IRAQ

Quando bussi alla porta dell'Iraq

Note e appunti di viaggio in un’umanità che qualcuno vuole bombardare
Fabio Corazzina

Quando bussi alla porta dell’Iraq non sai chi ti aprirà. Non sai se aprirà la storia, l’attualità o il futuro. Noi proviamo a bussare!
Ti può aprire il sorriso triste di un bambino che ricorda i 600.000 piccoli amici morti in questa sporca guerra del Golfo e a causa del conseguente embargo; di un bambino che non potrà frequentare la scuola perché il sistema formativo è allo sfacelo (i bombardamenti intelligenti del ’90 hanno distrutto o reso inutilizzabili 8613 scuole su 10334). Carrel De Roi, rappresentante Unicef in Iraq ci disse: “Non vorrei essere un padre irakeno che manda i bambini a scuola in Iraq: non c’è acqua, non ci sono bagni, non c’è elettricità, non ci sono vetri, da 20 anni gli insegnanti non fanno aggiornamento”.
Ti può aprire lo sguardo austero di un ispettore dell’Unmovic che sta cercando in tutti i modi di capire se l’Iraq ha ancora Armi di Distruzione di Massa e se può costruirne. Prende distanza dai precedenti ispettori accusati di spionaggio per la Cia e ricorda che l’attuale missione è totalmente autonoma dagli Stati e pagata interamente dall’Onu con i soldi ricavati dalla vendita del petrolio irakeno. Ti dirà che la ricerca e le ispezioni continuano, che non hanno ancora trovato nulla, che non spetta loro prendere decisioni politiche, che, fino a ora, il governo irakeno ha collaborato, che… vedremo!
Ti può aprire la smorfia rassegnata di un medico dell’ospedale pediatrico che denuncia la mancanza di medicinali, di strumenti chirurgici, di materiale diagnostico, di possibilità di qualsiasi prevenzione, di occasioni di aggiornamento per il personale. La smorfia rassegnata di un medico che denuncia la catastrofe provocata dall’esposizione alle radiazioni dell’Uranio Impoverito, dalle malattie gastrointestinali conseguenti alla denutrizione o alla malnutrizione, dalle malattie respiratorie provocate dalle precarie situazioni di vita e dalla povertà diffusa e cresciuta. Lo sguardo rassegnato di un medico che ricorda come la mortalità infantile in questo ultimi 10 anni sia passata dal 30 al 130 per 1000 entro i primi 5 anni di vita.
Ti può aprire l’aperta sfida di un giovane che sa di non poter contare su un futuro dignitoso, che sa di dover abbracciare un fucile e partire ancora per una folle guerra, che desidera andarsene al più presto perché non sopporta l’inutile attesa (in Giordania ci sono più di 300.000 giovani irakeni in cerca di un lavoro che difficilmente troveranno), che nonostante tutto sorride, ama, sogna e si dona anche in alcune esperienze di volontariato e di servizio ai più poveri, di un giovane che non può nemmeno avere il diritto all’università perché non può pagarsela, che non ha il diritto al lavoro, perché non c’è economia locale.
Ti può aprire l’abbraccio amorevole di una madre o di un padre che spendono il loro tempo in ospedale come infermieri perché non ci sono infermieri, che si inventano le cose più impensabili in cambio di un mensile di 3 o 5 dollari con cui gestire la propria famiglia; che parlano a bassa voce della loro esperienza perché la dittatura controlla tutto e tutti e non permette certe domande, certe considerazioni, certe verità; di una madre come Nadah che piange i morti dei 30 anni di guerra che hanno travolto l’Iraq (guerra con l’Iran, con il Kuwait, con l’Occidente, con i Curdi, …), che vede con preoccupazione la crescita di una società ingiusta in cui i pochi arricchiti con il mercato nero e il mercato della guerra sfruttano i sempre più numerosi poveri; di un padre come Saad che ci dice: “10 anni fa uno lavorava e tutta la famiglia viveva bene, oggi tutta la famiglia lavora ma il guadagno non è sufficiente per tutti”.
Ti può aprire il dire sornione ma deciso del responsabile del programma umanitario dell’Onu (Undp) per l’Iraq. Ci parla del Programma “Oil for Food” ricordandoci che il denaro ricavato dalla vendita di petrolio (depositato in una banca di New York) viene così utilizzato: 59% per programma umanitario, 13% per programma umanitario nelle regioni del nord (Kurdistan), 20% per pagare i debiti di guerra con il Kuwait e l’Occidente, il restante 8% per pagare gli organismi internazionali che gestiscono i vari settori del programma umanitario e gli ispettori internazionali. Ci parla della crisi economica senza prospettive del Paese e dell’innalzamento della dipendenza dell’irakeno medio in questi anni e chissà per quanti decenni ancora. Una nuova economia fittizia, virtuale, inutile e incapace di prospettive come quella bosniaca, afghana… Ci aiuta a fare qualche calcolo: il programma “Oil for Food” per l’anno in corso ha autorizzato la vendita di petrolio pari a 6 miliardi di dollari, gli abitanti dell’Iraq sono circa 26 milioni. Fatte le debite percentuali e divisioni l’assise internazionale e democratica dell’Onu ha deciso che un irakeno può vivere con circa 250$ all’anno. Siamo sotto il dollaro al giorno, quindi nella fascia di estrema povertà (come ricorda la Banca Mondiale).
Ti può aprire lo spirito preoccupato di un uomo di fede (cristiana o musulmana) che ricorda come “in tutte le religioni Dio vuole la pace, perché ama l’uomo”. Non smette di ricordare a se stesso e al mondo che se Bush, se Saddam, se altri governanti e uomini o donne sono credenti non possono volere e perseguire la guerra come metodo e soluzione, non possono armare Dio e benedire gli eserciti. Che se tutti vogliono una liberazione, tutti devono anche rispondere a precise domande: liberazione da chi? per chi? come? in che tempi? con chi? Che il dialogo religioso è fonte di riconciliazione e di pace e in più è possibile e realizzato in Iraq (basta citare l’esperienza di confronto interreligioso a Mosul guidata da padre Luis Sako o l’esperienza della comunità di Bassora raccontataci dal vescovo Gibrail Kassab).
Ti può aprire il viso dolce di una ragazza irakena preoccupata per il suo futuro. Ogni 6 donne c’è un solo uomo a causa della migrazione, la guerra con i morti provocati, la fuga per paura, la impossibilità di progettare e lavorare. Molte donne vedono sfiorire i loro sogni, la loro maternità, la possibilità di una famiglia. Oppure, come qualcuno propone, si potrebbe tornare alla poligamia…

