Quando tanti popoli hanno fame

Il Vaticano II riletto a Medellin. E a Puebla. Nuove resistenze.
Dalle Comunità di Base alla Teologia della Liberazione.
Cosa resta, con occhi latinoamericani, del Concilio?
Alberto Vitali

Se l’11 ottobre 1962, giorno in cui papa Giovanni apriva il Concilio Vaticano II, erano in molti a supporre che poche settimane, mesi al massimo, sarebbero stati sufficienti per esaurirne il compito, l’8 dicembre 1965, quando Paolo VI chiuse solennemente la grande assise, erano molti di più a ritenere che diverse questioni restavano ancora aperte. Il Concilio non aveva potuto o saputo affrontare adeguatamente tutte le sfide che gli venivano dalla modernità oppure, in alcuni casi, papa Paolo aveva preferito avocare a sé problemi particolarmente delicati, ripromettendosi di affrontarli negli anni successivi. Tra questi il grande tema della povertà della Chiesa, già indicato da Giovanni XXIII, nel suo messaggio a un mese dall’apertura del Concilio, l’11 settembre 1962: “La Chiesa si presenta qual è e vuol essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Successivamente ripreso e approfondito da un gruppo di vescovi, nel corso della prima sessione conciliare, questo materiale, pur non entrando direttamente nel corpus dei documenti ufficiali, venne però consegnato al Papa e pubblicato come lettera di intenti, da parte di molti vescovi. Tra loro l’arcivescovo di Bologna, card. Giacomo Lercaro, il quale – come riferisce

Qui la meta è partire
Francesco Comina: […] Oggi si vede una sorta di annichilimento della testimonianza e della profezia di sacerdoti che lottano per un mondo di giustizia e di pace. Che cosa è accaduto?
Arturo Paoli: […] Bisogna ritornare al Concilio Vaticano II. Concilio che aveva affermato come progetto la collegialità della Chiesa […] Questo si è manifestato organizzativamente con la costituzione delle Conferenze episcopali (la CEI in Italia, la CBB in Brasile ecc.) che hanno rappresentato un’unità dell’episcopato per cui la Chiesa ha avuto la possibilità di influire più direttamente e con più uniformità nella dottrina e nella disciplina rispetto a quando ogni vescovo rappresentava condotte pastorali con sfumature originali che riflettevano i bisogni del luogo. C’era più pluralismo nella Chiesa, per certi versi più marcato prima del Concilio rispetto agli anni postconciliari. E così appaiono sempre meno le originalità, l’apporto critico, dissenziente, di alcuni sacerdoti, vescovi, laici, che nella Chiesa rappresentavano una ricchezza e un pluralismo vero. Ora sono bloccati in questo uniformismo delle Conferenze episcopali sempre più succubi dei rapporti di forza vaticani. E così la Chiesa anziché arricchirsi si impoverisce. E ciò consente al Papa di coprire come un manto questo dissenso cattolico che viene come estromesso dall’uniformità di una Chiesa unita dalla struttura organizzativa. […] La Chiesa ha perduto moltissimi contributi alla sua crescita e alla sua capacità di stare nel mondo, che era l´ipotesi di base del Concilio Ecumenico Vaticano II […] che si era aperto con la domanda di quali fossero le attese del mondo rispetto alla Chiesa. A questa domanda si deve ancora dare risposta, perché alla paura del pluralismo nella Chiesa si è ovviato con l’uniformità dell´unico vescovo che è il Papa e il ruolo delle Conferenze episcopali si è ridotto moltissimo.

Francesco Comina: Uno dei punti qualificanti il Concilio e il nuovo clima di disgelo dentro la Chiesa riguarda il ruolo dei laici. Per molto tempo si è coltivata la speranza che i laici dovessero in qualche modo aver parte “alla pari” dentro la comunità dei credenti e che la loro responsabilità dovesse caricarsi di ruoli appropriati in modo da spostare il potere in una dimensione orizzontale. Invece ancora oggi ai laici sono riservati ruoli marginali o comunque succubi dei rapporti di forza clericali e questo nonostante la crisi delle vocazioni che rende sempre più difficile la gestione della Chiesa. Che cosa pensi tu al riguardo?
Arturo Paoli: Questa è una domanda che mi tocca profondamente. In fondo da quando sono stato ordinato sacerdote […] mi sono sentito sempre un interprete di quelli che sono i bisogni dei laici. Insomma, io ho sempre sentito in me il ruolo di rappresentante dei laici nella Chiesa. […] Ho vissuto questa dimensione del laico religioso nel tempo della mia gioventù fra Lucca e Roma dove ho incontrato persone che nella pratica erano riuscite a vivere una profonda spiritualità cristiana, evangelica, crescendo in questa libertà sapendo quale era la responsabilità di difendere la propria autonomia. Tutto questo è finito perché i movimenti hanno portato il laicato a una specie di clericalizzazione. C´è stata una specie di inversione. Mentre nel Concilio Vaticano II si aprivano dei cammini per mettere la Chiesa in ascolto dei laici, […] si è preferito tirare fuori il laicato dalle sue responsabilità reali. Il laico è il portatore del disegno storico dello Spirito Santo del tempo. […] Chi può capire il senso storico di oggi se non il laico che vive a contatto con la realtà e che deve mettere in pratica certi valori (la solidarietà, fratellanza, il rispetto, la pace ecc.)? Tutto questo è stato affievolito. Il laico non è più visto come il costruttore autonomo della società, ma uno che porta le esigenze di “verità” della Chiesa nel mondo. È una sorta di conquista ecclesiastica del laico, rispettato in quanto serve allo scopo di conquistare il mondo.

