PAROLA A RISCHIO

Aggeo: il tempo del tempio

Il tempio per cui questo profeta tanto si batte non è un rifugio che porta fuori dalla storia ma la radice dell’impegno per liberare uomini e donne anche oggi.
Tonio Dell’Olio

Indubbiamente i toni di Aggeo sono troppo crudi e l’immagine di Dio che ne emerge è quella di una persona che si adira e promette vendetta. Il motivo: “Questo popolo dice: Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!” (1, 2). Si tratta di una situazione storica ben definita e chiara. L’anno 538, l’editto di liberazione di Ciro permette ai giudei prigionieri in Babilonia di tornare in patria. Un gruppo prende coraggio e sceglie la strada del ritorno ma, la situazione che vi trova è di città in rovina e di campagne abbandonate, di mura distrutte e del tempio incendiato.
Pur in preda allo scoraggiamento, quelle persone si impegnano nella ricostruzione di quanto potesse essere sufficiente alla loro sopravvivenza trascurando completamente di pensare al tempio. A questo si aggiunge una situazione politica internazionale confusa e caratterizzata da incapacità e dispotismo dei governanti. Ebbene la predicazione profetica di Aggeo è tutta impegnata nel rimproverare agli israeliti questa dimenticanza del tempio che equivale a eclissare Dio dalla propria vita e dalla storia del suo popolo, a non riconoscergli insomma il seme primigenio della liberazione di cui ora possono finalmente godere, della forza che egli ha posto nelle loro mani e dell’intelligenza delle loro menti.

Quanto vale il tempio?
Una lettura superficiale delle pagine di questo profeta potrebbe farci concludere troppo sbrigativamente che tutto sommato la mancata ricostruzione del tempio non è una posta in gioco per cui valga la pena scaldarsi al punto da sollecitare “l’ira di Dio”. Alla fine dei conti sembra di capire che gli Profeta Aggeo israeliti erano comunque scrupolosi nell’assolvere ai doveri della Torah! A farci comprendere meglio la portata di quanto accade in questo momento in Israele, ovvero il peso che il profeta affida alla mancata ricostruzione del tempio, è uno dei massimi studiosi contemporanei della Scrittura, G. von Rad, che così commenta la predicazione di Aggeo: “Il tempio era il luogo in cui Yahvè parlava a Israele, dove perdonava i suoi peccati e si faceva presente.
L’atteggiamento che si adottava di fronte al tempio rifletteva l’atteggiamento che si prendeva in favore o contro Yahvè. Ora, la gente si disinteressava largamente di questo luogo; a causa della miseria economica continuava a posticiparne la ricostruzione ‘non essendo ancora venuto il tempo di metterla in atto (1, 2). Aggeo segna il ritorno di questa gerarchia di valori: Israele non sarà Israele, se non cerca prima di ogni altra cosa il regno di Dio; il resto, la benedizione di Yahvè, gli sarà subito accordato (1, 2-11; 2, 14-19). In fondo, non sta chiedendo né dicendo niente di diverso da Isaia, quando esigeva la fede durante la guerra siro-efraemita”.
Il tempio, pertanto, come segno tangibile e visibile della presenza di Dio che ricorda la sua signoria al popolo che si è scelto. Il tempio come segnale indicatore ben presente che dica che “non di solo pane vive l’uomo…”. Personalmente rimango molto ammirato ogni qualvolta anche dei non-credenti riconoscono l’importanza e il valore della presenza del “tempio”, ovvero della fede lungo le strade affollate delle nostre città, della Parola tra le parole, della profondità di una preghiera in un tempo di tragedia o nella dispersione vaga dei giorni. Mi è successo con Pietro Ingrao che proprio a Pax Christi durante il tempo della crisi irachena chiedeva di ricordare il valore sommo della pace alle donne e agli uomini del nostro tempo distratti o impegnati nel seguire il business come valore assoluto.
In un tempo segnato dal pauroso fondamentalismo del mercato, dal fanatismo del profitto… costruire un tempio significa conficcare una spina nel fianco che ricordi il motivo profondo per cui vale la pena vivere. “Sono nato in un piccolo paese – raccontava Ingrao nel corso di una tavola rotonda organizzata da Pax Christi – in cui a scandire le giornate era la campana della nostra chiesa. Era quella che ci ricordava che bisognava svegliarsi, andare al lavoro, desinare e rientrare nelle proprie case… Oggi purtroppo le campane non si odono più. Vi invito pertanto a essere la campana che richiama all’impegno e ai valori gli uomini di questo villaggio globale”. Solo apparentemente da un’altra sponda – quella credente – le lezioni di vita in questo senso sono assai numerose: da Madre Teresa a Frere Roger Schulz, da don Tonino Bello all’esperienza monastica che accompagna tante tradizioni di fede… abbiamo consapevolezza e certezza che, un impegno per la liberazione delle persone che bagna le proprie radici nella fede, nel tempio, davanti alla Presenza… ha una qualità, un senso, una profondità e una durata nel tempo, unici.

