INFORMAZIONE

Le nuove bandierine Rai

Una buona notizia. La Rai apre in Africa. Finalmente.
E grazie al lavoro di pressione fatto da tante testate minori.
Ora il Sud del mondo è entrato nel servizio pubblico.
Roberto Natale (Segretario nazionale Usigrai - Unione Sindacale Giornalisti Rai)

C’è una notizia, ed è una buona notizia. Riguarda noi, noi che ci ritroviamo sulle pagine di Mosaico di pace: parla del lavoro che insieme abbiamo fatto in questi anni, e del lavoro che ancora dovremo fare.
La buona notizia è questa: la Rai ha finalmente deciso di incrementare la sua presenza in Africa. Come è noto, la dislocazione del servizio radiotelevisivo pubblico italiano all’estero è stata a lungo segnata da un punto di vista marcatamente occidentale ed eurocentrico. Scherzando ma non troppo, in Rai eravamo soliti dire che la geografia delle sedi di corrispondenza era stata decisa nel 1815, durante il Congresso di Vienna. Le grandi capitali europee (Londra, Parigi, Berlino, Mosca, Madrid, più Bruxelles come centro istituzionale dell’Unione), un po’ del mare di casa e delle sue lacerazioni (Gerusalemme e Il Cairo), e soprattutto New York, la capitale mondiale (con una appendice sudamericana a Buenos Aires quasi mai coinvolta). Solo da pochissimi anni era stato deciso di gettare uno sguardo un po’ più curioso sulle grandi trasformazioni in corso in Cina, aprendo una sede a Pechino (che peraltro rimane ancora scarsamente utilizzata).
Ora la cartina ha subìto un rilevante aggiustamento. Tre sono le nuove “bandierine” che il Direttore Generale e il Consiglio di Amministrazione Rai hanno deciso di piantare. Una sarà a New Dehli: anche qui, come in Cina, in risposta all’impetuosa crescita economica di un Paese che si annuncia come una delle potenze del nuovo secolo. Una a Istanbul: per seguire da vicino una nazione-chiave nel processo di allargamento dell’Unione Europea, e da lì raccontare i Balcani (ripristinando un’attenzione che la chiusura della sede di Belgrado, dopo la fine della guerra, aveva drasticamente ridimensionato). Una sarà in Africa: dentro l’Africa, molto a sud del Cairo. La sua esatta collocazione non è stata ancora fissata: sceglierla sarà uno dei compiti del giornalista al quale è stato affidato il nuovo incarico. Il giornalista è Enzo Nucci, un bravissimo inviato del Tg3, che in questi anni ha seguito molte delle crisi internazionali (Iraq, Afghanistan, ex-Jugoslavia fra le altre). A lui è stato chiesto di “istruire la pratica”: verificare dove sia più funzionale e conveniente (Nairobi? Città del Capo?) insediare quella che per il momento – per problemi di bilancio Rai – non sarà ancora una vera e propria sede di corrispondenza.

Un inedito cartello
Dicevo che questa decisione parla anche del lavoro fatto da questa rivista. Perché la scelta Rai di dare all’Africa maggiore attenzione porta anche l’impronta dell’insistenza con la quale, negli ultimi due anni, su questo obiettivo ha battuto un insieme di forze: le riviste missionarie (con Mosaico di Pace anche Missione Oggi e Nigrizia), la Tavola della Pace, il Coordinamento degli Enti Locali per la Pace, l’Usigrai (il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico). Un cartello di sigle inedito, felicemente “spurio”, che sul tema è intervenuto a più riprese: sulle agenzie di stampa, negli appuntamenti del movimento per la pace, durante le manifestazioni per il premio “Ilaria Alpi” (una giornalista Rai che all’Africa e alla sua passione per questo continente ha dato la vita, letteralmente), nelle due edizioni di “Roma chiama Africa” e in ogni altra occasione pubblica

DIAMO VOCE ALLA PACE!
Ventiquattro ore per una informazione e comunicazione di pace

Per rispondere alla crescente domanda proveniente dalla società civile di un’informazione vera e credibile, la Tavola della pace, il Coordinamento nazionale degli Enti Locali per la pace e i diritti umani, la Federazione nazionale Stampa Italiana e l’Usigrai, le riviste missionarie, Articolo 21, Megachip, Redattore Sociale, l’Associazione Premio Ilaria Alpi hanno deciso di organizzare una Giornata nazionale dedicata alla promozione di “un’informazione e comunicazione di pace”, che si terrà il prossimo 10 marzo.
Diamo voce alla pace! è prima di tutto un appello che i promotori rivolgono a tutti gli organi di informazione pubblici e privati affinché i problemi della pace possano ricevere una più corretta e adeguata attenzione in un tempo che si fa sempre più difficile. L’appello si salda con la più ampia richiesta di riaffermare la libertà di espressione e il diritto all’informazione e alla comunicazione e rilanciare il ruolo di servizio pubblico della Rai.
Nella piattaforma della giornata c’è anche l’impegno per una cultura della pace, con un lavoro comune per costruire una sede di confronto e di formazione reciproca tra operatori della comunicazione e operatori di pace, la via per recuperare valore all’informazione e restituire il diritto di “cittadinanza” alla parola pace nelle redazioni.
Per guardare in avanti, alle nuove generazioni, i promotori invitano a costruire insieme progetti didattici che intreccino l’educazione alla pace con l’educazione ai media intesa come preparazione alla cittadinanza attiva, sulla scia della rete delle “scuole di pace”.
La “Ventiquattr’ore per una informazione e comunicazione di pace” sarà caratterizzata da decine di iniziative che si svolgeranno su tutto il territorio nazionale e sarà preceduta da un incontro di preparazione, che si svolgerà ad Assisi il 14 gennaio 2006, in occasione del Seminario nazionale per il decennale della Tavola della pace. Enti Locali, scuole e realtà della società civile saranno invitati a promuovere iniziative di riflessione e mobilitazione.


