Sulle vie dell'utopia

Forse l’antica sentinella può finalmente risponderci che la notte sta per finire.
Niki Vendola

Caro don Tonino, in tutta sincerità non ho ancora fatto pace con la tua morte: non solo perché la tua assenza brucia (e talvolta non riesco quasi a perdonarti per quel salto senza rete che ti ha proiettato oltre l’orizzonte del nostro sguardo). Ma perché dopo è stato davvero il finimondo. Come se, calato il sipario della tua esperienza terrena, la storia umana si fosse avvitata in una spirale nichilista e buia. Come se, a noi sopravvissuti, fosse comminata la pena dell’esilio da noi stessi, dai nostri bisogni di verità e di amore. È stato molto più di una solitudine e di uno smarrimento. Tu eri volato, con le tue ali sfibrate dalle metastasi, nel cielo della “ulteriorità” (ti rubo una parola che mi hai sussurrato l’ultima volta). Noi invece di colpo eravamo scivolati giù nei dirupi del “pensiero unico”, in uno spazio interdetto alla profezia e alla carità, in un alfabeto capovolto e levantino, in un universo di piccole patrie isteriche e minacciose, dove anche lo spirito santo veniva arruolato come un gendarme atlantico o un controllore orwelliano al servizio del New West. Era come tornare nel cono d’ombra delle catacombe. Tu trasmutato in un’icona rischiosamente consolante, noi pronti per i leoni del Colosseo globale, della fiction seriale e della mass-mediocrità.
Sono passati come un lampo tutti questi anni e ancora sento il vento tiepido di quel pomeriggio di aprile, sulla spianata in fronte al mare azzurro di Molfetta, nella mestizia popolare di quella lunga, lenta, indicibile cerimonia dell’addio. Dieci anni fa. Oppure ieri. O forse è ora.
Lo so, caro vescovo, tu intercettasti tra i primi il vento cattivo che soffiava a

LA PARTE LIBERA DELLA CROCE
Nell’Eucaristia il segreto ultimo della forza spirituale di don Tonino.
In questi tempi, la terribile guerra in Iraq, la spirale di odio che sembra non aver fine, il forte, coraggioso e costante invito di Giovanni Paolo II a non rassegnarsi alla violenza, a innalzare con fiducia la preghiera al Signore, riportano il nostro pensiero, in maniera insistente, a don Tonino Bello, un grande costruttore di pace dei nostri tempi.
Pensare a lui non è un semplice ripescare ricordi sbiaditi nella memoria ma un vederlo ancora operante in mezzo a noi. Instancabile e vigoroso nel servire la chiesa, inesauribile nel percorrere tutte le strade per tessere nel cuore degli uomini i fili di una coscienza di pace: con molta speranza, ma, anche, con molta angoscia. Ricordo che gli occhi gli si smarrivano durante la guerra del Golfo, e che il suo volto, ormai reso stanco dalla malattia, si adombrava di tristezza pensando a Sarajevo. Mai, durante il suo lavoro per la pace, ha dimenticato di essere il pastore della sua comunità. Tenero e generoso verso i poveri, ai quali aprì la sua casa; fraterno verso i sacerdoti, fu, anche, un attento e appassionato promotore di vocazioni laicali. Povero come Francesco e generoso servitore dei poveri come Vincenzo de Paoli, seppe leggere il segno della Gloria di Dio, anche sul volto di chi si abbrutisce, dimenticando, per chissà quale mistero, la sua dignità di uomo. Non esistevano, per lui, volti senza nome, individui senza storia, poveri senza speranza. Era incredibile la sua capacità di far emergere dall’anonimato le sofferenze nascoste e le virtù silenziose, come era meravigliosa la disponibilità ad ascoltare, accogliere, soccorrere. Dovunque, ancora oggi, puoi trovare coloro che lo hanno scelto come modello di vita. A molti egli ha saputo comunicare la gioia di una esistenza vissuta nella più totale gratuità, nell’orizzonte delle aperture più grandi. Nella chiesa è stato un pastore buono e generoso, nella città degli uomini un suscitatore di coscienze libere e costruttive. Molti parlano di lui come di un profeta.
È vero, Don Tonino è stato profeta, secondo lo stile proprio del cristiano e del vescovo; ha parlato sempre in nome del suo Signore, ha cercato di renderLo vicino a tutti, con il suo stile di vita; ha cercato di convincere i cristiani che essi stessi sono portatori nel mondo della più grande profezia: Gesù Cristo, Redentore dell’uomo. Ogni profeta è un viandante; don Tonino ha visitato gli emigrati della sua diocesi dall’Australia all’Argentina ed è accorso a testimoniare la volontà di pace, ormai indebolito dalla malattia, fino a Sarajevo, proprio mentre la violenza spargeva il terrore e confondeva le coscienze. Don Tonino è stato un vescovo che ha suscitato ammirazione, ma anche molta simpatia, tra vescovi, sacerdoti e laici, soprattutto tra i giovani, che vedevano incarnati in lui, gli ideali di una esistenza piena, luminosa, degna di essere vissuta. La lunghissima e interminabile processione di giovani nella cattedrale di Molfetta, davanti ai suoi resti mortali, è stata, poi, il segno di una venerazione nascosta, diventata incontenibile. Ma, qual era il segreto ultimo della sua forza spirituale? Qual è il tratto più autentico della sua personalità ? La risposta a queste domande ci viene dal laboratorio dal quale provengono tutti i suoi scritti, ancora oggi letti e meditati. Chi ha avuto la grazia di frequentare don Tonino sa che quel laboratorio è la cappella dell’episcopio di Molfetta e che il suo “maestro d’arte” è stato Gesù Cristo, adorato nella Santa Eucaristia.
Davanti a questo Maestro, don Tonino ha studiato, meditato, pregato, scritto. Da Lui ha imparato a gioire e a piangere, a amare la sua terra e tutta l’umanità. Da Lui ha appreso a donarsi senza misura; con Lui, sulla “parte libera della croce”, ha vissuto i lunghi giorni della malattia. Per questo, don Tonino Bello esercita ancora oggi un fascino vero, potente e discreto sulle coscienze più giovani e più libere; è il fascino di Gesù Risorto.

