CINEMA

Good night, and good luck

Un film sul degrado dei sistemi informativi, alla subordinazione al potere politico alle violazioni dei diritti umani.
Andrea Bigalli

Partiamo da una delle scene più intense: la trasmissione televisiva è appena terminata, l’anchorman Edward R. Murrow della Compagnia CBS ha pronunciato un durissimo attacco alle tecniche d’indagine liberticide del senatore Joseph McCarthy. Tutto tace, anche i telefoni da cui si attendono le prime reazioni, i volti di tutti gli uomini nello studio televisivo sono tesi, segnati dalla consapevolezza di quanto appena compiuto, venata di stupore per le conseguenze possibili del rivelare la verità in quanto tale. Un tecnico irrompe, incrina il silenzio annunciando che le linee telefoniche non sono state ancora ricollegate; un attimo e gli apparecchi cominciano a squillare…
Il divo statunitense George Clooney, alla sua seconda regia, azzecca un film che ha dell’incredibile; recupera dai ricordi del padre e dalla storia statunitense Locandina film la memoria di come un giornalista, con già sulle spalle apprezzati reportage dalla Londra bombardata dai nazisti, con una serie di trasmissioni di indagine rompe il muro che consentiva alla commissione per le attività antiamericane di tenere sotto il tallone del terrore e della delazione un Paese intero, contribuendo a innescare il processo che porterà McCarthy di fronte a una inchiesta parlamentare che sarà l’inizio della sua fine. Ma il potere di cui questi sta godendo nel momento in cui Murrow ha il coraggio di metterne in discussione i metodi di indagine, processo e di interrogatorio, è enorme e si rivolgerà verso lo stesso giornalista. Dove McCarthy, con le sue accuse di comunismo, non riuscirà ad arrivare, giungeranno però le regole del mercato: Murrow si vedrà confinato in una fascia di trasmissione di basso ascolto, un certo modo di fare televisione è già messo in discussione dai gusti del pubblico… o forse il sistema sociopolitico dominante ha già imparato a dirigere gli appetiti di quest’ultimo, facendogli privilegiare una dimensione di puro intrattenimento.
Lo stesso Murrow ammonisce in una conferenza pubblica del 1958 – che introduce e conclude il film – a non ridurre il potere dei media a cullare le sicurezze, sopire le inquietudini, amministrare all’aumento i consumi: la TV deve anche “istruire e illuminare; altrimenti sono solo fili e luci in una scatola”. Scritto a partire da una stagione ormai trascorsa – il bel bianco e nero in cui è girato si armonizza con le immagini di repertorio in cui compare il senatore McCarthy: solo lui in persona poteva interpretare se stesso, ha dichiarato il regista – il film di Clooney ci chiede però di pensare all’oggi. Al degrado dei sistemi informativi, al livello qualitativo dei programmi sempre più incline a sprofondare nella mediocrità, alla crescente capacità delle strutture di potere di controllarne le istanze di supervisione della politica.
Il quarto potere sta cedendo il campo a un quinto, quello economico, che supera di gran lunga le potenzialità dei primi tre: eppure, nella dimensione dello Stato moderno non c’è potere politico esercitato con efficacia se non sotto il controllo della pubblica opinione. Ma l’autore del film vuole pure dirigere la nostra attenzione sull’attualità del tema della violazione dei diritti umani

Regia di George Clooney

Cast
David Strathairn, George Clooney,
Jeff Daniels, Robert Downey jr.,
Frank Langella

Sceneggiatura
George Clooney, Grant Heslov

USA 2005, bianco e nero, 90’
negli USA: in una intervista George Clooney parla delle torture del carcere di Abu Graib, di quello sull’isola di Guantanamo e delle condizioni in cui i prigionieri vi vengono detenuti, del Patriot Act voluto da Bush e che limita fortemente i diritti di fronte alle inchieste di polizia, di tutto quello che in questo momento si camuffa da lotta al terrorismo ed è piuttosto la tentazione e il rischio di controllare e sopprimere le dissidenze, di instaurare un fascismo morbido, rassicurante, apparentemente poco aggressivo nelle sue vesti liberiste, garantiste (ma solo nei confronti delle borghesie), improntate alla tutela della sicurezza.
Essenziale, girato con un buon linguaggio cinematografico, dialoghi asciutti e in pochi ambienti (per lo più uffici e studi dell’emittente, il bar dove si ritrovano i giornalisti, giusto due scene familiari dedicate a figure di contorno), a ritmo sostenuto ma con la capacità di staccare su momenti di sospensione e di silenzio, questo film ci restituisce il cinema così come abbiamo imparato a conoscerlo, in una stagione in cui gli incassi non erano la prima legge. Per quanto riguarda il vostro (umile) critico, mi sono alzato dalla poltroncina con la sensazione di aver capito – una volta di più - perché qualcuno di noi continua a ostinarsi a volerle vedere, narrare e denunciare certe realtà del proprio tempo: e, pur nel proprio limite, quanta dignità si ricava da questa volontà, da questa fatica, nel prezzo che si sa di dover pagare alla propria sete di verità.

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