PAROLA A RISCHIO

Il fuoco dell’ira di Dio

Insopportabilmente violente le pagine di Naum.
A leggerle bene Dio ci parla anche in esse.
Tonio Dell’Olio

Il ritmo poeticamente incalzante, il rotolare di parole e di immagini che si rincorrono come i raggi di una ruota che gira velocemente, il fumo della battaglia, l’arido odore di morte… questo mi resta dopo la lettura dei tre capitoli del libro di Naum. Tanto che alla fine – lo confesso – sono tentato di levare alto il cartellino rosso dell’espulsione per allontanare queste poche pagine dalla Bibbia che mi affascina quando fa parlare la tenerezza di Dio, quando il Creatore si strugge per la sua creatura, quando il suo sguardo va oltre l’orizzonte e abbraccia ogni popolo, ogni uomo e ogni donna. Ci sarebbe da espellerlo dal Libro Sacro, questo profeta minore, anzi infimo, perché il suo Icona: "Arcangelo Michele con Angelo Custode e Profeta Naum", Scuola di Mosca del XVIII secolo. nazionalismo è esasperato, la violenza che si legge in ogni versetto è straripante e la vendetta sembra l’unica parola che le labbra e le mani di Dio sono capaci di pronunciare. Naum sembra andare esattamente nella direzione opposta a quella di Giona, che pure si rivolge (ma con ben altro linguaggio) alla stessa città di Ninive. Naum non invita alla conversione, non chiede penitenza, non parla di un Dio pronto al perdono: piuttosto riversa su tutti il fuoco dei suoi versi poetici. È panico, lamenti, agitazione, assalto, conquista… E allora – mi chiedo – perché queste pagine conficcate nel Libro della misericordia e della mitezza? Perché considerare anche questi versi come Parola del Dio che libera? E soprattutto, può il mio tentativo di coerenza con la nonviolenza che Cristo mi ha insegnato, accogliere questo messaggio di odio e di morte?

Un Dio che posa la storia
Rileggo lentamente, lasciandomi interrogare nel profondo da questa Parola irta di spine. Nascosto tra le pieghe del testo scorgo alcune parole che suonano familiari alla mia sensibilità: “Ecco sui monti i passi di un messaggero, un araldo di pace! Celebra le tue feste, Giuda, sciogli i tuoi voti, perché non ti attraverserà più il malvagio, egli è del tutto annientato. Il Signore restaura la vigna di Giacobbe, come la vigna d’Israele; i briganti l’avevano depredata, ne avevano strappato i tralci” (2, 1-2). Con un linguaggio da battaglia che evidentemente è l’unico che conosce e che è certo i suoi contemporanei intendono meglio di molti altri, Naum esprime la rabbia di un popolo che è stato umiliato, soggiogato, vessato, violentato… e che ora confida solo nel suo Dio. A questi stessi criteri, in una sorta di contrappasso, ispira l’azione di un Dio che faccia finalmente giustizia e restituisca al suo popolo la dignità perduta. Ne ricavo, pertanto, un duplice insegnamento. Questo profeta e quel popolo credono fermamente in un Dio che non è estraneo alla storia. Essi sanno che Dio non si trastulla oltre le nubi infischiandosene della sorte dell’umanità (questo è il suo popolo!). Al contrario ascolta il grido d’aiuto, il lamento, il gemito… e interviene dicendo: “Ora infrangerò il suo giogo che ti opprime, spezzerò le tue catene” (1, 13). È il linguaggio del Dio liberatore che non sopporta l’ingiustizia e l’oppressione e reagisce. Quel che ne segue è frutto della cultura epica in cui è immerso il tempo e l’autore. Siamo al cospetto di un profeta che non riesce a dire con altre parole l’amicizia di Dio, che non sa descrivere diversamente il ristabilimento della giustizia, che non può fare a meno di ricorrere alla punizione del nemico per placare la rabbia del suo popolo.

