CHIESA

Aspettando una nuova Pentecoste

Si conclude il 40° anniversario del Concilio Vaticano II. La cui attuazione è ancora embrionale. Incerta. E la Chiesa troppo asfittica. Arroccata a baluardi moralistici. Diffidente verso la storia.
Giuseppe Alberigo

Secondo papa Giovanni il Concilio doveva essere lo “sprazzo di superna luce”, di cui parlò più volte, e che prese a indicare come “pentecoste nuova”. Era un modo “alto” per sottolineare, con un linguaggio tipicamente cristiano, l’eccezionalità della congiuntura storica e le prospettive straordinarie che essa apriva. Era pertanto necessario che la Chiesa vi facesse fronte con un rinnovamento di grande profondità, in modo da presentarsi al mondo e da indicare agli uomini il messaggio evangelico con la stessa forza e immediatezza realizzata nella Pentecoste originaria. Il richiamo alla Pentecoste, inoltre, poneva in primo piano l’azione dello Spirito e non quella del Papa o della Chiesa e della stessa assemblea conciliare.

Ritornare al cuore del Vangelo
La Chiesa era invitata a rendersi conto di trovarsi di fronte a un mondo nuovo nei confronti del quale essa avrebbe dovuto ripresentare i valori dell’uguaglianza universale, della povertà, della giustizia, della pace e dell’unità cristiana. Dunque il Concilio avrebbe dovuto essere “l’incontro della faccia di Gesù risorto”. La scommessa di Giovanni XXIII per un Concilio che si facesse da sé e non fosse “guidato” dall’alto (o dall’apparato curiale) ha dato grandi risultati, pur pagando prezzi alti.
Le indicazioni più decisive appaiono quelle contenute nelle Costituzioni sulla liturgia, sulla Chiesa e sulla Parola di Dio in quanto mostrano in atto la rilevanza della condizione storica del cristianesimo.
Il Vaticano II è stato impegnato a portare la Chiesa a rispondere coralmente in positivo, cioè riproponendo i contenuti evangelici essenziali all’umanità di oggi, secondo i criteri della pastoralità e dell’aggiornamento. L’assemblea conciliare ha anche trovato il coraggio e la convinzione sufficiente per abbandonare l’eurocentrismo, che la caratterizzava all’inizio. Gli episcopati del “Terzo mondo” hanno conquistato progressivamente spazio, esercitando un influsso crescente sui lavori e sulle decisioni. In questa prospettiva è agevole avvedersi come la ricezione del Vaticano II – e forse la sua stessa comprensione – siano ancora incerti e embrionali. Da un lato la sovranità della parola di Dio, la centralità della liturgia e dell’eucarestia, l’impegno per la comunione – dal livello elementare della comunità parrocchiale a quello tra le comunità diocesane sino a quello tra le diverse tradizioni cristiane – appaiono solo saltuariamente e in misura insufficiente al centro della vita ecclesiale.
L’assimilazione profonda dell’esperienza conciliare di condivisione e di ricerca e delle indicazioni liberanti del Vaticano II è un processo complesso e di lunga durata. È vero che viviamo in una cultura “breve”, a consumo rapido e con scarsa memoria, ma ciò che intende incidere su abiti mentali e comportamenti sociali di larga parte dell’umanità ha ancora bisogno del tempo, misurato almeno in “generazioni”.

Aria di rinnovamento
Il Concilio è stato il capolavoro dell’episcopato cattolico e, in filigrana, dello Spirito. È infatti innegabile che solo la profonda evoluzione dei vescovi ha reso possibile il passaggio (ma, forse, si dovrebbe dire “il capovolgimento”) dall’inerte e timida passività delle centinaia di risposte inviate a Roma nel 1960 alle decisioni votate dal Concilio. È impossibile non vedere a occhio nudo il salto qualitativo che intercorre tra i vota, con i quali i vescovi hanno risposto all’invito di Giovanni XXIII, e l’immagine del cristianesimo e della Chiesa che il Vaticano II ha espresso, proprio in forza del consenso della quasi totalità di quegli stessi vescovi.
Dopo il 1959 è maturato lentamente un clima diffuso che ha predisposto un gran numero di vescovi, soprattutto dei Paesi della fascia atlantica, ma anche altrove, a vedere il Vaticano II come una singolare occasione di rinnovamento della Chiesa, nel solco delle istanze formulate nei decenni più recenti dai movimenti liturgico, biblico, ecumenico. Il fervore del clima che si è creato a Roma per la prolungata presenza di oltre duemila vescovi, di altrettanti “periti” – teologi, canonisti, storici – e di moltissimi giornalisti ha giocato a sua volta in misura crescente un ruolo considerevole nella presa di coscienza dei vescovi.
I paludamenti ecclesiastici, le differenze culturali, le distanze economiche – talora immense – non hanno impedito il crearsi di una fraternità effettiva, che forse è stata la causa segreta dell’impatto che il “fatto Concilio” ha avuto sui credenti, come anche sull’opinione pubblica.
È questo l’humus nel quale si è alimentata l’esperienza di responsabilità di tanti padri, modificandone profondamente le convinzioni. Si può, così, comprendere la costante presenza di una larghissima maggioranza, che si è manifestata in tutte le votazioni cruciali, da quelle sul carattere sacramentale della consacrazione episcopale e sulla collegialità a quelle sull’attitudine ecumenica del cattolicesimo, da quelle sulla centralità della Bibbia a quelle sulla relazione di amicizia con l’umanità sino a quelle sulla libertà religiosa e sul rapporto con il popolo ebraico e con le altre religioni.
Il Concilio poteva fare di più? Dal punto di vista della storia del Vaticano II la domanda è imbarazzante e la risposta precaria. Le prospettive offerte da Giovanni XXIII per il fatto stesso di aver convocato un altro Concilio dopo quello del 1870 e, tanto più, quelle disegnate nel discorso di apertura appaiono tanto suggestive quanto impegnative. Come si è visto, l’orizzonte di molti padri conciliari era ben più limitato. Un’ipotesi, come quella presentata da Lercaro all’inizio del dicembre 1962, per un Concilio impegnato a mettere a fuoco la povertà in tutte le sue dimensioni spirituali, culturali e istituzionali, è caduta nel vuoto, malgrado l’interesse suscitato in seno agli episcopati del Terzo mondo. La stessa sorte è toccata alla proposta, avanzata dal patriarca Massimo IV e ripresa da numerosi altri, perché il Concilio elaborasse un organo episcopale centrale che – in rappresentanza dell’episcopato universale – fosse incaricato di collaborare stabilmente con il Papa nelle decisioni maggiori relative a tutta la Chiesa. L’elenco potrebbe continuare...