Mons. Agostino Superbo – vescovo di Potenza
Occidente. Sulla sequela di Cristo ci indicasti la Via Crucis che portava a Bagdad e a Sarajevo, osando immaginare e poi incarnando – in quella “festa di dolore” che ti fece solcare la terra ghiacciata e incandescente di Bosnia – una traccia di “Onu dei poveri”: che ancora oggi è per noi una pietra angolare. Ci raccontasti il malessere partendo dal benessere e dalle sue arti marziali e dai suoi valori misurati in Borsa: non basta “consolare gli afflitti”, bisogna “affliggere i consolati”, così ci provocavi. E le tue non erano capriole semantiche o giochi di enigmistica. Sull’asse della tua indignazione girava un intero mappamondo a forma di Golgota: e in ogni povero cristo (disoccupato o immigrato, tossico o carcerato) tu vedevi la “regalità” del dio vivente e ci ammonivi ad accogliere e a donare.
Amore, voce del verbo morire: non stavi alludendo a una spiritualità masochista, ma alla sfida permanente della conversione: che è schiudersi agli altri, scacciare i fantasmi della paura delle diversità, conoscere e scambiare e contaminarsi e donare. Fuoriuscire dal recinto del privilegio e dell’egoismo, recidere il filo spinato del pregiudizio nutrito di petrodollari, detronizzare la dinastia planetaria del profitto. Cambiare registro, cambiare pelle al presente, farsi costruttori di strade e pontili piuttosto che di muraglie e di barriere architettoniche. Con-dividere: farsi compagni del mondo, farsi prossimo, coniugare i verbi della conoscenza e della tenerezza per chi normalmente inchiodiamo al legno delle nostre fobie e delle nostre pigrizie.
Lo so, don Tonino, persino l’immagine teologica della Trinità – fusione perfetta di tre entità distinte – era per te l’icona di quella splendida “visione” che hai colto nella più bella delle tue espressioni: convivialità delle differenze. Come un infinito abbraccio dei popoli e delle persone, delle fedi e delle culture. Questa, sui sentieri accidentati di Isaia, è la filigrana della pace che cerchiamo. Sarà necessario, ovviamente, mutare le nostre spade in aratri e le nostre lance in falci. E cioè cambiare in radice modello di sviluppo e forma del potere: liberando la storia umana dalla sua ipoteca di oppressione e di violenza, sradicando dalle nostre lingue ogni codice di guerra, svuotandoci dell’odio che si è lungamente sedimentato nei nostri consessi civili e nei nostri cuori.
Carissimo amico perduto e ritrovato ogni giorno, tu ci lasciasti in dono un seme di passione (che è voce del verbo patire). Fummo confitti (non sconfitti) dai chiodi del conformismo e della omologazione. Eppure continuammo a coltivare quella charitas sine modo che ci sfida e ci interpella, quei “pensieri lunghi” che quasi ci sospendono tra cielo e terra. Continuammo, seguendo la tua ombra buona, a costruire piste di “utopia”: ecco, utopia è la parola che adoperano, con intenzioni di scherno, i trafficanti di realismo, i farisei dei nostri giorni, i burocrati dei silenti genocidi mercantili. Ma a dispetto di tutte le realpolitik, di tutti i governi e di tutte le cancellerie che ci dettano la lentezza delle loro tregue e la fretta delle loro guerre, ora, gridiamolo don Tonino, ora è il tempo dell’utopia! Perché avevi ragione tu: non andiamo verso la fine, ma verso un nuovo inizio. E io volevo dire al mio pastore, mentre lo penso con nostalgia, che quel suo seme, dopo un inverno fin troppo lungo, ha cominciato a germogliare. Le oscure catacombe hanno figliato moltitudini di battezzati alla pace. È vero: rombano già i motori della macchina holliwoodiana della “guerra infinita”.
Ma ancora più forte si sente, a ogni latitudine del mappamondo, il suono di una nuova coscienza. Forse l’antica sentinella può finalmente risponderci che la notte non è più tanto lunga, che sta per finire. E così sia.

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