Il diritto alla rabbia
Insomma, il ritmo incalzante e la violenza che colora i versi di questo profeta, sono il frutto di una rabbia covata nelle viscere di un popolo che ha subito fin troppe ingiustizie.
Già, la rabbia. Un sentimento che non riusciamo più a riconoscere oggi se non al semaforo, quando l’ennesimo imbecille si lascia distrarre dalla conversazione del telefonino e non scatta tempestivamente all’apparire del verde o nella giungla dei micro-conflitti quotidiani che si estendono dal vicino di casa agli errori arbitrali in una partita di calcio. Non riusciamo più a indignarci per le ingiustizie macroscopiche che si consumano ogni giorno sulla pelle dei poveri e vengono pagate a prezzo della vita dalla folla di donne, uomini e bambini che ogni giorno muoiono per fame. Non riusciamo più ad avere un moto di rabbia perché la nostra coscienza è narcotizzata al punto che ingiustizie molto più grandi di quelle dei tempi di Naum ci lasciano colpevolmente indifferenti. La Populorum Progressio di Paolo VI ci aveva messo in guardia circa la collera degli oppressi! Ma noi sembriamo non farci nemmeno caso, perché abbiamo circondato con torri e fortezze il nostro benessere. Impenetrabili, impermeabili, imperturbabili, abbiamo espulso la rabbia dal vocabolario dei nostri sentimenti.

Caro Naum,
le televisioni di tutto il mondo hanno mostrato impietosamente le immagini crudeli dell’ennesima eclissi di umanità che ha avvolto l’uomo. Anche questa volta ha un nome preciso, tanto che posso indicartelo sulla cartina geografica esattamente come tu potevi fare con me parlando di Ninive. Si chiama Falluja. Corpi consunti da un fuoco invisibile, una guerra che toglie la vita a tutto ciò che respira lasciando intatte le cose. Icona di una concezione in cui la materia vale più della stessa vita. Potere delle armi. Di ogni tipo. Strumenti di morte. Non è più il sonno della ragione. È piuttosto una ragione drogata dalla cupidigia imperiale, da uno stile di vita non negoziabile, dal delirio di chi si sente assediato e dalla necessità di avere di più, sempre di più. A qualunque costo. Soprattutto se il prezzo è puntualmente pagato dagli altri in questa spirale che rischia di stritolarci tutti nella morsa tra la guerra del terrorismo e il terrorismo della guerra. Un abbraccio mortale in cui i due elementi sono talmente fusi e somiglianti da non riuscire più a distinguersi. Hanno entrambi lo stesso cattivo odore di morte. Sono entrambi soltanto forieri di morte. Atroce.
Vedi Naum, l’Assiria che tu hai conosciuto e che non hai avuto né pudore né timore a denunciare come uno strapotere che andava contro il progetto di Jahvè, pur mossa dalla stessa sete di ricchezza e di forza, non poteva contare sull’efficienza degli strumenti di annientamento che possediamo noi oggi. La morte è sterminio, l’informazione solo propaganda bugiarda, la relazione è ridotta a mercato, la vita è cosificata. Ma tu hai avuto la forza di dare voce alla rabbia della vita calpestata. Oggi io non ho sentito levarsi forte, alta, chiara, la voce di profeti che invochino giustizia. Almeno pietà. Non ho udito profeta che raccogliesse il flebile lamento per farlo diventare grido, il gemito per dargli eco, il silenzio perché facesse tacere il fragore delle armi. Non voce, non pietà, non giustizia. Drogati a nostra volta di prudenza secondo la carne, di succube timore e di colpevole compromesso. Qualcuno è arrivato piuttosto ad arruolare anche Dio nell’esercito di Ninive. Dio invocato in nome della guerra e in nome del terrore. Ancora una volta lo stesso Dio blasfemamente ridotto a carro armato, a tritolo, ad arma di distruzione di massa. Per questo ti prego, profeta minore, di lasciar fuori dal linguaggio violento il Dio che ha sposato la storia degli ultimi, colui che ha scelto di lasciarsi configgere con gli sconfitti.
Non rispondermi Naum. Temo che ancora una volta rotolerebbero giù dalla tua bocca parole di fuoco, frutto della rabbia che i poveri hanno accumulato da secoli. Vittime. Aprimi alla speranza con l’ironia sottile che affiora ogni tanto nei tuoi versi che sanno prendersi gioco anche del potere dei potenti e ripetimi ancora: “Tutte le tue fortezze sono come fichi carichi di frutti primaticci: appena scossi, cadono i fichi in bocca a chi li vuol mangiare” (3, 12)
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