Una svolta?
Eppure il Vaticano II ha lasciato una Chiesa cattolica ben diversa da quella in seno alla quale si era aperto. La condizione di “cristianità”, che era ancora dominante in Europa e, mediante essa, nel cattolicesimo mondiale, appare l’8 dicembre 1965 superata. Ne sopravvivono frammenti, talora anche tenacemente restii a prendere atto della svolta storica; tuttavia sono sussulti nostalgici. Nella lunga durata, l’uscita dal periodo controriformistico e dalla stagione costantiniana caratterizza la “svolta” avviata dal Concilio, una svolta necessariamente complessa e graduale, di cui esso ha posto le premesse e segnato l’avvio.
Non ci si può nascondere che questo avvio incontra delle difficoltà. Si ha infatti l’impressione che la forza delle abitudini dottrinali e istituzionali acquisite negli ultimi secoli – ben diverse dalla grande Tradizione – tenta di inghiottire il Vaticano II e di “normalizzare” il cattolicesimo, riportandolo alla situazione asfittica precedente. La Chiesa-cittadella degli anni Cinquanta, arroccata sui “punti fermi” di Mystici corporis e di Humani generis, - tenta di reincarnarsi attorno a baluardi moralistici, da Humanae vitae a Mulieris dignitatem sino a Veritatis splendor. Ricompare la minaccia di un cattolicesimo diffidente verso la storia degli uomini, quasi che incarnazione, croce e resurrezione fossero in cielo e non tra di noi e per noi.
Non ci si deve nascondere che qua e là si manifesta una tendenza per ridurre il Vaticano II a un “Concilio debole”. Un fenomeno simile si è già verificato dopo il grande Concilio di Calcedonia (451), che aveva elaborato la concezione del Cristo che regge e ispira tuttora la fede cristiana e si è ripetuto dopo il cruciale Concilio di Trento (1545-1563), che ha sottratto il cattolicesimo alla disgregazione interna causata della decadenza ecclesiastica e alla “corrosione” protestante. In entrambi i casi si è manifestata una corrente che avrebbe voluto “normalizzare” sia il Calcedonese, negando l’importanza della svolta dottrinale da esso introdotta, che il Tridentino, riducendolo a un rafforzamento dell’autorità di Roma, malgrado la tenace e strenua resistenza di S. Carlo Borromeo, impegnato a un rinvigorimento delle Chiese locali.
Una visione riduttiva del Concilio si esprime sostenendo l’accettazione dei decreti conciliari, ma negando il rilievo del Concilio nel suo insieme come “evento”; si accettano i protocolli ufficiali, ma si diffida della viva documentazione personale dei partecipanti, ci si appella alla tradizione non come atto di “consegnare” la rivelazione e l’esperienza credente del passato, ma come patrimonio rigido, chiuso e immobile. Si vorrebbe anche seppellire il significato del pontificato giovanneo nella totale “continuità” con quello paolino, ignorando la varietà, che è una delle ricchezze del pontificato romano. Si giunge così ad annullare la “svolta conciliare” minimizzando i punti forti dell’insegnamento del Concilio sulla Chiesa: la liturgia come partecipazione, la sacramentalità dell’episcopato e la collegialità dei vescovi con il Papa, la libertà religiosa, la sovranità della Sacra Scrittura, il rapporto di “amicizia” con l’umanità e la sua storia.
L’atto che ha chiamato il cattolicesimo a Concilio e, poi, lo svolgimento della grande assemblea conciliare hanno suscitato un interesse molto ampio e profondo, al di là dei consueti confini ecclesiali. Anzi l’interesse si è presto trasformato in coinvolgimento entusiastico e si è riversato in un “clima conciliare”. Un clima che si è espresso anzitutto nell’attesa simpatetica per le decisioni conciliari e poi nella disponibilità al cambiamento. La riprova della vastità di questo consenso si è avuta nell’isolamento nel quale è rimasta la protesta e, infine, lo scisma dei seguaci “tradizionalisti” del vescovo francese Marcel Léfebvre.
Ciò dà la misura dell’importanza della ricezione del Vaticano II che coinvolge non solo la Chiesa “ufficiale” – Papa, vescovi, preti – ma l’intero popolo di Dio. Il ripiegamento su se stesso dell’impulso conciliare implicherebbe una delusione molto ampia che sciuperebbe un eccezionale moto di attesa e di disponibilità.

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