A passo di danza

Nell’Occidente del terzo millennio cambia il volto dell’amore.
Si spegne. Si raffredda. Scorre senza lasciare traccia.
In tempo di globalizzazione erompe l’oceano dei sentimenti.

Francesco Comina

C’era un tempo – e nemmeno troppo remoto – in cui amare significava danzare. Lo sguardo dell’uomo incrociava gli occhi della donna e il corpo si mette va in moto come una salsa, una merengue, una taranta. Il volto, per dirla con Lévinas, entrava in una sorta di dipendenza dall’amore, veniva ingabbiato, diventava ostaggio dell’altro/a. Le figure classiche dell’amore maschile, quelle romantiche cantate da Neruda o quelle impavide rappresentate da dongiovanni, fissavano il vocabolario amoroso nell’orizzonte di una poesia metafisica totalizzante: “Tu sai / che indovinano / il mistero: / mi vedono / ci vedono / e nulla / è stato detto / né i tuoi occhi / né la tua voce, né i tuo capelli / né il tuo amore hanno parlato, / e lo sanno / d’improvviso / senza saperlo / lo sanno: / mi accommiato e cammino / verso un’altra parte / e sanno / che mi attendi //” (Pablo Neruda, Ode al segreto amore).
Una delle figure che hanno incantato la letteratura latinoamericana è il leggendario Vadinho, primo marito di dona Flor nel famoso romanzo dello scrittore brasiliano Jorge Amado. Il libro inizia con la morte di Vadinho durante una danza scatenata dallo sguardo di una mulatta seduta in prima fila. Vadinho è un romantico, incapace di porre un freno all’estasi dell’amore che si espande di bocca in bocca, di cuore in cuore, di occhio in occhio. Vadinho ama follemente dona Flor, ma quando appare la mulatta a Bahia, nel bel mezzo del carnevale, tutto il suo corpo si mette a ballare: “Vadinho – racconta Amado – il più scatenato di tutti, vedendo il gruppo che spuntava all’angolo, e udendo il pizzicato dello scheletrico Mascarenhas al chitarrino sublime, s’avanzò rapidamente e piazzandosi di fronte alla romena dalla pelle più scura – una ragazzona monumentale come una chiesa (e doveva trattarsi della

Santa Maria, donna innamorata, roveto inestinguibile di amore, noi dobbiamo chiederti perdono per aver fatto un torto alla tua umanità. Ti abbiamo ritenuta capace solo di fiamme che si alzano verso il cielo, ma poi, forse per paura di contaminarti con le cose della terra, ti abbiamo esclusa dall’esperienza delle piccole scintille di quaggiù. Tu, invece, rogo di carità per il Creatore, ci sei maestra anche di come si amano le creature. Aiutaci, perciò, a ricomporre le assurde dissociazioni con cui, in tema di amore, portiamo avanti contabilità separate: una per il cielo (troppo povera in verità), e l’altra per la terra (ricca di voci, ma anemica di contenuti). Facci capire che l’amore è sempre santo, perché le sue vampe partono dall’unico incendio di Dio. Ma facci comprendere anche che, con lo stesso fuoco, oltre che accendere lampade di gioia, abbiamo la triste possibilità di fare terra bruciata delle cose più belle della vita
Don Tonino Bello
chiesa di San Francesco, visto che era coperta da una cascata di palilettes d’oro) annunziò: “Eccomi, mia bella russa del Tororò” (...) Vadinho si gettò nella danza con l’entusiasmo esemplare che metteva in qualsiasi cosa facesse, tranne lavorare. Volteggiava in mezzo al gruppo, intrecciava passi complicati davanti alla mulatta, avanzava verso di lei con figure e contorsioni; quando d’improvviso gli sfuggì una specie di rantolo sordo, vacillò sulle gambe, pencolò da un lato e si abbattè per terra.: “Mio Dio è morto!”

