FONTI

Media agenda

Ventuno milioni. Sono i morti tra il 1980 e oggi a seguito dell’applicazione nei Paesi africani dei programmi di aggiustamento strutturale. Una cifra pari a tre olocausti, cinquemila Intifade e settemila 11 settembre.
Elisa Marincola (Giornalista SKY TG24)

Ventuno milioni. Si calcola che tanti siano morti tra il 1980 e oggi in seguito all’applicazione nei Paesi africani dei programmi di aggiustamento strutturale imposti dalle grandi istituzioni finanziarie. Una cifra pari a tre olocausti, 5mila intifade e 7mila 11 settembre. Considerata la massiccia copertura mediatica riservata agli attentati di New York e Washington del 2001, questa notizia avrebbe dovuto provocare un diluvio di articoli e reportage televisivi, ovvero l’esatto contrario di quello che è successo. Stiamo assistendo al venir meno del modello giornalista-sentinella, difensore civico della collettività. La carestia in Niger, che fa rischiare la morte a sei milioni di persone, il conflitto e l’emergenza sanitaria in Congo o la violenza ad Haiti, non meritano di essere segnate nell’“agenda dei media”. Dipende solo dal tipico provincialismo italiano? Direi di no, viste le troppe liste “top ten” delle non notizie, da quella di Medici Senza Frontiere all’autorevole classifica stilata ogni anno dalle Nazioni Unite.

Chi decide e perché
Da almeno l’11 settembre, la politica internazionale è tornata a occupare spazi importanti. Malgrado ciò, i media non spendono sugli esteri, tranne alcuni grandi giornali che se lo possono permettere. Rispetto a 20 anni fa, è cambiata la concezione: una regola base del giornalismo era che gli uomini

Andare, vedere e raccontare. Sono i tre verbi che ogni giornalista inviato dovrebbe incarnare. Potrebbe, volendo, eliminare l’andare in cambio di un comodo restare, seduto in poltrona, magari ergonomica per prevenire eventuali mal di schiena che però potrebbero venire comunque per un eccessivo inchinarsi al potere di turno.
Amedeo Ricucci, è un giornalista e regista che ha scelto l’andare. Per dovere di memoria e per la dignità del lavoro che svolge ha scritto per i tipi della Pendragon “La guerra in diretta. Iraq, Palestina, Afghanistan, Kossovo, il volto nascosto dell’informazione”.
Per la memoria di Raffaele Ciriello, fotoreporter ucciso a Ramallah, con cinque colpi proiettili calibro 7,62 NATO, del tipo in dotazione dell’esercito israeliano.
Ucciso dopo dall’oblio con cui in fretta si cerca di nascondere la polvere sotto il tappeto. Di lui e del tragico epilogo del suo lavoro, si narra nella prima parte del libro. Per la dignità che è richiesta al lavoro di giornalista, che può scegliere se scrivere, raccontare storie o fare spot pubblicitari per il migliore offerente.
Da leggere perché aiuta a capire le storie che ci vengono date in pasto.
Agata Diakoviez
migliori venissero usati sulla politica estera. Oggi la tendenza si è completamente invertita e soprattutto la politica estera viene fatta attraverso le agenzie. È in atto una conversione a tappe forzate verso il neogiornalismo. Una sorta di depauperamento delle redazioni con la trasformazione dei giornalisti in impiegati addetti all’assemblaggio di materiale prodotto altrove. Così, l’informazione internazionale è fondamentalmente appannaggio dell’agenzia Ansa, per l’Italia (che per molte aree del mondo si limita a tradurre i “lanci” delle agenzie internazionali), e di quattro, cinque agenzie mondiali, che detengono un potere quasi assoluto sulla politica estera, sulla cronaca estera, sulle guerre.
I media si riducono a pubblicazione di notizie senza alcun filtro, con una maggiore dipendenza dalle grandi agenzie. Tre di esse, Associated Press, Reuters e Agence France Press distribuiscono più del 70% del flusso d’informazioni internazionale. I loro mercati di riferimento ne spiegano anche gli orientamenti. La Associated Press esiste grazie al suo mercato interno, gli Stati Uniti, che apporta circa il 94% delle entrate. Segue poi la britannica Reuters, i cui introiti dipendono solo per il 4% dalla vendita ai media, il resto proviene dalla vendita di informazioni finanziarie ad aziende, banche e agenzie borsistiche. Infine Agence France Press, anch’essa allineata alle altre agenzie, anche se il 60% delle spese viene pagato dallo Stato francese. Un modello simile è quello della spagnola EFE, l’italiana ANSA e la tedesca DPA, vive grazie a contributi statali. Le loro reti rispondono quindi anche agli interessi strategici dei rispettivi Paesi. In questa rassegna non dobbiamo dimenticare i nuovi canali, i grandi network della televisione globale. Infatti, se AP e Reuters offrono anche agenzie video, l’americana CNN, la britannica BBC World e il network Sky-Fox di Murdoch coprono gli eventi mondiali in diretta tv 24 ore su 24, dettando i ritmi alle redazioni di mezzo mondo.

