CINEMA

Caro Presidente Allende

Come muore una democrazia.
Come le aspirazioni di una generazione possono essere stroncate.
Anche in quella sopraffazione continua che è la negazione della memoria.
Andrea Bigalli

Seguendo il filo della storia è inevitabile incontrare la tristezza nel conoscere ciò che è stato interrotto, ha conosciuto violenza, ha determinato la materia di terribili sofferenze. Cosa tutela le vittime di fronte alle macerie delle proprie esistenze? Ci sono ingiustizie con cui ci siamo abituati a convivere, ma ciò non è in grado di saldare il conto delle proprie ragioni; e le cifre con cui provare a esprimere il soffrire si dilatano, continuano a farlo in modo esponenziale…
E se la memoria fosse una risorsa per la speranza e non la condanna di vederla comunque negata? I popoli, le persone, i poveri, i violentati ricordano… le loro memorie infiammano ancora, hanno il potere di far desiderare un’altra storia? La sofferenza vissuta senza colpa, come nella tradizione biblica è riferito a Giobbe, ha un senso, lo recupera in qualche modo, o l’arbitrio del potere o del caso segnano un destino assurdo, tale da annullare la volontà stessa della vita? Non so se nessuno di noi è in grado razionalmente di rispondere a queste domande, ma sono sicuro che comunque una risposta la si scrive giorno per giorno, decisione dopo decisione, lacrima per lacrima, sorriso dopo sorriso…
Una stagione di discreti successi commerciali ha ridato fiato anche nelle sale cinematografiche a quel genere, ormai nelle apparenze sempre più televisivo, nobile ma nel sospetto di noia, che è il documentario di impegno sociale. Micheal Moore che vince la Palma al Festival di Cannes col suo lavoro sui misfatti dell’amministrazione Bush introduce, dal punto di vista critico, la domanda se siamo di fronte a cinema vero e proprio o ad altro, di certo ha inaugurato una stagione in cui diverse opere del genere, di rilievo, sono riuscite a trovare la via di una distribuzione soddisfacente. Tra le altre,

Un documentario di Patricio Guzmàn
Sceneggiatura: Patricio Guzmàn
Fotografia: Patricio Guzmàn e Julia Munoz
Montaggio: Claudia Martinez
Musiche: Jorge Arriagada
Belgio\Germania\ Francia 2004
Colore\bianco e nero 100’
proprio a inizio di stagione, in un momento non molto favorevole sul piano commerciale ma opportuno nella dimensione delle rievocazioni, ci arriva un bel lavoro dedicato alla memoria di uno degli uomini politici più amati, il presidente del Cile Salvador Allende.
L’11 settembre 1973, un colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet metteva fine al suo mandato presidenziale, ottenuto per la vittoria di un cartello di partiti di sinistra. Quando la politica di sostegno ai ceti più deboli indicò la via della nazionalizzazione delle principali materie prime (in particolare il rame) del Paese, da tempo saldamente nelle mani di grandi compagnie internazionali, apparve chiaro che l’operato di Allende non era compatibile con gli interessi economici degli Stati Uniti. Il presidente Nixon diede mandato alla CIA per la realizzazione del golpe, dopo che manovre economico-finanziarie ostili avevano creato gravi difficoltà al Cile, ma non avevano fatto diminuire il consenso di cui godeva il leader socialista.
Patricio Guzmàn, già giovane cineasta al seguito di Allende durante la sua ultima campagna elettorale, propone un itinerario di memoria, che non può che essere dolente e appassionato. Guzmàn ha conosciuto carcere ed esilio; il suo racconto è dolorosamente lucido, invita a raccogliere i frammenti di quella che rischia di essere una storia rimossa e forzata all’oblio perché importante, pedagogica. Le immagini iniziali ci mostrano gli effetti personali ritrovati sul cadavere del presidente: in una bacheca i resti dei suoi occhiali, rinvenuti tra le macerie della Casa presidenziale, la Moneda, dopo il bombardamento.
Un invito del regista a guardare, a non distogliere lo sguardo dal suo mostrarci come muore una democrazia, come le aspirazioni di una generazione possano essere stroncate non solo nel momento in cui ciò accade nella violenza, ma pure – forse soprattutto – in quella sopraffazione continua che è la negazione della memoria. L’allora ambasciatore statunitense in Cile, intervistato a più riprese, espone con chiarezza il ruolo dell’amministrazione Nixon-Kissinger (quest’ultimo, ricordiamolo, è un premio Nobel per la pace) e come essa trovò alleanze precise (soldi anche dal Vaticano e dalla Democrazia Cristiana italiana) perché fosse impedita la supposta consegna del Paese sudamericano al marxismo leninismo.
Ma Allende viene descritto, con abbondanza di riferimenti, come un socialista rispettoso della democrazia, deciso nel rifiutare la possibilità (consigliata anche da Fidel Castro) di ricorrere alla forza con l’ausilio dell’esercito cileno, di conservare il suo potere, del tutto legittimo, con l’uso della violenza, resistendo alla tentazione della dittatura (come non ha saputo fare
Non cederò. Sono venuto a trovarmi in un momento critico della nostra storia, e pagherò con la vita la lealtà del popolo. E vi dico che il seme che consegneremo alla coscienza e alla dignità di migliaia e migliaia di cileni non potrà essere completamente distrutto. Loro hanno la forza. Potranno asservirci, ma i processi sociali non si fermano con il crimine e con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli…
Lavoratori della mia patria: ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Andate avanti, sapendo che, più presto di quanto si pensi, si apriranno di nuovo i grandi viali per lasciar passare l’uomo libero di costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole. Ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano.

