TESTIMONI

Un'Enciclica per il nostro tempo

Ecco come il sindaco di Firenze
accolse e commentò a Pacem in terris.
Giorgio La Pira

Per comprendere il valore soprannaturale e storico di questa nuova Enciclica di Giovanni XXIII, bisogna situarla – come già facemmo per la Mater et Magistra – nel contesto della storia presente della Chiesa e delle nazioni. Essa, infatti, è in rapporto organico, profondo con la stagione attuale della Chiesa e dei popoli: si radica, per così dire, nella terra tanto misteriosa e feconda di questa stagione: di questa stagione storica è essa stessa, nel medesimo tempo, un segno rivelatore e uno strumento edificatore: strumento, al tempo stesso, di semina e di mietitura.
Situata in questo contesto prospettico della storia presente e futura della Chiesa e delle nazioni, questa Enciclica mostra una struttura inedita e singolare per documenti di questa natura: mostra, cioè, la struttura di un manifesto: il manifesto, per così dire, del mondo nuovo: un manifesto con cui Giovanni XXIII invita tutti gli uomini e tutti i popoli – senza discriminazione e senza esclusione alcuna: cattolici e non cattolici; battezzati e non battezzati; credenti e non credenti – a dare il loro contributo per l’edificazione della nuova casa mondiale dei popoli: una casa che, a partire da oggi e pel corso indefinito delle generazioni e dei secoli, è destinata a ospitare, nella feconda pace e nella articolata unità, l’intiera famiglia delle genti.

Un manifesto per il mondo
Questa enciclica ha la struttura di “manifesto”: un manifesto dominato da tre idee direttrici che, come tre pilastri e come tre lampade, internamente lo strutturano e lo illuminano. La prima idea, base e punto di partenza di tutto il documento, è quella della unità organica – e, perciò, articolata solidale – della intera famiglia delle nazioni. Il corpo della famiglia umana è unitario come è unitario il corpo intiero della creazione!
La legge dell’ordine – cioè, appunto, dell’unità articolata – presiede così alla creazione degli astri come a quella della famiglia degli uomini. Ecco l’idea base dell’Enciclica. Non si dimentichi la coincidenza non casuale, ma voluta, con la ricorrenza del giovedì santo: cioè del giorno sacro della rivelazione del Corpo mistico (“Io sono la vite, voi i tralci”) della preghiera dell’unità (per la Chiesa e per il mondo), e dell’istituzione dell’Eucarestia: sacramento dell’unità della Chiesa e dell’illuminazione dei popoli. La seconda idea è dettata da una constatazione che è insieme, per così dire, “profetica” e storica: cioè dalla constatazione del fatto che il genere umano è entrato in una stagione storica totalmente nuova e di dimensioni sconfinate: stagione nella quale, malgrado immense resistenze, si sanano irresistibilmente le fratture che avevano spezzato nei secoli scorsi l’unità della Chiesa e del mondo. Una stagione, perciò, nella quale questa unità della Chiesa e di tutto il genere umano viene irresistibilmente ricomposta.
L’albero dell’unità dei popoli rifiorisce: e rifiorisce, con esso, “ineluttabilmente”, l’ulivo della pace. La guerra è fisicamente impossibile (sotto pena della distruzione fisica della terra): il negoziato, il disarmo, la pace, sono perciò inevitabili: non c’è – provvidenzialmente – alternativa al negoziato e alla pace. Questa fioritura dell’albero dell’unità e dell’ulivo della pace costituisce il più manifestativo, in certo senso, segno dei tempi: il segno, cioè, che definisce in modo inequivocabile la stagione di primavera e di estate (per usare la celebre immagine di Pio XII), in cui ha già fatto ingresso (malgrado tutto!) la storia della Chiesa e del mondo. Non è un caso, ma una provvidenziale indicazione, il fatto che proprio in questa stagione è fiorito e fiorisce il Concilio Vaticano II: cioè, in certo senso, il segno più chiaro e lo strumento più efficace della ricomposizione dell’unità nella famiglia cristiana dei popoli: e non solo in essa; ma altresì, in un certo modo, nella intiera famiglia dei popoli di Abramo e nella intiera famiglia degli uomini.

Segni dei tempi
A questo tanto marcato “segno dei tempi” si coordinano – come l’Enciclica fa – altri segni: essi pure determinanti per la definizione di questa nuova stagione storica del mondo. E cioè l’ascesa non solo economica, ma altresì sociale, culturale e politica (quali soggetti della storia!) delle classi lavoratrici; l’ingresso della donna nella vita pubblica, l’irresistibile ascesa storica – quindi politica, oltre che economica, sociale e culturale – dei popoli nuovi: dell’Africa, dell’Asia e di ogni continente. Una stagione storica nuova perciò è sorta: questa genesi è contestabile: segni inequivocabili la manifestano: gli agricoltori cioè tutti i popoli, tutti gli uomini e in primo luogo le loro guide devono, nel pensiero e nell’azione, adeguarsi a essa. Come? Tessendo un vestito nuovo – non mettendo toppe nell’antico! – adatto al nuovo, tanto accresciuto, corpo delle nazioni.