Collocato fra Iran, Siria, Arabia Saudita e Giordania, l’Iraq occupa una gran parte della regione chiamata un tempo Mesopotamia. Era la mezzaluna fertile, il paradiso terrestre, l’eden. Culture e popoli come i Babilonesi e gli Assiri hanno abitato questo territorio, città come Babilonia la grande e Ninive la ruggente, Ur dei Caldei e Assur hanno costellato e colorato questo Paese, fiumi come il Tigri e l’Eufrate hanno reso fertile una terra strappata al deserto.
Qui nasce il mito della torre di Babele, dell’estremo tentativo dell’uomo di costruirsi da sé, di chiudersi in un sistema autonomo, violento, impermeabile, onnicomprensivo. Un sistema che rifiuta la diversità culturale, spirituale, religiosa, progettuale e vive di paura, vive l’altro come genesi di paura. Un sistema che preferisce innalzare quotidianamente confini polizieschi e nuovi muri piuttosto che attraversare e gustare frontiere culturali.
Un sistema che calpesta l’uomo in nome del potere, dell’economia, della sicurezza e confida in idoli muti, sordi, impotenti. Un sistema che non sa più capire la realtà, parlare con essa, dialogare con l’umanità, sognare con i popoli, relazionarsi con le generazioni, riconoscere le storie, fare memoria e costruire, insieme, il futuro.
Ti può aprire la mano generosa di alcuni volontari delle poche ONG (13 in tutto) autorizzate a intervenire in Iraq: Un ponte per, Enfant du Monde, Islamic Relief, i Mennoniti, Caty Kelly dagli Usa… Ci raccontano la fatica della collaborazione e del coordinamento reciproco, la scommessa di un lavoro in collegamento con le autorità locali, il desiderio di farsi voce della gente comune, di lottare contro l’ingiustizia dell’embargo e di credere nella nonviolenza e nella disobbedienza civile quando ci vengono imposte la guerra come soluzione e la violenza come sistema. Ci raccontano che la razione alimentare distribuita alla gente ha il solo scopo di non far morire di fame, più che di nutrire; per il resto le persone devono arrangiarsi come possono.
Ti può aprire il camaleontico rais, il presidente, capace di immedesimarsi in ogni situazione e di divenire onnipresente esempio per il suo popolo: studente con gli studenti, operaio con gli operai, ammalato con gli ammalati, militare con i militari, contadino con i contadini, fedele con i fedeli, politico con i politici, minatore con i minatori, bambino con i bambini, marito con i mariti, sofferente con i sofferenti, vittorioso con i vittoriosi… Il suo volto e la sua persona sanno indossare ogni abito, la sensazione è che sia uno, nessuno, centomila. Un dittatore che sa “amare” mascherandosi e non immedesimandosi e condividendo, che sa vivere di retorica e rabbia, di orgoglio e vendetta, come altri dittatori o condottieri mascherati.
Quando bussi alla porta dell’Iraq non sai chi ti aprirà, non sai se aprirà la guerra o la pace, l’indifferenza o la speranza. Quando bussi alla porta dell’Iraq vorresti incontrare le persone e capire e urlare con loro ad alta voce che la vita, il futuro, la sicurezza della popolazione civile restano il primo obiettivo da perseguire con mezzi adeguati, pacifici e nonviolenti. Che ogni guerra è avventura senza ritorno per chi la fa e per chi la subisce, per chi la vince e per chi la perde. Mi domando se mai accadrà che qualcuno bussi alla porta dell’Occidente e del nostro Paese: chi mai gli aprirà? Questa è un’altra storia, altrettanto bella e faticosa da raccontare o da farci raccontare.

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