CULTURA

Un uomo del sud

Don Tonino pacifista, nonviolento, poeta.
Ma anche riformatore sociale. Del sud.
Guglielmo Minervini

Doveva essere già notte. Una domenica di ottobre. Il silenzio aveva calato il sipario su una giornata delle solite. Agenda serrata, messe, attività, incontri. Forse c’era la luna ad allungare, oltre la linea dell’orizzonte, lo sguardo, il silenzio e il vuoto della solitudine. Di fronte, il mare e la sua distesa d’abbandono. Alle spalle, la piccola Tricase. Lì, in quel punto preciso della sua finis terrae, dove l’Adriatico s’incontra con lo Ionio solo per riversarsi nel Mediterraneo, o ti senti la periferia estrema del continente oppure la porta più avanzata verso l’Oriente. O fuori gioco o al centro di un altro gioco. Non era ancora vescovo, don Tonino, quando scrisse questi versi, un po’ poesia un po’ preghiera. Solo giovane e sacerdote e dentro la scommessa che fede sia sinonimo di cambiamento non di rassegnazione.
Di rassegnazione doveva averne incontrata parecchia quel giorno. “Dai a questi miei amici e fratelli/ la forza di osare di più/ La capacità di inventarsi. La gioia di prendere il largo/ Il fremito di speranze nuove/ Il bisogno di sicurezze/ li ha inchiodati a un mondo vecchio, che si dissolve,/ così come hai inchiodato me su questo scoglio, stasera,/ col fardello pesante di tanti ricordi/ Dai a essi, Signore, la volontà decisa/ di rompere gli ormeggi/ Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove/ La libertà è sempre una lacerazione!/ Non è dignitoso che, a furia di inchinarsi, si spezzino la schiena per chiedere un lavoro ‘sicuro’/ Non è giusto attendersi dall’alto le ‘certezze’/ del ventisette del mese/ Stimola in tutti, nei giovani in particolare,/ una creatività più fresca, una fantasia più liberante,/ e la gioia turbinosa dell’iniziativa/ che li ponga al riparo da ogni prostituzione”.

Polvere e strada
Don Tonino pacifista, nonviolento, poeta. Ma anche riformatore sociale. Del sud. Anzi, l’ultimo grande riformatore sociale del mezzogiorno. Ha infranto le regole del buon costume episcopale, frantumato le sbarre invisibili (chi si ricorda di Pasolini?) dell’esclusione sociale, sovvertito l’ordine dei valori dominanti. Come tutti i grandi

Le parole di don Tonino/III
Preghiere. Dammi signore un’ala di riserva. Edizioni San Paolo 2001.
Preghiere. Luce e Vita 1995.
Quadro di riferimento per un piano pastorale. Luce e Vita 1984.
Quella Notte a Efeso (audiocassetta). Edizioni Insieme
Quella notte a Efeso. Lettera a Maria. La meridiana 1989.
Rami d'ulivo. Recital. (volume e audiocassetta). Edizioni Insieme 1995.
Santa Maria dell'abbondanza. Edizioni Insieme 2003.
Scritti di Mons. Antonio Bello vol I. Diari e scritti pastorali. Luce e Vita 1993.
Scritti di Mons. Antonio Bello vol II. Diari e scritti quaresimali. Luce e Vita
Scritti di Mons. Antonio Bello vol III. Scritti Mariani. Lettere ai catechisti. Visite
Pastorali. Luce e Vita
Scritti di Mons. Antonio Bello vol IV. Scritti di pace. Luce e Vita 1996.
Scrivo a voi... Lettere di un vescovo ai catechisti. EDB 1995.
Sentinelle del Mattino. La meridiana 1990.
Senza misura. La meridiana 1993.
Servi inutili a tempo pieno. Edizioni San Paolo 2002.
Sotto la croce del sud. Luce e Vita 1988.
Sotto la Croce del sud. La meridiana 2002.
Stola e grembiule. Edizioni Insieme 1993.
Sui sentieri di Isaia. La meridiana 1989.
Sulla via della croce. Riflessioni. Edizioni San Paolo 1998.
Temi generatori. Abbecedario al futuro. Edizioni Insieme 1995.
Testamento Spirituale. Radio Christus 1993.
Ti voglio bene. Luce e Vita 1993.
Ti voglio bene. I giorni della Pasqua. La meridiana 1990.
Tra diluvio e arcobaleno. Edizioni Insieme 2001.
Tra le nuvole in fuga. Luce e Vita 1994.
Una provocazione fatta pietra. Luce e Vita 1994.
Vegliare nella notte. Riflessioni sull’impegno cristiano. Edizioni San Paolo 1995.
Volti rivolti. Edizioni Insieme 1996.