Testimoni del tempio
Mi piace in questo contesto fare memoria viva di Frere Roger che ha creativamente riproposto l’esperienza di una contemplazione del volto di Dio in un tempio-tenda che non fa fuggire dal mondo ma che, al contrario ne assume i drammi e le fatiche per portarle davanti al Dio che libera. Lotta e contemplazione non sono mai state per lui uno slogan facile e hanno guidato migliaia di giovani a provare a soddisfare proprio a quella fonte, la sete di infinito. Una sete che le moltitudini del pianeta sentono la necessità di colmare ma che spesso ricevono la delusione di imbattersi in una caricatura di Dio, in un volto sbiadito dai compromessi, in una divinità indefinita che non riesce a palpitare con il dolore, i sentimenti, le lacrime e i sorrisi della gente.
L’invito e la testimonianza continua di don Tonino Bello è stata di divenire contemplattivi, per dirla con una delle espressioni più originali partorite dalla sua creatività spirituale. E infatti di certo mentirebbe grossolanamente chi sostenesse che don Tonino Bello sia stato un intimista dalla preghiera disincarnata o, al contrario, un filantropo senza Dio. Egli ha abitato tanto il tempio quanto la strada; ha riletto, nelle trasparenze della Parola e dell’Eucaristia, la vita delle gente e le fatiche del mondo. Aggeo, nel suo grido esagerato per chiedere la ricostruzione del tempio, vuole che sulle mani degli uomini e delle donne e sulle loro opere rifulga lo stesso splendore del volto di Dio, sui loro passi si scorga l’impronta del creatore, nel loro sguardo, lo sguardo di colui che è Signore.

Caro Aggeo, il tempio si eleva verso il cielo a ricordarci di sollevare lo sguardo per rinfrancarci l’anima dalle sconfitte che bruciano e dalle piaghe che ancora dolgono. Il tempio ci restituisce alla nostra dimensione evitandoci qualunque delirio di onnipotenza. Il tempio, con convinzione più profonda, ci fa cantare le parole del salmo: “Se il Signore non costruisce la casa, i costruttori si affaticano invano, se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (Salmo 127) e l’altro: “Del Signore è la terra e quanto contiene…” (Salmo 24).
Ricostruiamolo insieme, allora, questo tempio, con l’aiuto di ciascuno, ciascuno con il proprio mattone. Perché si possa dire che a tutti sta a cuore incontrare la luce dell’Altissimo, cercare il suo volto, ascoltare la sua parola. Non accresceremo l’onnipotenza di Dio ma almeno avremo scongiurato la tentazione di sostituire con il nostro orgoglio la sua grandezza. Il tempio è contemplazione per intravedere la filigrana intima e profonda delle situazioni del mondo.
Il tempio è luogo in cui riconoscere il volto dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Il tempio è spazio in cui ricomprendere la nostra umanità protesa verso l’alto e verso l’altro. La mitezza del monaco di Taizè insieme alla schiera di tutte le donne e gli uomini che lungo il corso dei secoli hanno vissuto cella e fraternità nell’ideale monastico, ci dicono con chiarezza che se salgo verso il tempio non è per fuggire o dimenticare, quanto per portare nel cuore della storia il volto dei poveri, il senso del dolore, il grazie che affiora sulle labbra del canto.
Nel tempio quel grazie si fa coro, voce di moltitudini che riconoscono l’unica signoria di Dio rifiutando di sottomettersi ai potenti. È lì che si forgiano cammini di liberazione che “impastano sogni e sabbia” (Danilo Dolci) per non correre nemmeno il rischio di tradire il Dio della terra promessa, quello che cammina con il suo popolo ed è sempre pronto ad ascoltarne il pianto e il canto. Quel Dio lo incontri per strada, nelle discariche a cielo aperto e nei crocevia della storia, ma ti dà appuntamento nel tempio per parlare al tuo cuore. E lì che apri gli occhi e vedi le meraviglie che compie per te e per l’umanità.

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