ECUMENISMO

Il dilemma del filioque

Il difficile passo dell’unione tra due Chiese “sorelle”. Un viaggio tra le differenze e le convergenze tra la Chiesa ortodossa e quella cattolica. Per un ecumenismo sempre più autentico.
Basilio Petrà (docente alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale)

Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa sono considerate Chiese molto vicine tra loro, vere e proprie Chiese “sorelle”. Nella mentalità comune, poi, l’ortodossia è considerata quasi identica al cattolicesimo e i frequenti, fraterni incontri tra vescovi cattolici e gerarchi ortodossi appaiono una
chiara conferma. Proprio per questo molti hanno difficoltà a capire perché esse siano ancora divise e perché ogni tanto emergano tra loro forti tensioni. Tale spiegazione esige un piccolo percorso che tenteremo di fare in queste poche righe.

Le differenze teologiche
Un primo motivo di spiegazione può essere trovato nell’esistenza di alcune differenze teologiche tra le due Chiese. Interrogato su questo argomento, un ortodosso prestigioso come O. Clément ha risposto lapidariamente: “I grandi problemi sono la questione del primato e la teologia dello Spirito Santo. Il resto è secondario e una questione di concettualità” (Fondamenti spirituali del futuro. Intervista a Olivier Clément, di Flaminia Morandi e Michelina Tenace, Roma, 1997).
Il primato del Papa e il Filioque, dunque, sarebbero le grandi questioni divisive sul piano teologico: l’autorità del vescovo di Roma, esercitata nei secoli e dogmatizzata nel Concilio Vaticano I (1869-1870), e la dottrina dello Spirito Santo, per l’ortodossia teologicamente stravolta con l’aggiunta del Filioque nel Credo.
Clément ha certamente ragione; bisogna tuttavia dire che proprio su questi due punti si sono fatti di recente molti passi avanti. Giovanni Paolo II nell’Ut unum sint (1995) invitava i responsabili e i teologi delle varie Chiese a un dialogo fraterno con lui (n. 96) per trovare “una forma di esercizio del primato che, pur (non) rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si aprisse a una situazione nuova” (n. 95). Prima di morire ha avuto anche la gioia di veder celebrare a Roma (21-24 maggio 2003) un Simposio accademico sul tema del ministero petrino al quale hanno partecipato insieme teologi cattolici e ortodossi con esiti incoraggianti. Riguardo poi al Filioque, sempre nel 1995, il Pontificio Consiglio per l’Unità ha pubblicato un documento intitolato Le tradizioni greca e latina riguardo alla processione dello Spirito Santo, ove si dimostra quanto le incomprensioni linguistiche abbiano influenzato la controversia tra greci e latini sullo Spirito Santo e quanto le due posizioni siano più vicine di quanto appaia a prima vista. Questi passi avanti teologici non hanno però impedito che il dialogo teologico ufficiale tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse – aperto ufficialmente nel 1979e avviato con la prima assemblea generale di Patmos/Rodinel 1980 – si interrompesse nel 2000 e solo oggi, sembra, stia faticosamente ricominciando.

Una storia ferita
In realtà, al di là delle differenze teologiche, c’è qualcos’altro che pesa e che rende difficile l’unità:una lunga storia di conflitti e di contrasti, che trova il suo luogo di origine nell’estraniazione crescente delle due parti (orientale e occidentale)dell’Impero romano. Il cattolicesimo si radica nel cristianesimo latino della parte occidentale dell’impero al centro del quale stava e sta la vecchia Roma e il papato; l’ortodossia invece è la continuità del cristianesimo greco della parte orientale al centro del quale stava Costantinopoli, la nuova Roma voluta dall’imperatore Costantino.
Si è trattato in notevole misura di contrasti teologici, liturgici, disciplinari, che oggi possono sembrare curiosi o superati o in ogni caso secondari, come dice Clément. Purtroppo, però, essi sono diventati carne e sangue in tantissime circostanze storiche; sono diventati lotta politica ed economica, confronto aspro anche militare tra Oriente e Occidente. L’ortodossia ricorda ancora la IV crociata del 1204 che conquistò e mise a ferro e fuoco Costantinopoli dando un colpo mortale all’impero bizantino; ricorda i tentativi di sottomettere la Russia ortodossa alla Polonia cattolica, il proselitismo nei Balcani e nelle isole greche durante la turcocrazia con gli alunni del Collegio greco ecc.
Una storia fatta di tante ferite, dunque. Non solo, una storia letta anche in modo molto diverso. Per l’ortodossia è stata Roma che si è separata dagli altri patriarcati: essa era e, se fosse nella retta fede, sarebbe ancora la prima sede tra tutte le sedi apostoliche esercitando un primato di onore e di appello su tutta la Chiesa. Ma è decaduta dalla retta fede per perseguire i suoi disegni di dominio ed è uscita dalla comunione con le altre Chiese.
Anche se dal Concilio Ecumenico Vaticano II un’altra storia è iniziata, un cammino di guarigione nei rapporti tra le due Chiese, tuttavia ancor oggi rimangono vivi i segni della storia precedente, le ferite del passato. Si tratta in particolare di due segni. Il primo è l’uniatismo ovvero l’esistenza delle Chiese unite, dette anche uniate o grecocattoliche; il secondo è il dubbio ortodosso sullo statuto ecclesiale della Chiesa cattolica.