A cura di Beniamino Lecce
Libreria AVE, Roma

riformatori ha misurato la fatica del cambiamento prima sui problemi concreti, strutturali, quelli che si toccano. La casa, la disoccupazione, il disagio, le criminalità, lo sviluppo. La polvere e la strada. E poi le cose che non si toccano, la culture, le relazioni. Lo scetticismo. Le coscienze.
È stato poco nei ranghi, specie da vescovo. Scende in piazza con gli operai, lotta con i marittimi, accoglie sfrattati e prostitute in episcopio, solidarizza con i profughi albanesi, s’indebita (se stesso, non la diocesi) fino all’ultimo capello per fondare comunità d’accoglienza, promuove petizioni per lo sviluppo civile e non militare del suo territorio, gira di notte nelle zone d’ombra della città raccogliendo ubriachi, matti e sbandati, litiga con gli amministratori, denuncia l’impianto clientelare delle politiche sociali, dinanzi all’omicidio del sindaco mette sul banco degli imputati le responsabilità collettive della città piuttosto che quelle soggettive del “mostro”. Un rompiscatole. Un vero rompiscatole. Non semplicemente un abile creatore di rovesci e paradossi, con il gusto di rompere le uova delle consuetudini nel paniere delle contraddizioni, ma un’intelligenza appassionata che s’infila lucida nel cuore dei problemi. Il cambiamento del meridione passa per la testa dei meridionali. “Rompere gli ormeggi” evoca un movimento molto simile a quello del distacco, del viaggio, insomma dell’esodo.
Dalla terra della soggezione e della dipendenza a quella dell’autonomia e della “creatività”. Pensarsi in grado di generare futuro, di tracciare con le proprie gambe una strada inedita e originale. Rielaborare con audacia la propria storia e la propria identità senza dissimularle sotto altre spoglie. Osservare il mondo a partire dal proprio punto di osservazione e non immaginando di essere altrove. Vedersi da sud non da nord, si direbbe oggi con le categorie del pensiero meridiano di Franco Cassano. Un sud dalla schiena dritta e non curva, con la testa in avanti e non rivolta all’indietro.

Tempo di cerniera
Certo don Tonino vescovo non ha più di fronte il sud contadino e immobile di Dorso, Scotellaro e Salvemini. La sua Puglia è un mezzogiorno sospeso tra passato e futuro, tra immobilismi e dinamismi, tra conservazione e innovazione. Inoltre, nel tempo di cerniera che attraversa, la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, il potere non ha più la forma beffarda, sfuggente e intangibile descritta da Sciascia ma al contrario appare precario e fragile. Eppure molti nodi del sud non si sono ancora sciolti e don Tonino sperimenta sulla carne la tensione di questo stato di fragilità e potenzialità. Essere vescovo al sud è difficile. I problemi sono più complessi, profondi, aggrovigliati. I tempi sono lenti, i passaggi lunghi e contorti.
La normalità confina strettamente con l’eccezionalità e, talvolta, invade l’eroismo. Così, se vuoi incidere, devi dotarti di pazienza storica, sguardo esteso e simboli efficaci. Don Tonino lo sa. Di quella tradizione di cui era impastato, non è difficile distinguere in lui molte tracce comuni. Utopista, tormentato, irrequieto, certamente vulnerabile, perfino contraddittorio. È il modo specifico con cui si reagisce alla propria condizione di disadattamento, al sentirsi profondamente incarnati in una terra, amarla nelle viscere, portarsela nel sangue ma nel contempo soffrire il perimetro ristretto dei suoi limiti, avvertire il disagio delle sue insufficienze.

La coscienza e la giustizia
Ancora oggi, a dieci anni di distanza dalla morte, don Tonino Bello è difficile da collocare. Troppe cose sfuggono agli stereotipi. Non solo la Cinquecento senza autista e l’episcopio senza anticamera, ma anche Gramsci, Pasolini, Bonhoeffer insieme a Moltmann e a Buber. Daltronde è la sorte toccata anche alla millenaristica tradizione del Mezzogiorno, da Gioacchino da Fiore a Ignazio Silone, in cui l'atavica sete di giustizia non ha mai smesso di spingere la coscienza, spesso solitaria, oltre le strutture incompiute delle istituzioni e della politica. Forse ciò che don Tonino aggiunge a questa nobile tradizione è proprio la sua vicenda di vescovo, cioè il tentativo di conferire alla coscienza una natura collettiva, una dimensione comunitaria, di sradicarla dalla narcisistica consolazione del proprio destino per trasformarla nel polmone che soffia sul bisogno di cambiamento del suo popolo.
La tensione della coscienza liberatrice è stata da don Tonino ricondotta dentro le istituzioni non come inatteso ospite, ma come elemento originario e costitutivo, da cui la stessa struttura trae motivo di esistenza. La naturalezza, con cui ha rimesso la struttura al servizio della coscienza, richiama per molti versi gli echi ormai lontani delle pagine di Silone dedicate a Celestino V. Anche don Tonino ha incessantemente ribadito, per dirla con Silone, che "Dio ha creato le anime non le istituzioni" ma non ha rinunciato alla sfida. Non si è dato per sconfitto. Perfino la prova ultima della malattia, nella tensione profondissima del dolore, è stata trasformata in un'eccezionale occasione di grazia cui l'intero popolo ha preso parte. Da un travagliato smarrimento, don Tonino scorge nella sofferenza il tempo vitale per riaffermare in modo autentico il senso della speranza. Con un’ansia intima di futuro e una fresca fiducia nella possibilità di riconciliarlo ancora con il presente. Anche per questa ragione la voce di don Tonino sarà apparsa così dissonante rispetto al coro. Eppure, a un presente riconciliato con il futuro, la storia di oggi ancora ci spinge.

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