta Romegialli ha fatto la sua scelta di campo. Il marito, Franco Gusmeroli, è piantonato all’ospedale con la tubercolosi (morirà poco dopo) e praticamente da sola deve badare ai cinque figli. Ma il padre socialista, Romeo, l’ha formata al valore della solidarietà umana e della lotta contro le ingiustizie e le prevaricazioni di potere. Morbegno è un paese “bigotto”, dove ognuno sa tutto dell’altro. Augusta non può tacere. Il suo spirito antifascista esce allo scoperto.
Entra in contatto con la banda dei “ribelli” di Renato Carenini. L’attività del gruppo era tutta rivolta ad aprire vie di fuga in Svizzera per gli oppositori politici, gli ebrei e i prigionieri di guerra. Augusta fa la spola, quotidianamente, fra il confine e il paese di Morbegno aiutando centinaia di persone fra posti di blocco e rastrellamenti delle SS a passare al di là, dove la libertà torna a essere un valore positivo. Ma nel paese qualcuno comincia a prendere nota di questo “scandalo” e le chiacchiere sulla lotta partigiana di questa madre di famiglia cominciano a circolare. Una mattina di ottobre alcuni militari fascisti entrano in casa e l’arrestano davanti ai figli.

Le SS e lo stupro
È l’inverno fra il 1943 e il 1944. Augusta viene pigiata in un carro bestiame e condotta ad Auschwitz per la “rieducazione”. Rimarrà pochi giorni perchè per lei la destinazione è un’altra: Dachau. Nel luglio del ‘44, durante il trasporto avviene la tragedia che segnerà per sempre la sua vita e quella di Maria Rosa. Accade tutto in un lampo. Un ufficiale delle SS la chiama, la chiude in uno scompartimento e la violenta barbaramente.
(C) Archivio Mosaico di Pace Augusta è inorridita, ma sa che deve resistere perché quello è il destino degli internati. A Dachau scende traballando dal treno nel caos generale e nel campo incontra un vecchio amico, Stanislao Filoni, (anche lui internato), il maestro del suo figlio maggiore. Stanislao diviene depositario della verità. Ossia che Augusta è rimasta incinta dopo aver subito uno stupro violentissimo.
Ma il viaggio incredibile di Augusta Romegialli non è finito. Grazie alla sua buona conoscenza del tedesco e dell’inglese e con l’appoggio di alcuni capi del campo come i Pajetta riesce a farsi destinare nel sottocampo di Graz Steiermark, incaricata al riordino delle cucine. È lì che si svolgono gli ultimi mesi della sua gravidanza.

La vita sotto le bombe
Alla fine di marzo del ‘45 Augusta comincia a sentire le doglie del parto. Mancano pochi giorni. A fatica riesce a tenersi salda in piedi. Ma improvvisamente avviene un fatto eccezionale. Nel campo fanno il loro ingresso le ambulanze della Croce Rossa internazionale che prelevano – in virtù di un accordo politico – le prigioniere politiche francesi, belghe,olandesi, norvegesi e danesi.
Augusta tenta il tutto per tutto. Si spaccia come francese. Riesce a salire su una ambulanza e a raggiungere l’ospedale. Ma improvvisamente una serie di bombardamenti distruggono l’edificio facendo centinaia di vittime. Augusta riesce a stendersi nel piazzale, dove una infermiera l’aiuta a partorire. Ma non c’è tempo per fermarsi. Il fuoco alleato incombe dall’alto mentre squadre di nazisti mettono a ferro e fuoco la città e i paesi.
Augusta avvolge la piccola in una coperta militare e corre verso l’Italia. Insieme a un amico riesce a prendere un treno per Klagenfurt. Di lì, poi, a piedi riesce a raggiungere Villach. Ma un altro bombardamento la coglie di soprassalto. Augusta si rifugia nella cattedrale dove riesce a far battezzare la piccola con il nome di Maria Rosa Romegialli.

Il ritorno maledetto
Dopo qualche ora di riposo a Villach, Augusta decide di prendere il primo treno in partenza per l’Italia così da poter tornare nella sua casa a Morbegno. Il treno parte puntuale, passa il confine e dopo qualche giorno approda alla stazione di Milano. Augusta è esausta. Soffre terribilmente e ha la febbre. Si teme per la salute della bambina. A Morbegno trova il paese mezzo distrutto e affamato. La gente la guarda con diffidenza, lei – dicono in tanti – che anziché badare ai suoi figli ha preferito fare la partigiana.
Quando i familiari la vedono tornare con una figlia “illegittima” la buttano fuori casa e le sottraggono la piccola. Nessuno la cura. Augusta non ce la fa più e fugge a Milano con sofferenze psicologiche terribili. Non tornerà più in sé e morirà nel 1955 in un manicomio per un elettroschock.

“Chi sono io?”
Maria Rosa, nel frattempo, viene adottata da una famiglia “eccezionale”. Alfredo Ribolini e Vassilla Colombo continueranno a darle l’affetto e l’amore della madre. Ma a dodici anni Maria Rosa scopre la sua vera identità. Ed è come un pugno nello stomaco: “Dovevo andare a fare il passaporto – racconta – e quando mi rilasciano la carta spunta un altro cognome: Romegialli.
Io mi ribellai immediatamente e dissi: ‘No, no, io mi chiamo Ribolini’. L’addetto mi rispose: ‘Si faccia spiegare da sua madre’. Al che io andai dalla mamma a chiedere spiegazioni. Ma non volle raccontarmi nulla. Allora tornai in quell’ufficio e il signore mi rivelò che ero stata adottata da due genitori fantastici e che li avrei dovuti ringraziare per ciò che mi hanno fatto.
E qui inizia la ricerca intensa delle origini: ‘Mio padre – aggiunge – mi diede alcune informazioni, altre dovetti raccoglierle da sola. Ma dopo 52 anni la mia vita si è illuminata: nata nel buio del lager e delle bombe si è risolta con il ritrovamento di tutti i miei fratelli, Pierino, Sergio, Franca, Rosetta e Giuseppina”.
Solo nel 1994 la storia incredibile di Maria Rosa si completa: “Ora il mio scopo – dice – è quello di dare testimonianza e dire ai giovani che la guerra è la cosa più tremenda e più detestabile delle avventure umane e che tutti abbiamo il dovere di sapere cosa è stato il nazismo e quale dramma ha rappresentato per milioni e milioni di esseri viventi, uccisi, massacrati, annientati da un ordine politico orribile e disumano”.
Fra qualche mese uscirà il libro di Maria Rosa Romegialli, scritto dalla protagonista che ricorda l’eroismo e il coraggio della mamma Augusta, icona della resistenza, della libertà, dei diritti, della giustizia e della solidarietà umana.

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