PONTI E NON MURI

Una convivenza possibile

Racconti di vita quotidiana. In cui il dialogo tra palestinesi e israeliani esiste.
Nella semplicità delle cose di ogni giorno.
Intervista di Giulia Ceccuti

Fra Jacques Frant, monaco eremita melkita francese, abita a Taybe, in Cisgiordania. Ci racconta una convivenza possibile tra persone di cultura e di fede diversa in una terra lacerata da un doloroso conflitto. In Terrasanta si sperimenta ancora, tra la gente comune, una convivenza quotidiana.

Come sono i rapporti tra cristiani e musulmani, così come si percepiscono dall’osservatorio di Taybe?
Bisogna innanzitutto partire dal contesto, per capire dove ci troviamo: Taybe è l’unico villaggio interamente cristiano in tutta la Cisgiordania, in una zona al centro di una ventina di piccole cittadine e paesi, tutti musulmani. È importante sottolineare che storicamente il villaggio non è rimasto chiuso in se stesso, ma è stato sempre in dialogo con i villaggi limitrofi, di fede diversa.
Nella nostra vita quotidiana abbiamo sempre avuto – e continuiamo ad avere – frequenti rapporti con i nostri vicini musulmani: basta pensare al fatto che a Taybe ci sono ben 15 negozi di alimentari, per soli 1450 abitanti. Questo come si spiega? Sono così tanti perché molti musulmani dei villaggi circostanti, che spesso hanno vissuto per un periodo negli Stati Uniti o comunque in Occidente, comprano qui molte cose che fanno ormai parte del proprio stile di vita, e che altrove non trovano, ad esempio vino e birra. È paradossale, ma una delle specialità di Taybe, la birra, viene bevuta più da persone provenienti da altri paesi che dagli abitanti stessi! Non solo: anche molte attività sono gestite da musulmani che non abitano in paese, ma che ogni giorno vengono da fuori.
L’ufficio postale, ad esempio, è tenuto da un musulmano, così come la farmacia è tenuta da una persona di Gaza, un negozio di polli è gestito da un uomo che viene ogni giorno dal villaggio accanto: tutti preferiscono avere un’attività, un lavoro, a Taybe. Scelgono di non stare nel loro villaggio.
Un altro esempio, in cui la convivenza si misura giorno per giorno, è la scuola: pur essendo cattolica (appartiene infatti al Patriarcato, alla Commissione delle scuole cattoliche in Terra Santa – non esistono scuole pubbliche, statali, a Taybe), è frequentata per 1/3 da bambini musulmani.

Puoi raccontare un episodio in particolare, positivo e di dialogo tra le due comunità?
Mi vengono in mente usanze comuni. È da sempre consuetudine che, per le principali feste religiose musulmane, alcune famiglie di Taybe vadano al villaggio accanto per festeggiare il Ramadan, e lo stesso avviene per le festività cristiane: molti musulmani sono sempre venuti qui in visita da famiglie cristiane. Stessa cosa per i funerali.
Se allarghiamo, poi, la prospettiva alla Palestina dobbiamo dire che i cristiani, rispetto a tutta la popolazione, rappresentano una percentuale del 2%, ma pur essendo solo il 2%, sono rappresentati dal 6% in Parlamento. Ciò significa che ci sono personaggi conosciuti e apprezzati, votati anche da parte della popolazione musulmana: faccio solo l’esempio di Hanan Ashrawi, ma ce ne sarebbero altri. Alcuni ministeri sono poi cristiani: da anni, quello del Turismo, ora ad esempio anche quello delle Telecomunicazioni. Se penso all’Europa, non so citare nessun esempio di un Paese con delle minoranze così rappresentate in Parlamento!

Come viene percepita una Campagna come quella contro il muro da poco rilanciata da Pax Christi?
Le persone di Taybe ovviamente non possono che essere contente di questa attenzione, ma vedono tutti i giorni un muro che continua a crescere, vorrebbero, come è facile da immaginare, che fosse fatto qualcosa di più concreto, dai governi come dalla Chiesa.
I cristiani di Taybe si sentono abbandonati dalla Chiesa di Roma, come cristiani e come palestinesi. Evidenziano l’automatica ma inesatta equazione palestinese uguale musulmano, rivendicano una loro parte attiva nel conflitto, mentre spesso si vuol far credere che i cristiani ne siano fuori. La scelta di rimanere là, per loro, è già di per sé una forma di resistenza.

Cosa possiamo fare noi, dall’Italia?
Per prima cosa potete continuare a dire che il problema in Palestina non è affatto di tipo religioso. Il problema non è legato all’Islam. Per questo trovo fuori luogo le tensioni, le manifestazioni sorte ora intorno all’Iran: la manifestazione di Roma di fine ottobre non era contro l’Iran, ma piuttosto pro-Israele, e contro l’islam, e questa strumentalizzazione porta a cadere facilmente nella trappola degli estremisti e degli integralisti. Il problema del rapporto con l’islam è più “vostro”, più vissuto fuori, in Occidente, che realmente in Palestina. In questa terra, la riconciliazione sarà possibile solo con la fine dell’occupazione.

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