Come si sceglie una notizia?
Il norvegese Johan Galtung ha definito una scala di valori “sull’informazione in uscita”. “Passa” con maggior facilità una notizia eccezionale, d’impatto, che una abitudinaria. Le persone conosciute sono molto più importanti di quelle sconosciute. Ciò che è più vicino al pubblico interessa di più i lettori di quello che è lontano. Tutto ciò che è facile, si legge più volentieri di quello che è difficile. Significa che i Paesi lontani dai grandi centri di potere fanno notizia solo se legati a fatti eccezionali, come le catastrofi naturali, le guerre o casi straordinari di corruzione. Significa che l’informazione privilegia l’evento piuttosto che il processo, e il prelevare eventi isolati non permette di capire fenomeni globali. Inoltre, nella nostra cultura c’è poi un profondo razzismo , soprattutto nei confronti dell’Africa e degli africani: non si crede che ci siano dei giornalisti africani che siano altrettanto bravi quanto i nostri. Nessuno darebbe fiducia a informazioni diffuse da media africani, ma neanche asiatici e i giornali arabi più influenti devono passare il vaglio di quanto scritto dalle agenzie occidentali. Gli Stati Uniti fanno scuola in termini di deontologia e dei criteri professionali dei periodici odierni, orientati all’uscita nel mercato. Non cercano il miglior prodotto possibile, ma la migliore vendita. Le entrate principali dei mezzi d’informazione vengono dalla pubblicità. Se permangono le tendenze attuali, entro cinque anni le spese del pianeta in pubblicità supereranno quelle per l’educazione.

Cosa vuol dire…
Embedded = In inglese, participio passato del verbo transitivo, generalmente riflessivo, to embed; incassare, incastrare, conficcare. Termine gergale per definire l’inserimento forzoso degli operatori dell’informazione nelle truppe americane deciso dal Pentagono in vista della possibile guerra contro l’Iraq nel 2003. “Questa, di embed, di incastrare gli inviati nei reparti e metterli di fatto agli ordini degli ufficiali, è l’ultima soluzione escogitata dal governo insieme con editori e direttori convocati alla Casa Bianca, per risolvere il dilemma fra informazione e propaganda, tra il dovere di cronaca e il diritto alla riservatezza, che tormenta eserciti e media da quando, nella sciagurata campagna di Crimea contro i Turchi, nacque la figura del moderno corrispondente di guerra. (...) La Casa Bianca sembra tornata alla tecnica usata nell’ultimo conflitto mondiale, con giornalisti, fotografi e cameramen assimilati nelle unità combattenti, non arruolati, ma associati. E, di fatto, censurati”.
(http://www.fotoinfo.net”>fotoinfo.net - Vittorio Zucconi, L’esercito arruola i giornalisti a rischio la verità sulla guerra, in la Repubblica, 12 febbraio 2003)

Infotainment = è l’accoppiata tra information e entertainment, vale a dire l’informazione, offerta sotto forma di intrattenimento, nel salotto dei talk show.
(Amedeo Ricucci, La guerra in diretta, ed. Pendragon)

Feature articles = si traduce di solito con “servizi speciali” ma è una definizione che per i non addetti ai lavori rischia di non rendere la nuvola di significati dell’originale. Perciò propongo una mia definizione divulgativa fatta in casa. Si chiamano feature tutti quegli articoli che dopo la prima uscita sui giornali e periodici siano adatti a essere ripubblicati come capitoli di un libro. […] un buon feature è un testo che, anche se parte dalla cronaca, si innalza al di sopra della stretta attualità; un testo che conserva un interesse non puramente archivistico anche mesi o anni dopo la prima pubblicazione.
(Flavio Grassi, articolo del 6/4/2004 “Nessun Pulitzer al giornalismo più alto” in http://www.pfaall.com”>pfaall.com)
Questa tendenza è alla base di un altro fattore dominante nella scelta dell’agenda informativa: la spettacolarizzazione, con la crescente coincidenza tra giornalismo come veicolo di informazione e come metodo per vendere o aumentare l’audience. Si calcola, infatti, che ogni anno il numero dei lettori dei quotidiani si riduca del 1,7% nel mondo. Questa tendenza ha portato a una strada “sensazionalista” che ha molto cambiato lo stile giornalistico. Il Times del secolo XIX, all’apogeo dell’impero britannico, era molto più letterario di quello odierno, e molto più interessato a scoprire il mondo. Il vocabolario che utilizzava era di circa 17.000 parole, mentre si calcola che il Times di oggi ne usi appena 5.000.
La “reality”, la realtà costruita dai resoconti dei grandi mezzi di comunicazione, ha ormai preso il sopravvento sulla realtà. Per la “reality” un italiano è un italiano, un americano è un americano, ma un ugandese o un keniano è solo un africano o, peggio, un clandestino, come i profughi che sbarcano a Lampedusa o muoiono nel Sahara. L’industria della cultura, definita industria dello spettacolo, è il settore che sta crescendo più rapidamente nell’economia mondiale. La globalizzazione, nella sua accezione “fondamentalista”, si propone la mercificazione delle relazioni umane, per la quale è elemento funzionale l’omogeneità culturale. La guerra cominciata contro il terrorismo diviene guerra contro i “diversi”.
La comunicazione globale è ostaggio di un numero sempre più ristretto di corporation. Nel 1983 erano 50 le compagnie che governavano il 90% dell’ informazione, oggi sono cinque grandi gruppi, per lo più americani Time Warner (proprietario tra l’altro di CNN), Walt Disney, Viacom, la News Corporation di Murdoch, e la tedesca Bertelsmann, già presenti nel mercato italiano ed europeo. L’aspetto più preoccupante è che gli stessi prodotti televisivi sono estremamente simili nei contenuti, nei format, nel messaggio ai telespettatori e nell’approccio politico. Queste cinque compagnie controllano il 90% dell’informazione americana e, quindi, mondiale: dai giornali locali e nazionali, periodici, libri, film, le radio, televisioni via etere, via cavo e via satellite, la musica ecc.. Dettano al mondo non solo l’agenda mediatica ma quella politica. Individuano i bisogni dei cittadini-consumatori.