L’estasi dell’amore
L’amatore folle, il danzatore dagli sguardi appassionati, il dongiovanni di Bahia diserterà per sempre il carnevale, ma il suo spirito ritornerà nelle insonni notti di dona Flor quando il dottor Teodoro, uomo tutto d’un pezzo, riuscirà a conquistarla e a sposarla. Lo spettro di quel mascalzone di Vadinho, riappare nel sogno di un amore creativo, sfrenato, spregiudicato che il noiosissimo Teodoro non riuscirà a soddisfare. E alla fine dona Flor se ne va radiosa fra le strade della città aggrappata al braccio del signor Teodoro ma ricoperta dai baci dello spirito di Vadinho: “E qui finisce la storia di dona Flor e dei suoi due mariti. é accaduto a Bahia dove tali cose magiche avvengono senza creare meraviglia”. Jorge Amado canta la passione brasiliana del Novecento.
Ma nell’Occidente del terzo millennio appesantito dalla morale formale, il volto dell’amore si è raffreddato. I processi selettivi della globalizzazione si sono inseriti perfino nelle palpitazioni del cuore, negli intrighi dei sentimenti, nelle segrete effusioni degli innamorati. Vadinho è tornato nella sua tomba, scalzato dal mito dell’homo sexualis, per nulla erotico, per nulla sottoposto alle lunghe durate del corteggiamento, con il suo linguaggio, con il suo estro creativo, con la follia che non può stare negli argini prestabiliti. Perché l’amore è il “puer” balducciano, quello che abbatte tutti i muri, che rompe le logiche dell’ordine, che mette a soqquadro ogni cosa perché il suo scopo non è l’armonizzazione del mondo, ma “l’amorizzazione” per dirla con Teillhard de Chardin. é il bimbo con l’arco e le frecce che lancia i suoi dardi senza sapere dove andranno a colpire. é stupore e volo nei cieli della passione (che cosa voleva dirci, in fin dei conti, Chagall con i suoi innamorati volanti sui tetti delle città?).
Oggi viviamo nel tempo dell’“amore liquido”, come lo chiama il sociologo polacco Zygmunt Bauman. Ogni atto della vita amorosa si getta nella corrente di un fiume che scorre senza lasciare traccia. Gli occhi degli innamorati si guardano per il breve spazio di una rendita di rapporto, ma subito la visuale si sposta verso un altro sguardo. La relazione diventa virtuale, alterna in rapida successione le pagine del web per incontri in chat digitando le lettere di un vocabolario scontato. Non c’è proiezione, perché l’individuo, isolato, decide il momento opportuno per cliccare il tasto “canc” del suo pc portatile. Tutto è sottoposto al calcolo della prevedibilità. E la relazione si spegne, come si spegne il monitor prima di andare a letto. La coppia diventa part time, tascabile, doppia, tripla, cambia, si scambia, si rovescia. All’uomo senza qualità di Musil, simbolo della modernità, si sostituisce l’uomo senza legami sociali della post-moderbità (“Der Mann ohne Verwandtschaften”) dove la parola d’ordine è: “connessione”. All’immagine classica di Eros con l’arco e le frecce si sostituisce l’immagine di un vecchio con lo sguardo impaurito.

Carpe Diem
L’amore si scioglie dai suoi legami sociali, si tuffa nelle spelonche dell’io e naviga nel mare burrascoso della precarietà. Ogni atto della nostra vita, in questo tempo di transizione, diventa labile e contingente e così l’amore diventa fragile come un passero nelle mani di un uomo. L’alternativa se stritolarlo o liberarlo è rimessa totalmente alla decisione dell’individuo: “È come se l’amore reclamasse, contro la realtà regolata dalla razionalità tecnica, una propria realtà che consenta a ciascuno, attraverso la relazione con l’altro, di realizzare se stesso. E in primo piano, naturalmente, non c’è l’altro, ma se stesso” (Galimberti).
Liquidare l’amore liquido come un semplice orpello della modernità tecnico-scientifica sarebbe troppo facile. Certo, la violenza e la velocità dei processi sociali oggi sono essenziali anche per quanto riguarda la profondità del sentimento amoroso. Eppure questa è la cifra del nostro tempo: è lo spaesamento, l’alienazione, la trasformazione della carne in un sistema di

Che cosa è quel desiderarsi degli amanti, quel loro cercarsi e toccarsi se non un tentativo di violare i loro esseri nella speranza di accedere a quel vertice morale che è la comunicazione vera, al di là di quella finta comunicazione a cui ci obbliga la nostra cultura della funzionalità e dell’efficienza? Per essere davvero il contraltare della tecnica e della ragione strumentale che la governa, amore non può essere la ricerca di sé che passa attraverso la strumentalizzazione dell’altro, ma deve essere un’incondizionata consegna di sé all’alterità che incrina la nostra identità, non per evadere dalla nostra solitudine, né per fondersi con l’identità dell’altro, ma per aprirla a ciò che noi non siamo, al nulla da noi.
Umberto Galimberti, Le cose dell’Amore
plastica, in un incontro effimero senza alcuna poesia.
Rimane sottotraccia un sentimento di nostalgia per l’amore dionisiaco, che vibra nelle piazze del carnevale di Bahia. Ma anche le parole per dirlo non ci sono più, perché non c’è più tempo per elaborare il linguaggio classico dell’amore: “La relazione fra due persone segue il modello dello shopping, e non chiede altro che le capacità di un consumatore medio, moderatamente esperto. Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto” (Bauman). Ma questa discesa nell’acqua ghiacciata dell’amore liquido pone interrogativi grandi, eticamente e filosoficamente importanti. Finalmente possiamo cominciare a pensare alla durezza con cui abbiamo impostato il tema dell’amore nelle nostre chiese, nella nostra società, nella cultura politica e civile dell’Occidente. E chiederci se la deriva dei rapporti classici di amore non sia l’effetto di un ripudio diffuso verso un sistema rigido e bloccato di intendere il rapporto di coppia e la relazione fra due persone.
Forse che non stia cominciando davvero a farsi largo un processo di ribellione verso un sistema che pretende di controllare perfino gli accoppiamenti fra l’uomo e la donna senza lasciare al caso la possibilità di rivelarsi nel tempo e nello spazio? Forse che nel frullatore della vita moderna e nel recupero dell’antico motto oraziano del “carpe diem” non ci sia il bisogno di fare i conti con l’oceano dei sentimenti che molto spesso sono rimasti rattrappiti dal dovere della morale sociale?
Domande liquide dall’acqua, che esigono risposte solide dalla terra: “Io ero un albatro grande / e volteggiavo sui mari / qualcuno ha fermato il mio viaggio / senza nessuna carità di suono. / Ma anche distesa per terra / io canto ora per te / le mie canzoni d’amore // (Alda Merini).

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