DISARMO

Il sogno di Isaia

La militarizzazione della sua terra. Il ritorno della guerra.
La profezia di don Tonino per una chiesa della pace.
Diego Cipriani

Don Tonino l’antimissile”. Così titola un articolo dedicato a don Tonino apparso su Panorama del 19 giugno 1988. L’occasione di tanto interesse è dato dal documento di sette vescovi pugliesi contro l’arrivo in Italia degli F-16 americani. Nell’articolo, uno dei tanti che la stampa laica dedica al vescovo, don Tonino viene definito “tribuno inviso ai potenti”, “prete scomodo”, “oratore raffinato, ma anche focoso scrittore” e via dicendo, in un crescendo di “ricami” che hanno, come sempre, l’effetto di sviare l’attenzione del lettore dai contenuti e dalla sostanza che stanno dietro al clamore sollevato. Nel corso del suo mandato di presidente di Pax Christi, don Tonino si è dovuto confrontare molto spesso con i temi del disarmo, delle obiezioni di coscienza, della militarizzazione, del commercio delle armi, oltre che della guerra, da quella del Golfo a quella nella exJugoslavia. E subito si rende conto dello “scandalo” che provoca un vescovo a occuparsi di queste cose: “A un vescovo” scrive in una delle sue lettere, indirizzata a un operaio d’una fabbrica d’armi “si addice meglio tracciare benedizioni solenni, piuttosto che impicciarsi di fabbriche di armi e dei relativi traffici clandestini”. E sempre a proposito della produzione d’armi, nel 1991, nel pieno della prima guerra del Golfo, dice: “Quando si costruiscono le armi, necessariamente devono essere usate. Chi fabbrica le armi vuole che siano vendute e consumate. E le armi si consumano uccidendo”.

Lo scandalo della pace
Nel 1985, anno della sua nomina alla guida del movimento, Craxi è capo del governo, con Andreotti agli Esteri e Spadolini alla Difesa: sono i tempi degli euromissili e dell’” allegro” commercio di armi, legale e soprattutto clandestino, che vede l’Italia in vetta alle classifiche. Ma è anche l’anno dell’ascesa di Gorbaciov, che sorprenderà il mondo per la sua apertura al disarmo tra Est e Ovest. Don Tonino coltiva un sogno (che diventa quasi ossessione se si legge tutto d’un fiato questo splendido magistero di pace), quello stesso di Isaia, di convertire “le spade in vomeri, le lance in falci” che, per certi versi, condivide con lo stesso Capo dello Stato Pertini (che proprio nel 1985 lascia il Quirinale) che più volte nei mesi precedenti ha tuonato contro la militarizzazione del pianeta. Un sogno che lui prova addirittura a coniugare con l’articolo 11 della Costituzione (come farà in un convegno romano del 1987). Dirà nel 1991: “E verranno i tempi in cui non ci saranno più né spade e né lance, né tornado e né aviogetti, né missili e né missiliantimissili”. La campagna per l’approvazione di una legge sul commercio delle armi (vedi box) lo vede convinto protagonista, insieme a tutta Pax Christi e agli altri compagni di strada. Ma don Tonino sa che le grandi questioni internazionali rivestono un aspetto anche locale e il caso della militarizzazione della Puglia diventa emblematico di questo reciproco rinvio. Don Tonino, infatti, rivela una sorprendente capacità “strategica”, che riesce non solo a collegare il globale con il locale, ma anche a mettere in connessione tutti i pezzi del puzzle della morte, come nel caso della

