CONFLITTI

Rifiutare la guerra Gridare la speranza

Ripercorriamo l’insegnamento e l’azione di don Tonino contro le guerre.
Renato Sacco

‘“E ora il vescovo benedirà le forze armate’. Io mi sono sentito spiazzato... non avevo previsto questo invito a benedire le forze armate. Allora ho visto che in prima fila c’era la banda musicale e ho detto.. ‘va bene, adesso il vescovo benedice le forze armate… di strumenti musicali’”.
È don Tonino che parla. Siamo a Kiseljak, alle porte di Sarajevo, la mattina del 10 dicembre ‘92, con i 500 che, guidati da don Albino Bizzotto, stanno aspettando di poter entrare nella capitale bosniaca sotto assedio da 9 mesi. Nei lunghi tempi di attesa, don Tonino sa ascoltare molto e, se stimolato, racconta con passione e capacità di affascinare l’ascoltatore, alcuni episodi che gli sono successi.
E dopo le forze armate di strumenti musicali aggiunge. “Qualche mese fa, ero appena tornato dall’ospedale, mi invitano a celebrare per l’inaugurazione di una nuova nave militare... Io ascolto l’ufficiale che legge tutti i compiti a cui è chiamata questa nave: soccorrere i dispersi in mare, portare aiuti, ecc.. Allora io dico nella preghiera: ‘Fa, o Signore, che se questa nave manterrà fedelmente questi impegni, la sua bandiera sventoli sul pennone come tovaglia di altare; ma se non manterrà questi impegni la sua bandiera cada a terra come uno strofinaccio da cucina’.
Sentivo i commenti di qualcuno ‘…e dire che sta male, è molto malato ed è appena tornato dall’ospedale, guai se stesse bene! ’. Poi al termine della messa, mentre mi tolgo i paramenti, mi si avvicina un alto ufficiale, fa il saluto militare e aggiunge ‘Eccellenza, le devo dire che questa sera andrò di nuovo a un’altra messa’; bene, sono contento, gli dico io. Sì, conclude l’ufficiale, perché la sua messa mi ha disgustato
”.

Senza mezze misure
Sono due piccoli episodi, che ci fanno però capire la passione di don Tonino per la pace e la sua costante denuncia, in ogni occasione, della follia della guerra.
Certo, la prima cosa, pensando a don Tonino, è una grande nostalgia: se fosse qui oggi, con i suoi occhi che parlavano da soli, forse ci avrebbe offerto nuovi spunti, con le parole e con i gesti, per rafforzarci nel coraggio della denuncia e della profezia mentre una nuova guerra è iniziata.

QUEL GIORNO, A SARAJEVO…
Per prima cosa vi voglio comunicare la grande commozione che ho provato ieri nell’entrare in Sarajevo (…). Questo, dicevo, era un sogno eppure si è potuto realizzare.
Allora io vorrei che tutti quanti, tornando nelle nostre comunità (non soltanto cristiane, ma vorrei rivolgermi anche a tutti coloro che non credono in nessuna religione, che non si riconoscono in nessun’area e che probabilmente oggi non sono stati ricordati anche nel loro empito di forza umana e nel loro anelito di giustizia), potessimo stimolare le nostre comunità, noi credenti soprattutto, stimolare i nostri vescovi a essere più audaci, a puntare di più sulla Parola del Vangelo.
Perché, vedete, questa esperienza è stata una specie di ONU rovesciata: non l’ONU dei potenti è arrivata qui a Sarajevo ma l’ONU della base, dei poveri. L’ONU dei potenti può entrare a Sarajevo fino alle 4 del pomeriggio, l’ONU dei poveri si può permettere di entrare... anche di notte.
Allora io penso che queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi. Io penso che noi dobbiamo puntare tutto su questo. Vedete, noi siamo qui probabilmente allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva, della difesa popolare nonviolenta; siamo allineati, però vedete quanta fatica si fa in Italia a far capire che la soluzione dei conflitti non avverrà mai con la guerra, ma avverrà con il dialogo, col trattato.
Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!
Ci porteremo nell’immaginario nostro quello che abbiamo visto insieme a mons. Bettazzi e altri amici: il signore che abitava accanto ci ha invitati a casa sua a partecipare al banchetto di commemorazione del padre morto sei mesi fa. Ci ha detto: “Io sono serbo, mia moglie è croata, queste sono le mie cognate musulmane". Mangiavano insieme. Io ho pensato alla convivialità delle differenze: questa è la pace.