La Pacem in terris non è un documento improvvisato, ma l’atto conclusivo di un impegno che ha coinvolto Angelo Roncalli per tutta la vita, da Bergamo (segretario del vescovo Radini Tedeschi), in Bulgaria, in Grecia e Turchia negli anni durissimi della guerra, in Francia e poi a Venezia. In questo suo impegno Roncalli “imparò” da uomini di cultura, etnia e religioni diverse. Ma tenne molti contatti anche in Italia dove trovò incoraggiamento e rispondenza, tra gli altri, in alcuni laici cattolici e tra questi Giorgio La Pira, che frequentò sistematicamente l’arcivescovato di Venezia.
Ormai dimenticato è l’impegno di La Pira (che nello stesso 11 aprile 1963, il giorno in cui fu promulgata, definì la Pacem in terris, “il manifesto per il mondo nuovo”), un impegno con forte carica di novità propriamente politica, per preparare in Italia e nel mondo (applicando il fuoco del Vangelo alla storia del mondo per purificarla e trasformarla) la strada per la giustizia sociale, per il disarmo, per la pace, e per l’amicizia e la coesistenza pacifica tra i popoli, che definì l’ “asse della storia nuova del mondo”.
Antonio Thiery

Costruendo per i popoli di tutta la terra una casa mondiale nuova: una casa, cioè, rinnovata in tutti i suoi piani (da quello economico a quello sociale, culturale, giuridico e politico) ed estesa a tutto il pianeta.
Ma – ed ecco la terza idea dominante dell’Enciclica – perché questa casa sia bene costruita e possa attraversare in pace i secoli e ospitare in pace le generazioni, è necessario che essa poggi sopra la roccia. Sia, cioè, costruita sopra la roccia infrangibile e immutabile della natura umana, una natura ferita dal peccato, ma sanata ed elevata dalla grazia e dalla gloria.
In questa natura umana, e nelle sue leggi immutabili, si radicano, per tutti i tempi, e per tutti i popoli – e perciò anche per questo tempo nuovo dell’atomo e dello spazio – i diritti e i doveri essenziali tanto della persona quanto della società, in tutte le sue articolazioni: da quella familiare a quella cittadina , regionale, nazionale, continentale e mondiale. Casa, perciò, a dimensioni mondiali, costruita sulla roccia della natura e non sulla sabbia delle ideologie: ideologie tutte destinate per la loro stessa struttura a essere internamente decomposte e storicamente sorpassate: e ciò anche quando – come è avvenuto nel nostro tempo – esse sono state all’origine di crescite storiche di immensa portata.
L’Enciclica esplicitamente lo dice: “Non si possono identificare false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo, con movimenti storici e finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da queste dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. Giacché le dottrine elaborate e definite rimangono sempre le stesse; mentre i movimenti suddetti, agendo sulle situazioni storiche incessantemente evolventesi, non possono non subirne gli influssi e, quindi, non possono non andar soggetti a mutamenti anche profondi”.

La casa nuova degli uomini
Ecco le tre idee direttrici, i tre pilastri, le tre lampade, in questo manifesto. Un manifesto che invita tutti gli uomini a portare la loro pietra all’edificazione di questa nuova pacificata casa universale dei popoli. L’età della divisione e della guerra è per sempre finita: quella del dialogo e della collaborazione fra tutti gli uomini e tutti i popoli è perciò aperta: bisogna ora avere l’ardimento di cominciare questa edificazione nuova, destinata a ospitare tutte le generazioni e ad attraversare davvero una serie indefinita di secoli. Questo è il senso di questa Enciclica del giovedì santo del 1963. Manifesto del mondo nuovo: segno e strumento insieme della genesi e dello sviluppo della stagione nuova della Chiesa e del mondo. Accettare questo invito di Giovanni XXIII; leggere questo manifesto, e murare ciascuno la propria pietra per la casa nuova degli uomini, ecco il dovere umano di tutti.

Note

Testo tratto da Lettera enciclica “Pacem in terris”. Scritti introduttivi di Ernesto Balducci e Giorgio La Pira, Ed. Morcelliana – Brescia 1963


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    Testo tratto da Lettera enciclica “Pacem in terris”. Scritti introduttivi di Ernesto Balducci e Giorgio La Pira, Ed. Morcelliana – Brescia 1963


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