I dialoghi sono tratti dal libro di Arturo Paoli e Francesco Comina, Qui la meta è partire, pagg. 112, ed. la meridiana, Molfetta 2005.
Mons. Luigi Bettazzi nel volume La Chiesa dei poveri nel Concilio e oggi – fu incaricato da Paolo VI di “raccogliere materiale per una successiva enciclica… credo che di qui sia nata l’enciclica Populorom progressio del 1967”. Nel frattempo i vescovi erano tornati a casa e già erano iniziati gli sforzi per incarnare lo spirito di quell’evento e attuarne le direttive nelle singole realtà ecclesiali: tanto più che il Vaticano II non si era concepito come un Concilio puntualmente dottrinale, ma a carattere prevalentemente pastorale.
In questa prospettiva poteva essere ben interpretata anche la Populorom progressio, da molti considerata, a ragione, lo sviluppo paolino della Pacem in terris, l’enciclica che Giovanni XXIII aveva promulgato alla vigilia del suo trapasso. Vero testamento spirituale, ma anche “il pronunciamento più alto cui sia pervenuto su questo tema il pontificato romano” (G. Alberigo, Papa Giovanni, EDB).

Il Concilio a Medellín
Così la interpretarono anche i vescovi latinoamericani, quando nel 1968 si riunirono a Medellín, nella II Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, per incamminarsi con le loro Chiese lungo i sentieri tracciati dal Concilio. Nel documento finale, infatti, il secondo capitolo – interamente dedicato al tema della Pace nel contesto più generale della promozione umana – così inizia: «Se “lo sviluppo è il nuovo nome della pace” (PP 87), il sottosviluppo latinoamericano, con caratteristiche proprie nei diversi Paesi, è una situazione ingiusta promotrice di tensioni che cospirano contro la pace» (Medellín, 2.1). Sviluppando successivamente questo assunto, i vescovi distinguono tre grandi gruppi di tensioni, per ciascuno dei quali sottolineano alcune cause particolari che costituiscono una situazione di ingiustizia (cfr. il secondo pilastro della Pacem in terris) e perciò di grave minaccia alla Pace. Anzitutto le “tensioni tra classi sociali” (o colonialismo interno). Il documento indugia sulle diverse forme di emarginazione, le eccessive disparità tra le classi, le frustrazioni crescenti, le forme di oppressione e di potere esercitato ingiustamente da parte dei gruppi dominanti e la presa di coscienza dei settori oppressi. In secondo luogo analizza le “tensioni internazionali” (o colonialismo esterno), sia di carattere economico che politico. In particolare, la crescente distorsione del commercio internazionale, la fuga di capitali economici e umani, l’evasione fiscale. A proposito dei monopoli internazionali cita espressamente la condanna “dell’imperialismo internazionale del denaro” contenuta nella Quadragesimo anno di Pio XI e nella Populorom progressio di Paolo VI. Infine analizza due aspetti particolari delle tensioni tra i popoli dell’America Latina: l’esacerbato nazionalismo e la corsa agli armamenti, ricordando uno dei passi più noti della Populorom Progressio, che «risulta particolarmente appropriata al riguardo: “quando tanti popoli hanno fame, quando tante famiglie soffrono la miseria, quando tanti uomini vivono immersi nell'ignoranza… ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile”» (Medellín, 2.13).
Segue quindi una parte dottrinale, nella quale i vescovi spiegano la pace secondo la visione cristiana. Negando che possa essere identificata nella semplice assenza di violenza o nella pura passività del conformismo, viene definita anzitutto come opera della giustizia, che suppone l’instaurazione di un ordine giusto, in cui gli uomini possano realizzarsi come tali. Viene poi presentata come lavoro permanente, che implica la necessità di cambiare costantemente le strutture storiche e gli atteggiamenti personali, vale a dire: una conversione continua, tanto personale che sociale. Infine viene descritta come “frutto dell’amore”, riferendosi direttamente al n° 78 di Gaudium et Spes. Molto più complesso è il tentativo di conciliare la comprensibile reazione delle popolazioni oppresse, che – guarda caso! – ben si sposa con la dottrina tradizionale della Chiesa, e la possibilità concreta di instaurare una pace autentica e duratura. Così «se è ben vero che l’insurrezione rivoluzionaria può essere legittima nel caso “di tirannia evidente e prolungata che attenta gravemente ai diritti fondamentali della persona e danneggia pericolosamente il bene comune del Paese” (PP 31)… è anche certo che la violenza… genera nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri e provoca nuove rovine…» (Medellín, 2,19). Qui Paolo VI sembra superare persino Medellín! Il documento termina con una serie di indicazioni e impegni pastorali, anche di carattere sociale e politico, che passeranno alla storia come “l’opzione per i poveri”.

