VERITÀ E RICONCILIAZIONE

Informe final

Una modalità originale. Per ricostruire la memoria. Per garantire la verità.
Sempre più diffusa la nascita di Commissioni per l’accertamento della verità e della riconciliazione. L’esperienza del Perù.
Vittorio Bellavite

In situazioni estreme nella vita dei popoli possono nascere iniziative nuove, del tutto fuori dalle riflessioni dei migliori scienziati della politica o di precedenti esperienze, ben oltre l’utilità del diritto internazionale. È quanto è avvenuto negli ultimi vent’anni in coincidenza con la caduta, in differenti e grandi regioni del mondo, di regimi tra i più violenti e repressivi di un tragico secolo breve (soprattutto in America latina e in Africa). Non ci sono stati però crolli di sistemi economici e politici e, di conseguenza, nascita di forme del tutto nuove e antagoniste alle precedenti. Ci sono state invece fasi di transizione, quasi ovunque e quasi sempre complesse e ambigue, in cui il potere economico è mutato poco o niente mentre cambiamenti faticosi, controversi e spesso parziali sono avvenuti nelle istituzioni politiche. Il compromesso che si è raggiunto in molte fasi, difficili e lunghe, di assestamento, è stato quello di istituire Commissioni per l’accertamento della verità e della riconciliazione che non lasciassero all’oblio pubblico da una parte e al rancore permanente dall’altra, quanto era successo; e che avessero anche la funzione di supplire a una giustizia penale interna assolutamente incapace e poco indipendente e anche alla impossibilità della giustizia internazionale, per cento motivi, di svolgere una funzione concreta.

Cosa sono
Le più importanti e le più numerose tra queste Commissioni sono sorte negli anni Novanta e sono ormai tutte concluse, salvo quella del Paraguay. Esse si possono definire organismi pubblici non giurisdizionali di investigazione con lo scopo di fare chiarezza su periodi di grande e duratura violenza interna per aiutare la società in una fase di transizione ad affrontare in modo critico il passato, per formulare raccomandazioni, per evitare la ripetizione di quanto successo e per affrontare, ove possibile, gravi problemi rimasti aperti, come quello delle riparazioni alle vittime.
Le Commissioni istituite sono state fino a ora 25 (di cui 8 prima del 1990): otto in Africa, sette in America del Sud, quattro in Estremo Oriente, tre in America centrale e tre in Europa (Serbia, Bosnia e Germania Est). Esse hanno tratto la loro autorità da atti ufficiali (leggi o equivalenti), sono state composte da personalità indipendenti, con periodi di storia variabili sui quali indagare, con competenze molto diverse, dall’accertamento di situazioni specifiche (per esempio, in Argentina, solo sui desaparecidos) alla ricostruzione di tutto, come in Perù. Le più importanti sono state quelle istituite in Salvador (nel 1991) e in Guatemala (nel 1994) dopo gli accordi di pace, in Argentina nel 1983, in Cile del dopo Pinochet nel 1990, in Perù nel 2001 dopo la caduta di Fujimori. La più nota e la più importante è stata quella del post-apartheid in Sudafrica che, a differenza delle altre, ha avuto poteri quasi giurisdizionali perché poteva concedere l’amnistia a chi si presentava riconoscendo le proprie colpe e descrivendo pubblicamente i fatti e i moventi politici del suo comportamento.
In alcuni casi i lavori delle Commissioni hanno costituito un grande avvenimento politico e sociale per le modalità con cui si sono svolti i lavori: udienze pubbliche, raccolta delle testimonianze, indicazione o ricerca delle fosse comuni, proposte per le riparazioni. Ovviamente, dietro il lavoro di accertamento dei fatti e, a volte, in modo esplicito, nelle stesse delibere o nei decreti istitutivi, stavano i grandi problemi della concessione del perdono da una parte, della riconciliazione e delle riparazioni, anche materiali, alle vittime dall’altra.
La conoscenza di questa parte della storia contemporanea merita un approfondimento che ancora non c’è stato in misura adeguata, neanche nel movimento pacifista.

