OBIEZIONE

Vecchi, fatalisti obiettori

Riflessioni a partire dal nostro Dossier di dicembre
sui 30 anni del servizio civile in Italia.
Antonino Drago

È tempo di bilanci, al fine di imparare dagli errori e di crescere sulle conquiste fatte. A me sembra che le conquiste non sono poche né oscure: partiti quasi per ultimi in Europa, siamo arrivati ad avere un movimento di obiettori tra i più grandi e forti e abbiamo conquistato una nuova legge sull’obiezione di coscienza che è la più innovativa del mondo (e che i militari con il governo riescono a soffocare, ma non a cancellare, se non con un futuribile servizio mercenario). Questo non viene messo in luce dal Dossier di Mosaico di pace; anche perché le risposte ottenute talvolta sono note di colore (da generali rimasti senza esercito?).

Occasioni mancate
Tra i punti di vista espressi mi sembra poco preciso quello di Valpiana, che sul servizio civile ripete stancamente quanto detto a quel tempo dal Partito Radicale, secondo un tipo di nonviolenza che non ha un programma costruttivo sulla società; mentre allora il Movimento Nonviolento (a cui Valpiana apparteneva e appartiene) contribuiva alla LOC (Lega Obiettori di Coscienza) che a quel tempo riuniva tutti i nonviolenti sulla proposta costruttiva del servizio civile; anche se mediava tra quel partito e MIR.
Comunque alla fine si staccò dal PR, non accettando la sua lega LDS, che il PR cercò di costruire in alternativa alla LOC. Eppure Valpiana ha partecipato anche alla lotta antinucleare, la quale è stata iniziata proprio dalla LOC (gennaio 1976) e della quale gli obiettori hanno costituito il sostegno fondamentale. Quindi non è vero che gli opportunisti hanno prevalso (addirittura sin dall’inizio!) sui "puri e duri".
Piuttosto le associazioni nonviolente avrebbero potuto cogliere l’occasione per impostare dal basso una specifica politica nazionale su un settore sociale nascente; potevano andare al di là del fallimentare decentramento amministrativo delle regioni e della politica miope di molti enti per costruire dal basso un servizio civile, inteso come difesa della popolazione da tutti i tipi di minacce. Era l’occasione di una nonviolenza costruttiva, inserita a pieno diritto nella società italiana e capace di contribuire a fare politica giorno per giorno. Purtroppo le associazioni nonviolente hanno risposto male. Qui c’è la responsabilità dei vecchi obiettori e dei nonviolenti maturi: perché mai i nuovi obiettori a soli 20 anni avrebbero dovuto fare una rivoluzione da soli e non invece aspettarsi che chi li aveva preceduti, e magari stava teorizzando la rivoluzione antimilitarista o nonviolenta, indicasse con precisione la politica da seguire?

Una debolezza storica
Anche se lasciati spesso da soli, secondo me, gli obiettori italiani hanno sostanzialmente assolto il loro compito di portare la gavetta nella lotta per conquistare un servizio civile qualificato. Fortunosamente il vuoto lasciato dalle associazioni nonviolente è stato riempito dall’intervento, ben ricordato dal protagonista Mons. Pasini, della Caritas. E mentre la Caritas organizzava molti più corsi sulla Difesa Popolare Nonviolenta per obiettori di quanti ne facessero le associazioni nonviolente, è bastata una minoranza combattiva di obiettori e di Enti per ottenere in Italia un grande obiettivo politico: una legge che, per la prima volta nel mondo, parla di nonviolenza e prevede una difesa statale alternativa. Inoltre, il servizio civile si è tanto affermato da diventare un settore dell’organizzazione sociale di cui ora non si può più fare a meno.
Il problema è piuttosto se le associazioni nonviolente abbiano fatto politica e quale. D’altronde, una verifica di questa loro assenza dalla scena politica l’abbiamo anche oggi. Mentre la legge più avanzata del mondo viene applicata male e i suoi finanziamenti (per la DPN) non vengono spesi da ben due anni, le associazioni nonviolente e per la pace non si ribellano. In realtà, c’è una spiegazione di questa debolezza: in Italia i tre decenni del servizio civile coincidono con l’affievolirsi non delle motivazioni degli obiettori, ma dei grandi maestri della nonviolenza (morte di don Milani, di Capitini, ritiro di D. Dolci), per dare spazio a degli allievi che non hanno avuto le stesse motivazioni e non hanno saputo mantenere alta la fiaccola ricevuta. Non è un’accusa; ci sono anch’io dentro; è una constatazione di responsabilità collettiva, che sarebbe ingiusto scaricare sugli obiettori.
Non restringiamo dunque il tema politico a note di costume, come la fatalistica decadenza degli attuali obiettori dalla figura dei mitici obiettori che vanno in carcere. Allora, più che ‘La morte degli obiettori’, il titolo del dossier poteva essere ‘Il fatalismo dei vecchi obiettori verso il nuovo’.

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