Una Teologia della Liberazione
Undici anni dopo, a Puebla, nel corso della III Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano, verrà introdotto un “preferenziale” per tentare di attenuarne l’espressione, ritenuta eccessivamente forte: ma ormai da oltre atlantico spireranno venti nuovi! Come già era successo al tempo del Concilio, anche in occasione della Conferenza di Medellín, il “resto” della Chiesa non restò inerme, ad aspettare, come le ossa il vento, nella visione di Ezechiele… Anche perché lo Spirito è un dono collettivo, soffiato dal Risorto su ogni carne. Anzi, se è vero che quegli stessi vescovi che furono protagonisti prima del Concilio e poi di Medellín non erano caduti direttamente dal cielo, ma nominati da Pio XII – se non addirittura dal suo predecessore – allora erano anch’essi figli di quella cultura religiosa ed ecclesiale che aveva caratterizzato la fine de XIX e l’inizio del XX secolo. Se arrivarono a intuire certi percorsi e a far compiere alla Chiesa, in pochi anni, un cammino più lungo di quanto non ne avesse fatto negli ultimi secoli, fu certamente per opera dello Spirito, ma anche perché seppero lasciarsi pro-vocare e accompagnare dai rispettivi popoli. Il popolo di Dio appunto, secondo la felice definizione di Lumen Gentium. Quelle Chiese, dicevamo, erano già in fermento e nel decennio successivo si sarebbero rese protagoniste di profondi mutamenti, ecclesiali, sociali e persino politici. Pensiamo, ad esempio, al ruolo delle Comunità Ecclesiali di Base; all’impegno dei cristiani nelle organizzazioni sindacali o contadine di tutto il continente; al servizio – anche in termini di promozione umana – di migliaia di catechisti e agenti di pastorale. Al ministero di alcuni vescovi, che assunse – loro malgrado – una valenza internazionale: a nomi noti, come Helder Camara; o meno conosciuti, almeno in Europa, come Sergio Mendez Arceo. Pensiamo addirittura a vicende di “conversione” radicale come quella di Oscar Romero. E ancora – da allora fino ai nostri giorni – a Samuel Ruiz e Pedro Casaldáliga, senza dimenticare Juan Gerardi… Alcuni coronarono col martirio il loro ministero; e in questo il numero dei laici fu di gran lunga superiore a quello dei religiosi: sintomo di una Chiesa che anche grazie al Concilio si andava laicizzando... Queste realtà ecclesiali – com’è naturale – iniziarono a riflettere sulle proprie esperienze e nacquero la Spiritualità e la Teologia della Liberazione. Meglio sarebbe dire “le” teologie, perché se uno solo è lo spirito, molti sono invece i modi di incarnarlo. Da quando nel 1971 Gustavo Gutierrez pubblicò la sua prima opera dal titolo “Hacia una teología de la liberación” furono molti quelli che lo imitarono, esplorando nuove vie. Anche per questa particolare forma di servizio, culturale, alcuni pagarono con la vita (come non ricordare il p. Ellacuría e i suoi cinque confratelli gesuiti, dell’UCA di San Salvador?); molti di più però furono quelli che soffrirono l’incomprensione e l’abbandono da parte della stessa Chiesa. Dopo molte tumultuose vicende, dopo due Istruzioni della Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo alcune pretese “normalizzazioni”, in un contesto sociale ed ecclesiale certamente mutato, anche a livello internazionale, cosa resta dunque in America Latina – e più in generale nel mondo –di quel tentativo di incarnare il Concilio che fu proprio di Medellín? Credo esattamente quello che indicò Pedro Casaldáliga a chi gli chiedeva cosa restasse dell’opzione per i poveri: “Restano i poveri e Dio. Il Dio liberatore dei poveri!”.

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