L’esperienza del Perù
La Comision por la verdad y la reconciliatiòn fu istituita nel giugno del 2001 dal Presidente provvisorio del Perù, Valentin Paniagua, e ratificata in seguito dal Presidente attuale Alejandro Toledo. Aveva il compito di accertare quanto avvenuto tra 1980 e il 2000 nel “conflitto armato interno” tra il Partido Comunista Peruano-Sendero Luminoso (e anche il MRTA, Movimiento Revolucionario Tupac Amaru) e la Polizia e le Forze Armate. Compito connesso quello di proporre raccomandazioni in vista di una riconciliazione nazionale. La Commissione era presieduta da Salomon Lerner, Rettore dell’Università Cattolica di Lima e costituita da dodici personalità indipendenti. In due anni, fino al 28 agosto 2003 data della diffusione del Rapporto conclusivo (Informe final), la Commissione ha svolto un lavoro straordinario per mole e per lucidità di analisi.
L’Informe è costituito da ben nove grossi volumi e da dodici allegati. Sono stati ascoltati 422 testimoni in decine di udienze pubbliche e identificati 4.644 luoghi dove sono state seppellite le vittime. Trenta strutture pubbliche o private sono state coinvolte nel lavoro della Commissione mediante apposite convenzioni di ricerca e circa 500 persone vi sono state coinvolte.
Le conclusioni generali sono raccolte in 171 punti che non solo descrivono i fatti, ma fanno anche un’analisi storico-critica della storia peruviana di venti anni con giudizi molto precisi e anche con nomi di politici e di militari maggiormente responsabili. 23.969 sono i peruviani morti o scomparsi di cui sono stati accertati i nomi e cognomi, ma la Commissione ha calcolato che essi siano stati quasi settantamila. Un numero impressionante anche perché sono tutte vittime di armi da fuoco leggere e in gran parte civili.
La responsabilità “immediata e fondamentale” è attribuita dalla Commissione a Sendero Luminoso, una formazione che si ispirava al maoismo (accerchiare le città e conquistare e il potere dalle campagne, cioè dalla Sierra) e che, a posteriori, ha dimostrato di avere una cultura e una pratica simile a quella del regime di Pol Pot in Cambogia dal 1976 al 1979. Anche il MRTA (protagonista dell’occupazione dell’ambasciata giapponese nel 1996) formazione guerrigliera più tradizionale, viene accusata di violenze, uccisioni e violazione dei diritti umani ma in misura ben minore (1,8% dei casi accertati contro il 53,68 di Sendero e il resto i militari).
La Commissione accusa poi pesantemente la polizia e le forze armate, il cui comportamento per lunghi periodi e nell’aree più povere del Paese (Ayacucho) ha violato qualsiasi regola di comportamento di un’azione antisovversiva con massacri, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie ecc. a spese soprattutto dei campesinos stretti tra le due fazioni in lotta e, quasi sempre, ben poco simpatizzanti per l’azione “liberatrice” dei senderisti.
La Commissione non risparmia giudizi severi sulla presidenza di Acion Popular (Presidente Belaunde 1980-1985), dell’APRA (Presidente Garcia 1985-1990) e di Fujimori (1990-2000), sui partiti politici, sulla magistratura e anche sull’opinione pubblica, disattenta e in parte indifferente a una guerra considerata “esterna” perché avveniva sulle montagne e nei confronti di peruviani poveri di serie C. Si salvano le organizzazioni per la tutela dei diritti umani e le Chiese; nella Chiesa cattolica in particolare l’area che fa capo alla teologia della liberazione e al suo fondatore Gustavo Gutiérrez, che è di Lima, o a vescovi come Luis Bambarén vescovo di Chimbote e già Presidente della Conferenza Episcopale. Ma la Commissione è pesante nei confronti dell’Arcivescovo di Ayacucho “che ostacolò le attività delle organizzazioni della Chiesa impegnate sui diritti umani” mentre “negava l’esistenza della loro violazione nella sua giurisdizione”. Il vescovo di Ayacucho era allora l’attuale arcivescovo di Lima card. Juan Luis Cipriani, dell’Opus Dei.
Nelle raccomandazioni finali la Commissione ha proposto riforme istituzionali per fare del Perù uno Stato di diritto, riparazioni integrali alle vittime, un piano nazionale di accertamento delle fosse comuni, diffusione dell’Informe, chiamata in giudizio dei responsabili, comunque provvedimenti amministrativi nei confronti dei colpevoli, tutela dei testimoni e amnistie e indulti solo negli stretti limiti stabiliti dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani.
Di seguito alla redazione dell’Informe, nel 2003 su iniziativa di organizzazioni della società civile, e in particolare dell’area cristiana di base, si è costituito il movimento “para que no se repita”. Di esso fanno parte circa 100 organizzazioni; ha preparato una marcia da Piura nel Nord fino al confine con la Bolivia da maggio a fine agosto (http://www.caminataporlapaz.org.pe). Quattro mesi di marcia, di incontri, di contatti. Lo scopo di questo movimento è quello di impedire che le conclusioni dell’Informe restino lettera morta. Ci sono ampie aree di silenzio o di ostilità nei confronti di chi non accetta che si faccia finta di niente. La situazione è aperta, in primavera si voterà per la Presidenza della Repubblica, uno dei candidati è Alan Garcia, presidente degli anni Ottanta, coinvolto nei massacri, che tenta il rilancio e che già nel 2001 potè competere, al ballottaggio, con Toledo, presidente uscente e non più ricandidabile. Ciò dà la dimensione della posta in gioco.

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