AMBIENTE

Saio ecosostenibile

Saio e sandali contro la Tav. Francesco in Val di Susa, per rilanciare la fraternità con tutta la creazione.
Davide Pelanda (redattore Tempi di Fraternità)

Nella folla di chi ha manifestato contro la TAV nel novembre scorso c’era anche un frate francescano, fra Giuseppe Giunti, di origini spezzine e frate minore conventuale. Oltre alla laurea in teologia alla Pontificia Facoltà di san Bonaventura a Roma, fra Giunti ha maturato esperienze pastorali in comunità parrocchiali a Torino e a Genova. E da molti anni collabora con diverse Cooperative sociali. Ora vive nel convento di san Francesco a Susa dove si occupa dell’accoglienza e anima ritiri e incontri di formazione. L’abbiamo intervistato.

Perché ha scelto di manifestare contro l’Alta Velocità in Valle di Susa?
Ho partecipato prima di tutto in quanto cittadino: si è trattato di una iniziativa dei sindaci della Valle di Susa, che si sono occupati in maniera encomiabile di mantenere la marcia dei 50.000 nell’alveo della nonviolenza e della manifestazione pacifica. Inoltre avevo percepito, in tanti incontri personali, un senso di solitudine di molti credenti; così, assieme ad alcuni parroci della diocesi, ho voluto “condividere”. Infine ritengo che ci siano momenti nei quali, oltre alla riflessione e all’insegnamento della fede cristiana, sia richiesta una concreta testimonianza pubblica.

Se Francesco d’Assisi vivesse in Val di Susa cosa direbbe, secondo Lei, agli amministratori e ai politici che vogliono a tutti i costi fare questo progetto dell’Alta velocità? Cosa è rimasto del bell’esempio del poverello di Assisi che parlava con gli animali e con tutta la natura?
Pur rifacendomi a san Francesco non voglio fare di lui un paladino militante dell’ecologismo, perché farei una forzatura storica e culturale nei suoi confronti. Francesco ha un atteggiamento “fraterno” nei confronti di ogni elemento della creazione e della vita. Fratello/sorella significa non violentare, non sfruttare, non tirare al mio interesse. Ci sono due elementi della spiritualità di Francesco che vanno in crisi nella filosofia contenuta nel progetto in questione. La lentezza e l’ascolto. La lentezza va superata, ovviamente, quando la velocità porta un tale vantaggio da produrre “qualità di vita” migliore per le persone, per il maggior numero di persone. Andremo a Parigi in due ore di meno! È un obiettivo che merita un cantiere come quello previsto, una spesa conseguente, un danno prolungato alla popolazione della Valle? Mi pare di no. Nessuno sogna di tornare ai viaggi in diligenza a cavalli. Ma esistono altre opportunità che consentono anche di abbassare l’inquinamento da trasporto su gomma. L’Europa deve indicare progetti globali, ma sono le comunità locali, i soggetti intermedi che possono verificare nella concretezza del territorio se e come questi obiettivi sono veramente a vantaggio di tutti i cittadini e dell’ambiente o invece se solo una parte se ne avvantaggia. Parte che è chiaramente quella delle lobbies collegate al mondo dei trasporti. Ebbene non sono state ascoltate le comunità locali, che non potevano se non alzare la voce.

Secondo Lei cosa può fare ufficialmente la Chiesa cattolica e le Chiese cristiane per far ragionare in maniera pacifica le popolazioni valsusine, il governo italiano e le amministrazioni piemontesi sul progetto della TAV?
Credo che la Chiesa tout court fosse ben presente alla marcia Bussoleno-Susa e lo sia tuttora con suoi figli e figlie che testimoniano e faticano per uno sviluppo sostenibile e una protezione responsabile del territorio. Ci sono innumerevoli documenti del cosiddetto “magistero” che vanno nella direzione accennata in questa intervista, ma sono affermazioni di principio, generali. Quando si scende nel concreto c’è il freno di non scontentare, di non avere competenze tecniche, di trovarsi magari con a fianco compagni di strada imbarazzanti. Io ho camminato senza alcun problema con il circolo anarchico di Torino, con giovani di partiti della sinistra radicale e con membri di consigli pastorali parrocchiali. Non mi sono confuso né mimetizzato, perché in quella situazione eravamo tutti cittadini, non altro. Capisco che un vescovo si sarebbe guardato intorno per scegliersi magari una compagnia storicamente e spiritualmente più a lui vicina. Non mi scandalizzo. Noto infine che c’è stato un colpevole e forse interessato silenzio stampa. Di colpo tutto scoppia e chi non ha riflettuto, chi non si è davvero documentato, non sa cosa dire e quindi balbetta.

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