CHIESA

Don Tonino e il Concilio

La sua “chiesa del grembiule”,
frutto maturo del rinnovamento conciliare.
Claudio Ragaini

Quando si aprì il Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, don Tonino aveva 27 anni, era prete da cinque e si occupava come prefetto dei giovani chierici del seminario di Ugento, dove egli stesso aveva studiato. C’erano nell’aria i segni del grande cambiamento che la chiesa stava per vivere e quel giovane sacerdote, fresco di teologia, li avvertiva con l’entusiasmo dell’età. Veniva da Bologna, dove, alla scuola di Lercaro, aveva assaporato le istanze sociali di una chiesa di frontiera e si era appassionato allo studio della liturgia. Sappiamo dalla sua biografia che monsignor Ruotolo, rettore del seminario, lo volle al suo fianco come segretario all’inizio dei lavori del Concilio. Don Tonino ci ha lasciato un diario dove, con toni incantati e un po’ ingenui, ci racconta la sua esperienza di quel soggiorno romano, l’impatto con il mondo curiale, nell’apparato sontuoso della circostanza, lui che se ne sta tra la folla di piazza San Pietro a sbirciare il corteo dei vescovi paludati e che tutto sommato non vede l’ora di tornare nel suo piccolo mondo, tra i suoi studenti.

L’esperienza romana
Non si sa con certezza, ma sembra fondato pensare che le tracce di alcuni interventi fatti nella prima sessione del Concilio dal suo rettore – sette in tutto – gliele abbia preparate o ispirate lo stesso don Tonino, fresco di studi e di entusiasmi: forse quello sull’apostolato sociale dei laici, o sulla catechesi, o sugli strumenti della comunicazione sociale nel quale monsignor Ruotolo si dilunga a parlare dell’arte e del ruolo degli artisti nella società d’oggi.
C’è un altro documento non pubblicato – che dà conto delle attese del giovane don Tonino per il grande avvenimento che sta per iniziare a Roma: è la traccia di una conferenza che egli tenne per incarico di monsignor Ruotolo, proprio alla vigilia della partenza per Roma, a sacerdoti e giovani di Ugento, per spiegare il significato e le speranze “suscitate nel mondo dall’imminente Concilio ecumenico”. Qui troviamo in nuce, i sentimenti con i quali il giovane sacerdote vivrà il rinnovamento di quegli anni e che forgeranno il suo ministero. Scrive, spiegando le motivazioni di quell’attesa: “La cattolicità, soggetta in questa generazione alle esperienze più ricche, più strane, più drammatiche, piena di sofferenze e di energie, ascoltava Roma parlare con gaudio e venerazione, riceveva norme e istruzioni e obbediva volentieri, ma aveva spesso l’impressione che mancasse la facoltà di un dialogo,

Mons. Antonio Bello nasce ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935. Entrato da ragazzo nel Seminario Vescovile di Ugento, frequenta il Pontificio Seminario Regionale di Molfetta e il Seminario O.N.A.R.M.O. di Bologna.
Viene ordinato sacerdote l’8 dicembre 1957 dal vescovo di Ugento mons. Giuseppe Ruotolo. Consegue la Licenza in S. Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e il Dottorato presso la Pontificia Università Lateranense.
In diocesi viene nominato dapprima Vice Rettore e poi Rettore del Seminario Vescovile, Direttore dell’Ufficio Pastorale, parroco della chiesa del S. Cuore di Ugento e, infine, della parrocchia della Natività di Tricase.
Diventa vescovo di Molfetta il 10 agosto 1982.
Nel 1985 col consenso della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana è chiamato a succedere a mons. Luigi Bettazzi vescovo di Ivrea, nella guida di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, in cui rimase sino al giorno della sua morte.
In Pax Christi e nella sua azione pastorale è stato sempre dalla parte dei poveri, dei senza casa, degli immigrati, degli ultimi.
Costruttore infaticabile di pace, ha compiuto gesti di riconciliazione, come l’azione di pace a Sarajevo durante la guerra.
Tra le sue altre azioni, ha aperto il centro di accoglienza per tossicodipendenti e un centro cittadino di ascolto per la Caritas nella sua terra pugliese. Ha contribuito alla creazione della Casa per la Pace di Molfetta e della cooperativa editoriale “la meridiana”.
Muore a Molfetta il 20 aprile 1993.
l’invito a collaborare, e che l’unità della chiesa dovesse essere vissuta piuttosto in passiva accettazione, che in celebrata fraternità…”.
Don Tonino trascorre gli anni del Concilio e quelli immediatamente successivi, gli anni delle riforme liturgiche e delle grandi innovazioni, nella sua Ugento, dove resterà fino al 1978 per poi diventare parroco a Tricase. È lì soprattutto, tra Ugento e Tricase, in mezzo ai giovani, ai laici impegnati, in quel clima di rinnovamento che tocca tutto il mondo cattolico, che don Tonino metabolizza lo spirito del Concilio, lo fissa nel suo DNA sacerdotale come esigenza di vivere la Chiesa e il suo ministero in maniera consona ai tempi, in spirito di servizio.

