EQUOSOLIDALE

Dopo il danno, la beffa

La Nestlè si innamora dell’etica. E chiede il marchio Fair Trade.
In Inghilterra lo ottiene. In Italia una levata di voci per impedirlo.
Paolo Macina (Campagna Rete Italiana Boicottaggio Nestlè)

In letteratura, la sindrome di Stoccolma è collegata al comportamento di ostaggi che, in mano ai sequestratori, finiscono per simpatizzare con gli stessi e a considerarli non dei delinquenti bensì degli amici, arrivando fino a proteggerli e... innamorarsene. Qualcosa del genere deve essere scattato nella mente dei dirigenti della Nestlè, quando in primavera, allo sbocciare di primule e violette, hanno deciso di chiedere la certificazione etica a una linea di prodotti Nescafè. Se non possiamo sconfiggere gli avversari, cerchiamo almeno di somigliargli, si saranno detti. E vista l’ormai pluridecennale Campagna di boicottaggio dei loro prodotti, hanno deciso di passare all’azione.

Un po’ di storia
Ricapitoliamo: nel 1992, un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità stimava che ogni anno 1,5 milioni di bambini del Sud del mondo muoiono a causa dell’utilizzo del latte in polvere in sostituzione del latte materno: in pratica 4.000 al giorno. Il motivo è molto semplice: usando acqua sporca per diluire le dosi, e diluendole molto per ottenerne di più, vengono passate ai neonati poche proteine e molti batteri, in Paesi dove si muore per le malattie più banali. È poi universalmente riconosciuto che, tramite l’allattamento materno, passano una quantità di anticorpi impensabile con l’allattamento artificiale.
L’OMS convince tutte le aziende del settore, Nestlè compresa, a sottoscrivere un accordo, che viene prontamente disatteso negli anni successivi; parte quindi una Campagna di pressione verso le leader del mercato da parte di ONG e associazioni che più ravvisano gli effetti collaterali devastanti nell’utilizzo del latte in polvere (http://www.ibfanitalia.org).
Gli anni Novanta sono tutto un pullulare di adesioni alla Campagna. Per limitarci solo all’Italia: si rifiutano sponsorizzazioni (Carnevale di Fano, Festival del Cinema a Venezia, Giffoni, Taormina e Torino, feste di Liberazione), si schierano le amministrazioni (Comuni di Roma, Ladispoli, Gubbio e Rivalta, Province di Trento e Bari), si respingono le installazioni di distributori di Nescafè (scuole di Bologna, Chieri, Imperia) e gelati Motta (oratorio di S. Fermo a Rozzano).
Intanto, gli indici azionari etici (FTSE4Good del Financial Times, Dow Jones Sustainability Group Index, Ethibel, Ethical Index Global) escludono l’azienda svizzera dai propri panieri, a causa anche dell’utilizzo degli OGM nei suoi prodotti e di condotte non proprio cristalline con le maestranze in varie parti del mondo. Ma Nestlè rifiuta ogni confronto pubblico, non intavola trattative con la Campagna di protesta, disconosce i dati che i volontari raccolgono ai quattro angoli del mondo sul suo operato.
Scende in campo anche un ministro della Sanità, Veronesi, che richiama gli ospedali infantili al divieto di regalare confezioni di latte in polvere alle partorienti, per non innescare l’effetto assuefazione fin dalle prime poppate. Diversi parlamentari sottoscrivono interrogazioni sull’operato della multinazionale e intanto l’Antitrust multa le aziende del settore colpevoli di fare cartello per mantenere alti i prezzi delle dosi (mirabile l’inchiesta condotta da Report su Rai3).

Il successo della Campagna
In questo clima ameno, la multinazionale del cioccolato si rivolge a un ente di certificazioni etiche, Fair Trade Foundation, emanazione del Fair Trade inglese (che certifica i prodotti Transfair e Max Havelaar), per farsi concedere il marchio Fair Trade (Commercio Equo e Solidale) a una linea di caffè di sua importazione da El Salvador ed Etiopia. Lo ottiene il 21 settembre, anche se solo per il mercato inglese, tra le proteste del mondo del volontariato. La sezione italiana di Fair Trade prende posizione nei giorni successivi, precisando che “non concederà in uso il marchio Fairtrade a Nestlè, qualora l'azienda stessa ne facesse richiesta” (ci potete giurare, amici...), mentre l’Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale, ritenendo estremamente grave il fatto e una beffa in piena regola, chiede di rivedere la decisione presa.
Naturalmente il riconoscimento di un’eticità nell’importazione del caffè non sposta di una virgola il giudizio emesso sul comportamento relativo alla vendita di latte in polvere: problematiche, leggi e Paesi diversi rendono incomparabili le situazioni. Ma l’opinione pubblica saprà discernere correttamente? E inoltre: che senso ha premiare una piccola produzione di una multinazionale (per stessa ammissione di Nestlè, il caffè direttamente acquistato dai produttori è solo il 14%, e sicuramente le quattro cooperative coinvolte non ne costituiranno la parte preponderante), quando la stessa azienda è accusata, in altre parti del mondo, o addirittura negli stessi Paesi, di scorrettezze, se non di efferatezze?
A nostro parere, la decisione di Nestlè significa una sola cosa: che la Campagna, dopo anni di battaglia, è riuscita a scalfire in profondità il muro oltre il quale si sono trincerati i manager del gruppo. In un’epoca di chiari di luna, anche una minima variazione ai fatturati può comportare problemi nella chiusura del bilancio, e se possibile è meglio correre ai ripari, costi quel che costi. Ma questo non fa che accrescere il peso e il ruolo delle Campagne di pressione.

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