UN’ESPERIENZA CONTRO I MERCANTI DI MORTE
Tutto cominciò, nel 1984, con l’appello “Armi italiane uccidono in tutto il mondo” che firmammo in 33 "innamorati di pace" su proposta di alcuni nostri amici radicali (Rutelli e Cicciomessere tra gli altri). Ne seguì un convegno organizzato da Missione Oggi “Contro i mercanti di morte”. L’azione continuò con la partecipazione di Acli, MLAL, Mani Tese, Missione Oggi, Pax Christi, nel Comitato contro i mercanti di morte che ebbi l’onore e l’onere di coordinare per oltre cinque anni.
Impossibile riassumere l’impegno per ottenere una legge italiana che regolamentasse la produzione e il commercio delle armi italiane: un’azione di pressione morale su tutti i gruppi parlamentari, sul governo, un’azione continua di sensibilizzazione, dibattiti pubblici, assemblee con consigli di fabbrica nelle aziende produttrici di armi... Don Tonino era quasi sempre con noi. Dico “quasi sempre” perché qualche volta si scusava di doverci lasciare soli, avendo ricevuto qualche tirata d’orecchie dai suoi superiori... “Per qualche momento devo fare il bravo... ”. Ricordo benissimo un incontro con il gruppo parlamentare DC. Mario Segni ci ricevette e subito cominciò a ricordarci la forza della ‘deterrenza’ delle armi che aveva garantito al mondo 50 anni di pace. All’affermazione di Segni, don Tonino scattò in piedi... e “da credente a credente” fece notare, da par suo, la stupidità storica sostenuta da Segni, ricordandogli le 145 guerre ‘locali’, scatenate e in atto, per procura, in varie regioni del mondo, specie in Africa. Per questo – disse – non bisogna vendere armi a nessun inquilino dell’attuale manicomio internazionale.
La presenza di don Tonino in quegli anni di continua pressione politica per ottenere quella che oggi è la legge 185 del 1990, fu essenziale e determinante. Tra l’altro, l’avere un vescovo (e che vescovo!!!) con noi ci apriva più facilmente le porte del ‘Palazzo’ e ci facilitava l’attenzione nell’ambito ecclesiale. Quando la legge fu approvata, dopo cinque anni di intenso lavoro, anche se eravamo coscienti che fosse il meglio che il parlamento di allora poteva darci, non ne fummo proprio soddisfatti. Quella legge aveva troppi “buchi”, era troppo diversa da quella legge che noi per cinque anni affermammo di volere. La legge di Isaia, con un solo articolo: L’Italia si impegna a trasformare le lance in falci e le spade in aratri, e rifiuta di praticare l’arte della guerra. Con don Tonino avevamo perfino pensato di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare con questa utopia di Isaia...
Dopo dieci anni dalla sua scomparsa terrena, pur sapendolo presente in mezzo a noi, in questo momento assurdo di dover “difendere” la 185/90, don Tonino ci manca... e non solo per questo!

Graziano Zoni
Presidente di Emmaus Italia

militarizzazione della Murgia, che diventa solo una tappa di un processo ben più vasto e avanzato. La prima occasione di intervento di don Tonino è data dalla decisione del 1983 della giunta regionale pugliese di rendere una vasta area della Murgia barese (oltre diecimila ettari) sede permanente di poligoni militari. La popolazione locale si mobilita ben presto, protestando in vario modo col progetto: diverse marce tra Gravina e Altamura raccolgono migliaia di persone. Don Tonino partecipa sin da subito a questa mobilitazione, che vede il territorio del comune di Ruvo (parte della sua diocesi) direttamente coinvolto nel progetto. Nell’aprile 1986 scrive un appello ai consiglieri regionali, sorretto da diecimila firme, per chiedere la revoca della delibera: “Ci sovrasta” scrive nell’appello “l’ombra di un minaccioso antiIsaia, dove sono i vomeri a trasformarsi in spade e le falci in lance. Nelle lance degli aerei Tornado a Gioia del Colle. Nelle spade della prima portaerei d’Italia, la Garibaldi, che si specchierà nell’ingrandito porto di Taranto. Nelle fionde dei caccia d’attacco AMX a Brindisi. Ma saranno specialmente gli aratri distrutti sugli oltre diecimila ettari di terreno delle Murge a non produrre più credito né per il sogno di Isaia, né per i bilanci della nostra già avara economia. ” Ma quello che fa arrivare sui giornali il caso della Murgia è il documento “Terra di Bari: terra di pace” che i sette vescovi della Metropolia di Bari firmano l’8 dicembre 1987 (trentesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Tonino!), mentre Reagan e Gorbaciov firmano il trattato per la riduzione degli euromissili, per dire “un no al poligono di tiro” e per “pronunciare tre sì al cerchio della speranza” (sembra di sentire il discorso del Papa al Corpo diplomatico del gennaio scorso…). Ovviamente è don Tonino che ha preso l’iniziativa, che vede come primo firmatario l’arcivescovo di Bari (e presidente dei vescovi pugliesi), mons. Magrassi.