Come cambia l’agenda
Il Sud negli anni Settanta ha fatto uno sforzo enorme per incidere sui flussi informativi. A partire dalla Conferenza di Solidarietà Afro-Asiatica di Bandung nel 1955, in Indonesia quando si gettarono le basi per il Movimento dei Non Allineati, si cominciò a parlare della necessità di un sistema d’informazione internazionale più equilibrato che desse più partecipazione a quello che allora era detto Terzo Mondo. Scaturì l’idea di una rete informativa delle agenzie nazionali che cominciavano a nascere all’interno degli Stati membri. La meta era stabilire un Nuovo Ordine Internazionale dell’Informazione e della Comunicazione. Un progetto, rilanciato in sede

Solo la Rai, il Corriere della sera, Repubblica e La Stampa hanno dei corrispondenti, o collaborati fissi, e non ovunque. I soldi che spendono per coprire la politica internazionale sono infinitamente inferiore di quelli che spendono per coprire la politica interna ma anche la cronaca nera.
UNESCO, che prevedeva una regolamentazione internazionale della gestione e dei diritti di accesso al sistema dell’informazione, ma che fallì per il boicottaggio degli USA, che uscirono dall’agenzia dell’ONU, rendendo nullo qualunque effetto di un eventuale accordo.
Quasi tutte quelle agenzie nazionali sono scomparse. Quasi nessun Paese oggi si sforza seriamente di costruire una politica nazionale di informazione e comunicazione. Il problema sembra quindi questa omogeneizzazione dei flussi informativi dei grandi network occidentali. Ma negli ultimi anni si sono affacciate alcune fonti alternative a proporre un punto di vista “non allineato”, e tutte provenienti dal sud del mondo. Proprio il Movimento dei Non Allineati, oggi detto del Gruppo dei 77, ha ripreso quel progetto, per lanciare una rete di informazione non allineata in cui far confluire le notizie.
Portavoce del sud del mondo cominciano a premere sull’agenda mediatica. A cominciare dalla tv satellitare araba Al Jazeera, diventata fonte accreditata, per aver dato spazio ai messaggi di Al Qaeda, e per i tanti giornalisti morti, arrestati e perseguitati. L’ostacolo della lingua sarà superata tra poche settimane, quando inizierà le trasmissioni Al Jazeera International, canale all-newsin inglese, con redazioni sparse in giro per il mondo. Un’altra voce originale del sud è la neonata Telesur, canale satellitare in spagnolo, lanciato dal governo venezuelano in accordo con Argentina, Uruguay, Cile e l’appoggio del Brasile. La nuova rete tv si allarga fino a coprire tutta l’America Latina, ma viene seguita anche dalla forte comunità ispana negli USA, nonostante il boicottaggio del governo Bush. Obiettivo dichiarato “recuperare la parola tolta per decenni dai dittatori. Oggi cominciamo a vederci con i nostri occhi e non solo con quelli con cui ci vede il resto del mondo”.
Più difficile il cammino dei tanti esperimenti di informazione alternativa, con esempi di “comunicazione dal basso”. Sono troppo esigui i numeri di utenti delle nuove tecnologie. In Italia, 30 milioni di italiani si informano solo attraverso la televisione, contro appena il 6% che cerca informazione su internet. Lavorare dal web per cambiare l’agenda globale dei media è come svuotare il mare con un cucchiaio. È invece necessario un grande movimento di opinione che riprenda l’idea del Nuovo Ordine Internazionale dell’Informazione e della Comunicazione. Qualche passo è stato già fatto, con il Summit mondiale sulla società dell’informazione e la campagna per il riconoscimento del diritto a comunicare, come attività orizzontale. L’obiettivo è l’accesso alle reti di distribuzione, da un lato, e lo sviluppo delle fonti alternative, a cominciare da quelle del sud del mondo.
La società civile ha messo in moto reti, alleanze e azioni politiche, e ha un peso crescente nelle agende nazionali e internazionali. Quello che manca è il riconoscimento da parte sua dell’agenda dei media come questione fondamentale sulla strada verso un altro mondo possibile.

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