Eduardo Galeano, in Memoria del fuoco
lo stesso “leader maximo” cubano …). Le testimonianze sulla persona si alternano alle analisi della vicenda politica: Allende non fu un sognatore, di quella genia condannata a non saper governare la realtà per le pastoie dell’utopia, ma un autentico politico, capace di creare consenso, di vivere fino in fondo la fedeltà a quel popolo che si è deciso di servire, un uomo in grado di intuire, comprendere, governare i passaggi storici.
Quasi suo malgrado, anche l’ambasciatore statunitense è pronto a riconoscere questi meriti:e se la sua testimonianza non riesce a liberarsi da quel senso di sufficienza che sempre traspare quando la politica è letta con le lenti della ragion di Stato, non vi sono nelle sue parole reticenze nel riconoscere il ruolo del suo governo nell’annientamento di un legittimo sogno di cambiamento e come ciò chieda che si sospenda il giudizio sulla riuscita dell’esperienza.
Troppo a lungo la storiografia politica ha letto Allende come un idealista, derubricando le sue istanze politiche
a mera illusione filantropica, per questo destinate inevitabilmente all’insuccesso. Un tentativo serio di governo popolare ci fu e fu stroncato ingiustamente, con la forza non per il senso della ragione. In una fase in cui le politiche di governo si riducono sempre di più a gestione dell’esistente, in una ridotta volontà di rischiare sul piano di autentiche innovazioni Locandina film sociali a sostegno delle classi più fragili, una pagina come quella scritta da “Unidad Popular” non va conservata solo nel cassetto delle nostalgie, ma tenuta sul banco delle ipotesi di lavoro. Del resto l’acutezza storica del cileno traspare nel suo discorso all’assemblea generale dell’ONU, proposto in passaggi significativi, in cui si scaglia contro lo strapotere delle grandi compagnie multinazionali, capaci, oggi ancor più che allora, di condizionare le politiche locali, di arrestare processi sociali di evoluzione, di sopprimere le istanze di democrazia, più che mai urgenti in tempi in cui si attenta ai diritti essenziali, più che mai da globalizzare.
Nei primi anni settanta questa prospettiva non era evidente ai più:sulla pelle del suo popolo Allende identifica una profezia di negazione e dolore, quando delinea questa potenzialità di distruzione, di là a poco prossima a scatenarsi.
Le persone sono fragili di fronte alle dinamiche storiche:uno dei passaggi più toccanti del film di Guzmàn è dato dal suo mostrarci un album di foto del Presidente, sepolto per oltre vent’anni dalla sorellastra nel suo giardino. La vita negata, i giorni interrotti, le potenzialità azzerate … La storia non può essere considerata una realtà astratta, una materia di studio, le grande idee colte nel loro divenire, nel produrre la dimensione dell’oggi:la storia anche la carne offesa, il sangue versato, la dignità negata, la sofferenza che non genera futuro e l’ingiustizia che lo rende impossibile.
Occorre negare questa fragilità per di fendere e far crescere una storia “altra”, di cui i poveri possano essere attori e non solo figure sullo sfondo?Oppure è proprio da essa che fiorisce una sensibilità, una intelligenza, un solidale senso comune, in grado di disegnare altri percorsi, altri orizzonti, altra materia di memoria?
Albert Camus nel suo bellissimo “La peste” fa dire a uno dei suoi personaggi “Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello …
Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione, per limitare il male … In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla pace”. Ho sempre pensato che una tale logica di vita sia, se praticata da chi non crede in Dio, appena un passo prima del Vangelo.
Adesso ritengo che ci sia nel bel mezzo, in grado di ricordarci che cosa significa davvero testimoniare e far avanzare il Regno dei Cieli. “Si apriranno i grandi viali”, annuncia Salvador Allen
de nel suo messaggio finale.

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