Dalla Murgia agli F-16
Sei mesi dopo, don Tonino torna alla carica con gli stessi suoi confratelli. Que sta volta, la partita è di portata molto più am pia. Nel gennaio 1988, Spagna e Usa raggiungono un accordo per il trasferimento di 72 caccia “F-16” dalla base di Torrejon; si ipotizza il loro ridispiegamento in Italia nell’ottica del rafforzamento del fianco Sud della Nato e, tra le ipotesi, spunta quella della base militare di Gioia del Colle, in provincia (e in diocesi) di Bari. Il 29 maggio “La Gazzetta del Mezzogiorno”, quotidiano regionale da sempre ben introdotto negli ambienti militari, annuncia in prima pagina il trasferimento degli F-16 a Gioia. Si rafforza la mobilitazione di base contro questo ennesima militarizzazione della Puglia. I sette vescovi, il 5 giugno, elevano la loro “fiera e sofferta protesta! ”. Ed è subito polemica nazionale. L’8 giugno i giornali parlano del “no” dei vescovi pugliesi agli F-16: “La Stampa” definisce l’iniziativa “senza precedenti che spiazza anche i partiti” e, a proposito di don Tonino, la “mente” del documento, scrive curiosamente: “A far suonare per primo quest’annuncio di bufera è un arcangelo biondo e riccioluto (!), fisico atletico ed eloquio travolgente”. Quel giorno don Tonino si trova a Reggio Calabria, dove celebra la messa per i giovani nell’ambito del Congresso Eucaristico Nazionale: una celebrazione non senza significato, visto che è stata pensata come “risposta” al raduno dei militari voluto dall’Ordinariato Militare e che ha provocato una diffusa reazione da parte degli obiettori di coscienza cattolici. Ovviamente, quel giorno a Reggio non si parla che di pace, tanto da “costringere” anche quattro vescovi calabresi a prendere un’analoga, anche se più sfumata, posizione contraria agli F-16, per i quali ora si paventa l’installazione proprio in Calabria. L’iniziativa dei vescovi del barese è certamente eccezionale, e rimane appunto “storica”, nel senso che, ahimè, è poi rimasta isolata nella chiesa italiana: in altre diocesi e regioni del sud era già accaduto che i vescovi scendessero in campo (ad esempio, contro la mafia), ma questa volta l’obiettivo preciso, il carattere indubbiamente politico, i risvolti nazionali e internazionali dell’intervento sono destinati a lasciare il segno. Tant’è che subito scoppia la polemica: il leader socialista Craxi accusa i vescovi di ingerenza e protesta sulla legittimità costituzionale del loro pronunciamento; in molti insorgono, ma nessuno rincara la dose contro i vescovi. Ci pensa il presidente del Consiglio, il democristiano De Mita, a chiudere il caso: il 12 giugno, dinanzi al Papa sceso a concludere il Congresso Eucaristico, preannuncia la decisione di installare gli F-16 a Crotone. Sembrerebbe una vittoria di don Tonino e dei suoi confratelli vescovi… Tuttavia, la protesta in Puglia, oltre che in Calabria, va avanti: dal 12 al 25 giugno a Gioia del Colle si tiene un digiuno a staffetta ecumenico per protestare contro la militarizzazione del territorio e il 14 troviamo don Tonino che partecipa a un dibattito a Gioia, insieme alla pastora evangelica Anna Maffei, su “Etica e Difesa: le chiese s’interrogano”.

Il ritorno della guerra
Tra gli avamposti della Puglia militarizzata, la “pacifica Taranto” (come l’ha definita il Papa) diventa il simbolo di una regione trasformata in portaerei protesa nel Mediterraneo. Don Tonino prende lo spunto della rituale partenza di navi militari italiane da Taranto in almeno due occasioni. La prima è del settembre 1987: la flotta parte alla volta del Golfo Persico incendiato dalla guerra Iran-Iraq che ha coinvolto anche i traffici commerciali di altri Paesi. Scrive don Tonino: “Quanta tristezza! Non perché abbiamo visto ‘partire’ i nostri uomini in assetto di guerra. Ma perché abbiamo visto ‘tornare’ a uno a uno, con inesorabile puntualità, gli argomenti di una logica, che pensavamo esiliati per sempre dal nostro costume”. La seconda occasione risale alle fasi iniziali della prima Guerra del Golfo. Il 22 agosto 1990, “Il Manifesto” apre col titolo “Taranto bunker della Nato”, denunciando la cessione della base alla Nato (e agli Usa) della base navale. A pagina 6, una lunga lettera ai parlamentari italiani, a firma don Tonino, in vista del dibattito alle Camere sulla partecipazione italiana al blocco militare contro l’Iraq (dibattito svoltosi dopo che le prime tre navi sono partite da Taranto). Il documento di Pax Christi denuncia: “Questo grande entusiasmo per la gestione bellica della crisi del Golfo (…) serve solo a rilegittimare il potere della guerra e del militare…”. E giù a snocciolare una serie di interrogativi che, a rileggerli oggi, allo scoppio di una seconda guerra all’Iraq, suonano di un’attualità sorprendente. Il rileggere oggi le parole di don Tonino trovandovi una chiave d’interpretazione anche per la crisi attuale (il che fa emergere ancor più il significato profetico del sua vita) può costituire una parziale consolazione per il fatto d’essere stato, quand’era in vita, osteggiato e non compreso dai più?

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