http://www.perlapace.it
http://www.tavoladellapace.it
che ci sembrasse utile a ricordare la necessità di un segnale. “Simbolico”, certo: lo sappiamo bene anche noi che non è soltanto da questa scelta che può essere valutato il comportamento del servizio pubblico; né può bastare un gesto ad assolvere la Rai per la sua attenzione fin qui scandalosamente bassa al Sud del mondo, e più in generale per palinsesti che in gran parte sono fatti per stordire ogni capacità di attenzione critica alla condizione degli uomini e delle donne del mondo. Ma anche di simboli abbiamo bisogno: soprattutto se servono a dare concretezza al lavoro che tutti insieme abbiamo fatto, a dare visibilità a un primo risultato conseguito, a impegnare noi e altri perché questo progetto cresca compiutamente secondo le nostre aspettative.
La scelta Rai di mettere un piede in Africa, infatti, è al momento poco più di una lodevole intenzione. A farla diventare realmente incisiva, a farne un vero segno di trasformazione, serve ancora molta determinazione, di chi è dentro la Rai (al suo vertice ma non solo) e di chi è fuori. C’è bisogno che, nel muovere i suoi primi passi, questo progetto sia portato per mano dai genitori che ha avuto fin qui. L’attività che Enzo Nucci andrà a svolgere deve svilupparsi nel rapporto con i soggetti che dell’Africa già hanno fatto ragione di vita, di impegno, di movimento: la rete dell’informazione missionaria, in primo luogo, che in questi anni ha saputo diventare un punto di riferimento fondamentale e guadagnarsi grande credibilità anche dentro i recinti di una corporazione giornalistica spesso diffidente e supponente; la moltitudine di ONG impegnate nelle iniziative di cooperazione e solidarietà; il movimento per la pace, che sulle crisi e le guerre dimenticate del continente africano non si stanca di richiamare l’attenzione. Nucci si è già detto pienamente disponibile: del resto questi rapporti appartengono da anni al suo bagaglio professionale e umano. Il punto non è la disponibilità sua, ma quella dell’azienda che lo manda in Africa: che non può pensare di aver chiuso la pratica nel momento in cui il settimo piano di viale Mazzini (il piano delle decisioni importanti) ha dato il via all’operazione. È chiaro a tutti il rischio che la nuova postazione in Africa possa diventare una sorta di “avamposto delle buone intenzioni perdute”. Perché non basta avere un corrispondente attivo in Kenia o in Sudafrica, se insieme non cambia profondamente la gerarchia delle notizie nella testa dei direttori che da Roma scelgono quali servizi commissionare e mandare in onda. A esaminarli da questo punto di vista, i nostri TG danno risultati sconfortanti: nelle edizioni di prima serata l’attenzione è prossima allo zero. La storia del disinteresse verso la catastrofe umanitaria nel Niger a luglio e ad agosto (che avevamo raccontato su queste pagine pochi mesi fa con i dati forniti da “Medici senza frontiere”) è purtroppo esemplare, anche nello sviluppo che ha avuto. Le telecamere sono arrivate lì soltanto a ottobre, al seguito del Sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver: come a dire che l’informazione non sa valutare da sola l’importanza di un avvenimento e i disastri ci interessano quasi soltanto se c’è un esponente politico del quale raccogliere le dichiarazioni. Un po’ meglio va alla radio, dove il “pianeta dimenticato” è ormai da un anno appuntamento quotidiano della prima rete dopo il Giornale delle 8.

Miglioriamo il servizio Rai
È essenziale, allora, che il vertice Rai venga impegnato ad assicurare adeguati spazi di palinsesto nei notiziari, nei programmi di approfondimento, nell’insieme di un’offerta che con i nuovi canali digitali sarà quantitativamente sempre più cospicua, ma che rischia di rimanere qualitativamente povera e omologata. Il Sud del mondo può essere uno dei temi sui quali caratterizzare un servizio pubblico alla ricerca di una maggiore distinguibilità dall’emittenza commerciale e di una nuova legittimazione nel rapporto coi cittadini. E queste garanzie deve saperle ottenere lo stesso schieramento che ha conseguito un primo obiettivo con la recente decisione Rai sull’Africa. Per le riviste missionarie, per la Tavola della pace, per il sindacato dei giornalisti Rai, il prossimo passo deve essere un incontro di verifica con il vertice aziendale: per sentire quali siano i programmi specifici, per ottenere garanzie in termini di risorse e di spazi di palinsesto, per far sentire al servizio pubblico che la pressione non verrà meno.

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