ULTIMA TESSERA

La guerra, l’Europa la Nato

Marco Calò

“Sì, siamo stati noi…”. Cioè il Wall Street Journal. A ispirare il documentoappello di 8 governi europei proBush sulla guerra all’Iraq è stata la più autorevole voce del mondo economico e finanziario occidentale. L’ammissione in un articolo del 3 febbraio a firma di Michael Gonzales, vicedirettore dell’edizione europea. E già questo dovrebbe dirla lunga su cosa si muove dietro le motivazioni ufficiali dell’amministrazione americana e dei suoi alleati. Ma c’è un altro elemento di quel documento che è stato forse sottovalutato. Accanto a quelle di Aznar, Berlusconi e Blair ci sono le firme dei premier di Portogallo e Danimarca ma, ed è questa la novità, anche di Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, Paesi cioè che sono sì europei, ma non ancora parte dell’Unione Europea. Vi entreranno dal maggio 2004.
E siccome questo non è stato il primo segnale (né l’ultimo: altri dieci Paesi europei, candidati a entrare nella Nato, prima, e nella UE, dopo, hanno espresso solidarietà agli Usa contro l’Iraq) la domanda da farsi è quale Europa stiamo allargando. E se non rischi di rivelarsi un boomerang l’inserimento di nuovi membri che guardano in realtà più a Washington che a Bruxelles. O meglio: sembrano pronti a sfruttare pienamente i vantaggi economici offerti dai partner del vecchio continente, ma preferiscono un Atlantico molto più stretto sul versante militare e geo-politico.
Non dimentichiamo che lo scoglio più duro da superare, lo scorso dicembre, nel corso del vertice europeo di Copenaghen che ha dato il via libera all’allargamento, è stato l’ostinato pressing del governo di Varsavia per strappare più soldi per i prossimi anni. Salvo poi, subito dopo, fare un accordo per acquistare caccia militari. Americani. E non fu solo una battuta quella di Condoleeza Rice già molte settimane fa sugli eventuali alleati nella guerra all’Iraq: “Gli Stati Uniti sono pronti fare comunque la guerra, fosse anche solo con i polacchi”. E al documento degli 8 si era detto subito pronto ad aderire anche il governo slovacco, un altro di quelli che avremo nell’Unione dal 2004.
Il problema vero è che sull’allargamento si sono scaricate le contraddizioni di un’Unione ancora politicamente fragile, ma anche un grosso equivoco storico: che ci fosse, da parte degli attuali membri, una sorta di “dovere morale a prescindere”. Rispetto al quale i nuovi compagni di strada avrebbero invece solo il dovere di tenere in ordine i conti pubblici e di sposare fino in fondo l’economia di mercato. Insomma, la solita visione mercantilistica, per cui sarebbe la libera circolazione delle merci a fare un continente, che già tanti danni ha prodotto nell’attuale Unione, condannandola alla mancanza di un progetto istituzionale condiviso e di una voce comune su politica estera, pace, difesa.
Ma c’è anche altro. Non a caso prima si è allargata la NATO (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca son dentro dal marzo 1999) e poi l’Unione Europea. Una sorta di “garanzia” imposta da Washington sul futuro dell’Europa, destinata ad essere, nei desideri americani, un nano politico, alle prese con una serie interminabile di problemi economici dovuti al gap tra i membri vecchi e nuovi, schiacciato sulle posizioni americane sul piano militare, inesistente sulla nuova scena planetaria se non come formidabile corazzata collocata a guardia dei nemici di oggi e di domani. Con gli ultimi arrivati nella NATO che già mostrano con quale spirito intendano contribuire alla nuova Europa a 25 e poi a 27 (la Bulgaria, ad esempio, candidata all’ingresso nella UE dal 2007 e attuale membro temporaneo del Consiglio di Sicurezza ONU, ha dichiarato da subito di essere con gli USA sul tema Iraq).
Certo, il tema dell’allargamento è molto più complesso. Ma non possiamo continuare a ignorare la pericolosa convergenza di interessi tra Washington e i governi euroscettici, attuali e futuri. E che la nuova NATO, trasformatasi nel vertice di Praga da alleanza cosiddetta “difensiva” in strumento di controllo militare globale, è una pesante ipoteca sulla quale aspettiamo parole chiare anche da chi, come Romano Prodi, sta spendendosi per un’Europa politica vera.

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