La questione dell’uniatismo
Per Chiese unite si intendono le Chiese di rito orientale che si sono unite a Roma mantenendo il loro rito, ma accogliendo nei punti controversi la dottrina latina. Sono in qualche modo il frutto del Concilio di Firenze (1439) e si sono sviluppate particolarmente nei Paesi slavi e balcanici a partire specialmente dal secolo XVII. L’uniatismo è sempre stato un serio motivo di contenzioso tra ortodossia e cattolicesimo, sorgente inesauribile di sofferenze e di incomprensioni: per gli ortodossi le Chiese unite sono sempre state ecclesiologicamente assurde e un subdolo strumento del proselitismo latino; per i cattolici invece esse sono sempre state viste come un giusto riconoscimento del ruolo universale che per volontà divina il vescovo di Roma ha nella Chiesa.
Dopo la seconda guerra mondiale, tuttavia, la questione dell’uniatismo sembrava sopita o in ogni caso non rilevante. Infatti, trovandosi le Chiese grecocattoliche per lo più in Paesi a regime comunista (Ucraina, Romania ecc.) erano state soppresse per legge e le loro comunità, le loro strutture e il loro clero erano stati uniti forzatamente alle Chiese ortodosse.
Costrette così per decenni alla clandestinità le Chiese grecocattoliche erano diventate Chiese del silenzio, così silenziose che la loro presenza poteva passare inosservata.
Quando il dialogo ufficiale è iniziato si è perciò proceduto senza dare troppa attenzione a tale questione. Poi qualcosa è cambiato; è arrivato cioè il 1989.
Con le grandi trasformazioni dell’Est e la caduta dei regimi del socialismo reale le Chiese grecocattoliche si sono rialzate, hanno riacquistato visibilità, sono tornate non solo a essere presenti, ma anche a rivendicare il loro diritto di esistere pubblicamente, chiedendo la restituzione delle Chiese e di tutti i loro beni.
Per questo, dopo il 1989, il dialogo ufficiale è diventato sempre più difficile, sempre più un confronto sull’uniatismo. Nel tentativo di superare il problema si è giunti dopo alcuni anni a una Dichiarazione congiunta elaborata nel corso della VII assemblea plenaria della Commissione mista ortodossa e cattolica a Balamand (Libano, 17-24 giugno 1993).
In tale Dichiarazione si rifiuta decisamente il metodo dell’uniatismo e si danno alcune regole pratiche per stabilire rapporti fraterni e costruttivi tra Chiese grecocattoliche e ortodosse in modo da evitare reciproci atti ostili e per risolvere pacificamente le contese senza il coinvolgimento delle autorità pubbliche.
Purtroppo tale Dichiarazione non è stata risolutiva, anzi in alcuni casi ha aumentato le difficoltà. In ogni caso molte Chiese ortodosse non l’hanno recepita e quelle grecocattoliche la vedono con forti perplessità. L’assemblea plenaria successiva (Baltimora, 2000) convocata proprio per studiare le Implicazioni ecclesiologiche e canoniche dell’uniatismo, si è conclusa senza giungere a una Dichiarazione comune. Di fatto, la questione dell’uniatismo rimane ancora oggi un problema aperto.

Lo statuto ecclesiale della Chiesa di Roma
Da quando è iniziata l’estraniazione tra Oriente e Occidente non si contano le accuse reciproche di eresia al punto che in passato dall’una e dall’altra parte si è giunti alla prassi di ribattezzare i convertiti, negando reciprocamente la validità del battesimo.
Da parte cattolica questa prassi è stata occasionale e per lo più del tutto abusiva; la teologia cattolica infatti, basata sulla tradizione agostiniana, ha sempre ritenuti validi i sacramenti celebrati da parte di un ministro abilitato con corretta intenzione; dunque sono validi anche sacramenti celebrati da non cattolici ed eretici (ad es. il battesimo). Da parte ortodossa, invece, si è avuta una teologia dei sacramenti più basata sulla tradizione risalente a Cipriano di Cartagine, secondo la quale i sacramenti sono validi solo entro i confini della Chiesa vera, quella che ha la retta fede: mai un eretico potrebbe avere o celebrare sacramenti validi. Questa visione ha portato e porta parte dell’ortodossia a dubitare della validità dei sacramenti cattolici. Così ancor oggi in diverse Chiese i cattolici che si convertono all’ortodossia sono ribattezzati.
È una prassi che non può non sconcertare. Molti ortodossi, a dire il vero, sono a disagio con essa e insistono che non dovrebbe esserci giacché l’esperienza dimostra l’esistenza della santità nelle due Chiese. Tuttavia, su questo punto non c’è ancora una posizione unitaria dell’intera ortodossia.
Le due Chiese sono davvero vicine e “sorelle”, ma un’intera storia di divisione ha costruito barriere e ostacoli alla loro comunione.
È solo con il secolo XX che una storia diversa ha preso inizio, una storia fondata sul dialogo e sulla carità. Già se ne vedono alcuni frutti: la memoria sta guarendo, alcune incomprensioni teologiche stanno attenuandosi. Molti pregano, offrono e studiano perché la strada dell’unione diventi sempre più visibile e percorsa, anche se nessuno può dire quanto cammino resti ancora da fare prima di partecipare insieme all’unico pane e all’unico calice.

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