Gli Anni Settanta
Lì, nell’approfondimento dei testi conciliari (la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes, particolarmente, ma anche la Dei Verbum e la Sacrosanctum Concilium), nelle lezioni di formazione durante la quaresima (diventate poi settimane teologico-pastorali), negli incontri con esponenti della cultura cattolica conciliare (quanti nomi sono passati di lì!), nella lettura quasi fluviale di testi di teologi del rinnovamento – da Ranher a Schillebeeckx, da Congar a Gauthier (la "chiesa dei poveri") –, nelle animate discussioni, anche, con esponenti del clero e del laicato locale, matura il suo itinerario ecclesiologico che, partendo dal Concilio e dalla Chiesa come popolo di Dio, si allarga all’umanità intera e fa emergere i grandi temi del suo ministero, da prete, da parroco e da vescovo: la comunione ecclesiale, l’opzione dei poveri, il dialogo, la pace, infine, come punto di arrivo del cammino di condivisione. Chi gli è stato vicino in quegli anni conciliari ricorda l’entusiasmo e il fascino del suo insegnamento, che non era una mera interpretazione degli atti e dei documenti ufficiali, ma esprimeva l’esigenza piena di una partecipazione al rinnovamento della chiesa: così era per i rapporti con i laici, per la catechesi, per l’esegesi biblica, per la liturgia, spogliata di ogni struttura formale.
Era l’educatore che accompagnava nella crescita e vivificava un’intera comunità, sapeva interpretare e convogliare le spinte riformatrici dei gruppi laicali. Una guida, come sappiamo, dalla personalità affascinante. Per la preparazione al convegno ecclesiale su Evangelizzazione e promozione umana, che si tenne a Roma nel 1976, uno dei momenti più importanti della chiesa del dopo Concilio, egli coinvolse tutte le forze della comunità. Scrive Vito Cassiano, che fu tra i suoi collaboratori laici a Ugento: “Quel suo insegnamento diventava già allora più che una semplice catechesi, una profezia, che osava scuotere la coscienza addormentata del nostro cristianesimo sociologico e devozionale e di una pastorale non più al passo coi tempi. Fu un profeta rischioso per tutti noi, ma anche per lui”. Questa esperienza costituì il terreno sul quale si innestò, anni dopo, il suo ministero episcopale, anche quando l’onda lunga del Concilio esaurì la sua carica vitale.
Le sua inesauribile energia operativa, la testimonianza vissuta di quella “chiesa del grembiule” che andava predicando, l’anelito alla pace, lo spirito di speranza che lo animò fino all’ultimo, sono il frutto maturo di quel clima di rinnovamento che egli aveva respirato negli anni giovanili e che costituiva un patrimonio ormai acquisito. È curioso, ma comprensibile, come nei suoi scritti di questo periodo più tardo, il Concilio non sia quasi mai citato. Si legga però il decreto conciliare sulla pastorale dei vescovi e si ritroveranno le linee forti del suo magistero: “Insegnino (i vescovi) quale sia secondo la dottrina della chiesa il valore della persona umana, della sua libertà e della stessa vita fisica. (…) Espongano come debbano essere risolti i gravissimi problemi sollevati dal possesso di beni materiali, dal loro sviluppo e dalla loro giusta distribuzione, dalla pace e dalla guerra e dalla fraterna convivenza di tutti i popoli”.

Note

giornalista, autore di “Don Tonino Fratello Vescovo” – Edizioni Paoline

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