Tratto dall’intervento di don Tonino Bello
a Sarajevo - 12 dicembre 1992

Sì, perché mentre scrivo, è il primo giorno di primavera, siamo da poco entrati in guerra. Anche se, con una dose di ipocrisia che non ha misura, ci viene detto che ‘il nostro Paese non è belligerante’. Che vergogna! Che bugia!
Ma, superata la nostalgia, credo che ripercorrere gli interventi di don Tonino contro la guerra rafforzi anche in noi oggi l’impegno contro ogni rassegnazione, come diceva l’appello di Pax Christi, nel ‘91: Rifiutiamo la guerra, gridiamo la speranza! Sicuramente avrebbe gioito al vedere una mobilitazione di così tanta gente ‘di ogni razza, popolo e lingua’ contro la guerra. Ci avrebbe ricordato che siamo ‘confitti’ sulla croce con Cristo, ma non ‘sconfitti’.
Non è facile, sia per i giorni che stiamo vivendo, sia per la quantità enorme di scritti di don Tonino sulla guerra, riprendere in modo esauriente tutta la ricchezza della sua riflessione. Questo breve articolo sia allora un invito a rileggere don Tonino alla luce dei nostri giorni, a riscoprirlo profeta coraggioso, più che ‘santino’ tanto buono, come a volte rischia di essere ricordato. No, don Tonino non ha mai usato mezze misure e non è mai sceso a patti con la logica folle della guerra. Ma Tonino non ha solo parlato contro la guerra, si è messo in gioco in prima persona. Così scriveva prima di andare a Sarajevo nel dicembre ‘92. “C’è da immaginarsi il compatimento di chi non sa pensare altri schemi se non quelli proposti dal quartier generale delle forze armate. Così pure non ci vuole molto a supporre la sufficienza di chi, a missione compiuta, giudicherà perfino patetica questa iniziativa”.
E durante la messa celebrata la sera del 10 dicembre ‘92, “Certo, noi vorremo poter mettere il punto finale su quest’impresa. Se il Signore non ci darà di metterlo non ne faremo una tragedia. Già è una cosa grandissima aver messo di fronte al mondo intero un segno alternativo alle strategie militari, di guerra. Mi sembra una cosa eccezionale! ”.
Ha pagato anche un prezzo di umiliazione; soffrendo nello spirito e nel corpo, fino a far dire a mons. Bettazzi che don Tonino è una vittima della guerra del Golfo del ‘91.

Nostro padre Abramo
E proprio nella sua lettera immaginaria ad Abramo, possiamo ritrovare parole di grande e tragica attualità. “Oggi – scriveva – si usa l’embargo, che consiste nel blocco economico sul traffico dei generi di prima necessità, medicinali compresi. Con questo di perverso: che passa ipocritamente come metodo alternativo alla guerra, mentre è guerra bella e buona. Anzi, brutta e maligna. Perché le vittime privilegiate sono gli indifesi, i deboli, i poveri. Gli innocenti, insomma: che muoiono presi per gola o per malattia. Poco importa se di morte incruenta. Come sta accadendo, in questi giorni, dalle parti dove abitavi tu, prima che giungessi in terra di Canaan”.
E ancora:“ Il Golfo Persico è divenuto il meeting di paurose scenografie militari allestite, così si dice, per ristabilire la giustizia compromessa. Tutto è pronto per il fuoco e lo zolfo, con cui castigare l’iniquità di chi ha compiuto intollerabili soprusi contro un altro popolo. Ma qui è il punto! Se la guerra è già esecrabile in radice per quel tasso di violenza animale che si sprigiona dalla sua logica, il fatto che ogni guerra, sparando nel mucchio, uccida inesorabilmente dei "giusti" non la rende iniqua per sempre, anche quando pretende di ristabilire una giustizia vilipesa?
Ecco, padre Abramo, anche noi siamo sconcertati come te, e ci poniamo gli stessi drammatici interrogativi che ti ponesti tu di fronte alla sorte degli innocenti. È lecito ritenere di aver superato la logica dei cavernicoli, quando sappiamo che gli strateghi militari hanno già fatto i loro calcoli, in termini di vite umane, sul costo della guerra e sul numero dei morti civili, necessari per sedersi con autorità al tavolo delle spartizioni?
Una guerra sponsorizzata dall’ONU si potrebbe fregiare come giusta, riprendendosi così un aggettivo da cui una lunghissima riflessione morale la stava ormai dissociando? O il disco verde, anche se rilasciato all’unanimità dai plenipotenziari della terra, libererebbe la coscienza di tutti dal rosso del sangue innocente?
Dimmi, padre Abramo. È possibile ancora scommettere sull’intelligenza dell’uomo? Può valere a qualcosa richiamare la responsabilità dei potenti della terra sulla presenza dei "giusti"? O dobbiamo affidarci ormai unicamente a un miracolo di Dio? Se è così, ci pianteremo davanti a lui. Per supplicarlo come facesti tu. Affinché odore di zolfo non si alzi mai più dalla città
”.

Al centro, la coscienza
Don Tonino ha parlato della guerra e della sua irrazionalità nelle occasioni e alle persone più diverse, praticamente a tutti: dai bambini ai catechisti, dai collaboratori pastorali ai sacerdoti, ai vescovi; dai politici locali, ai quali faceva giungere, se non erano presenti all’incontro, la cassetta con la registrazione del suo intervento, ai parlamentari. Si può davvero dire che gli scritti di don Tonino sono una miniera inesauribile, così come inesauribile è la sua testimonianza vissuta. Quanto scriveva ai Beati costruttori di pace, che avevano organizzato una grande assemblea contro la guerra il 27 gennaio 1991 all’Arena di Verona, lo possiamo sentire anche rivolto a noi, oggi, come una parola forte di coraggio nell’impegno di obiezione alla guerra, senza perdere le ragioni della speranza. “Coraggio amici! Non lasciatevi cadere le braccia… Il vostro ‘NO’ alla guerra parte da lontano. Le vostre aspirazioni si nutrono di un grande amore per la patria e di un religioso rispetto delle leggi sulla cui autenticità nessuno ha il diritto di dubitare. Non tiratevi indietro rispetto alle tante scelte fino a ora perseguite. Vivete la preghiera in spirito ecumenico… Riflettete con coraggio sulle varie obiezioni di coscienza, per poterle lucidamente predicare. Le obiezioni non sono disprezzo per lo Stato e le sue istituzioni, ma espressione di un amore più grande e di servizio fattivo per l’uomo. E anche nella tristezza dell’ora presente, a coloro che vi interrogano, sia pure per irriderla, possiate dare ragione della speranza che è in voi”.

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