CINEMA

Dal quarto potere in poi

Un grande potere. Assoluto. Viaggio nel cinema. Per parlare di informazione.
Andrea Bigalli

Tra due titoli simili si iscrive il senso dell’evoluzione di un intero sistema di comunicazione: quando nel 1941 Orson Welles scrive e dirige il suo “Quarto potere” illustra il potere che può concentrarsi nelle mani di pochi attraverso il controllo degli organi di stampa. La parabola, esistenziale e storica, del magnate statunitense Charles Foster Kane si conclude nel disperdersi in angoscia del protagonista, che suona come riflessione su come sia facile conquistare il mondo e smarrire se stessi.
In termini diversi è la conclusione di “Quinto potere”, con cui nel 1976 Sidney Lumet ci narra di come ai tre poteri dello Stato democratico se ne affianchi un quarto – la stampa, appunto – che però non è niente, in confronto a quanto il mezzo televisivo può offrire alle gerarchie sociali per il controllo di un’intera società. Se le conclusioni di Welles e Lumet da un lato inquietano, dall’altro rassicurano: i limiti umani divengono la garanzia che, se le ambizioni conducono a cercare un “potere assoluto” le fragilità personali rappresentano comunque l’impossibilità di conservarlo a lungo.
Non saprei dire se siamo davanti a un ottimismo fuori luogo: mi piace pensare, forse constatare, che questa è la logica dei rapporti umani, e avrà sempre la meglio sulle dinamiche sociali. Di certo, a volte non si può che pensare che il potere di controllo dei sistemi mediatici sia il vero potere assoluto: nasce con l’avvento del mezzo televisivo – come intuì George Orwell nel suo “1984” – articolandosi con la preponderanza delle logiche economico finanziarie che ne ampliano l’efficacia, snaturandone nel contempo le valenze positive.
È ciò che ben spiega George Clooney nel recentissimo “Good night, and good luck”, nel cui finale la sconfitta di un politico liberticida non cambia il destino di una buona tv, capace di denunzia ed educazione civile, sconfitta dalle logiche di mercato: ma senza darci l’impressione di aver romanzato più di tanto, Peter Weir immagina in “Truman show” la creazione di un intero mondo, del tutto artificioso perché scenario di uno spettacolo televisivo che il protagonista vive come la realtà, da cui non ci si può liberare se non uscendovi del tutto.
E non è impossibile, per il sistema mediatico, inventarsi una guerra se ciò occorre per salvare la rispettabilità di un uomo politico messa in discussione da uno scandalo piccante; in “Sesso & potere” si adombra la vicenda Clinton\Levinski, ma le cronache sulla falsificazione dei dati pregiudiziali alla guerra in Iraq ci ricorda che la problematica non è certo uno scherzo. Il sistema può spiare ogni passaggio della tua vita, l’esistenza è ormai vissuta al cospetto, se ne sia più o meno consapevoli, di chi l’osserva per servirsene per i propri scopi; “EDtv” in modo più banale, “La morte in diretta” del regista francese Bertrand Tavernier per illustrare angosce esistenziali ben più di spessore, raccontano come l’occhio umano e l’occhio di Dio sono stati sostituiti da mille telecamere.
Un tema, questo del controllo, che già Francis Ford Coppola nel suo “La conversazione” aveva già lucidamente introdotto, sulla spinta della crisi della politica conseguente allo scandalo Watergate dei primi anni Settanta:

“Quarto potere” di Orson Welles, USA 1941
“L’asso nella manica” di Billy Wilder, USA 1951
“L’ultima minaccia” di Richard Brooks, USA 1952
“La conversazione” di Francis Ford Coppola, USA 1974
“Quinto potere” di Sidney Lumet, USA 1976
“La morte in diretta” di Bertrand Tavernier, Francia\RFT 1980
“Potere assoluto” di Clint Eastwood, USA 1996
“Sesso & potere” di Barry Levinson, USA 1997
“Truman show” di Peter Weir, USA 1998
“EDtv” di Ron Howard, USA 1999
“Good night, and good luck” di George Clooney, USA 2005
chi può esser sicuro di quanto ci viene mostrato dai media o chi può sentirsi garantito nella riservatezza della pro pria vita di fronte a un potere politico sempre più spregiudicato e a una classe professionale di giornalisti ricattata economicamente o divorata dalle proprie ambizioni?
Già nel 1951, nell’eccezionale “L’asso nella manica”, Billy Wilder annotava in modo caustico come la vita possa essere ridotta a pedina nel gioco feroce e di una informazione che capitalizza la sensazione a scapito dell’approfondimento e del rispetto. Non c’è dubbio che nella cinematografia contemporanea la figura del giornalista capace di opporsi ai potenti, con lo strumento della libera informazione avversario irriducibile della menzogna e del crimine, ha avuto più di una picconata: sia per l’ambiguità dello strumento di comunicazione (di cui sappiamo bene le virtualità di falsificazione), che per la difficoltà del singolo o di una minoranza a imporre etica professionale in un ambito troppo importante perché vi si possa garantire libertà di espressione…
Ci piace pensare però, che, come nel finale de “L’ultima minaccia” di Richard Brooks, sia ancora possibile far ascoltare per telefono al mafioso di turno, come fa il protagonista interpretato da Humphrey Bogart, il rumore delle rotative che stanno stampando l’articolo che lo porterà alla rovina, dicendogli: “Questa è la stampa amico. E tu non ci puoi fare niente”. L’imprevedibilità del fattore umano, il peso del coraggio, la forza della verità: sembrano essere rimaste le ultime prospettiva di speranza, in un contesto in cui delle dinamiche socio politiche classicamente intese sembra non ci si possa proprio fidare. Non sono fattori da poco, però. Non c’è da struggersi di nostalgia, o macerarsi d’angoscia. Semmai da impegnarsi, informandosi con attenzione e diventando noi stessi, negli strumenti poveri ma ancora insostituibili della comunicazione diretta, una inarrestabile – e travolgente – fonte di in\formazione.

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