SVILUPPO

Per un'economia di pace

O si distruggono gli strumenti di morte o non c’è più futuro per le nuove generazioni.
Tonino Perna

Il ventunesimo secolo si è aperto con uno scenario carico di incognite che ci angosciano. Come spesso capita nella storia degli uomini sono gli eventi, positivi e negativi, che accelerano i cambiamenti e fanno emergere le contraddizioni latenti. Due sono stati gli eventi che hanno fortemente inciso sui nuovi scenari che stiamo vivendo, che si sono intrecciati e su cui vale la pena di riflettere. Il primo evento è stato segnato dalla rivolta di Seattle, nel dicembre del 1999, che segna l’inizio del movimento no-global, meglio definito come movimento dei movimenti per una nuova e diversa globalizzazione. Seattle ha segnato una svolta in quanto per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, il summit del G8, il sedicente “governo mondiale”, è stato bloccato e irriso da manifestanti provenienti da diverse parti del mondo. Per la prima volta i potenti della terra hanno avuto paura, hanno capito che non potevano più riunirsi allegramente per spartirsi le risorse del pianeta, hanno dovuto barricarsi come prigionieri politici – come è avvenuto durante le tragiche giornate di Genova – o hanno dovuto nascondersi a Banf, tra le montagne rocciose del Canada. Il G8 e i suoi ministeri – WTO, Banca Mondiale e FMI – hanno perso di credito e legittimità di fronte alla gran parte dell’opinione pubblica mondiale. Per continuare a dominare il mondo devono ricorrere sempre più alla forza bruta, alla violenza delle armi. E proprio su questo punto cruciale la storia sembra aver voluto intrecciare i suoi fili. L’11 settembre del 2001, con l’attacco alle torri gemelle, avveniva una svolta nella politica della superpotenza Usa, che per altro era in nuce e aspettava solo di essere legittimata. Ci riferiamo alla strategia della guerra infinita, teorizzata dall’amministrazione Bush, individuando una serie di obiettivi bellici, i cosiddetti Stati canaglia, che è stata inaugurata dalla guerra all’Afghanistan ed è poi proseguita con la guerra all’Iraq. Per evitare di farci travolgere dagli eventi, di inseguire le emergenze che si susseguono, dobbiamo collocare questi fatti, che hanno sconvolto e modificato il mondo, nelle “onde lunghe” della storia, nella longue durée – come ci ha insegnato il grande storico Fernand Braudel – per coglierne profondamente i processi, le contraddizioni e le prospettive che si aprono. Proviamo a farlo in modo estremamente sintetico.

Lo “Sviluppo” è finito
Dopo trent’anni di crescita economica sostenuta, 1951-81, e di un relativo miglioramento delle condizioni di vita di una gran parte della popolazione occidentale e di una minoranza del sud del mondo, il mito dello sviluppo è finito. Non solo perché, negli ultimi tre anni, l’economia occidentale è entrata in una pesante fase di stagnazione, ma soprattutto perché negli ultimi dieci-quindici anni è peggiorata la distribuzione del reddito ed è aumentata decisamente la polarizzazione sociale, tra ricchi che diventano più ricchi e una massa di poveri ed esclusi che aumentano. Questo processo non riguarda solo il rapporto nord-sud, o le società della transizione come quelle dell’est, ma riguarda – e questa è la vera novità –anche l’occidente. Nell’ultimo decennio, infatti, in tutti i Paesi occidentali è cresciuta la polarizzazione sociale, si è ridotta la cosiddetta middle class, è aumentata la povertà, sia in termini assoluti che relativi. La crisi del sistema capitalistico è ormai sotto gli occhi di tutti. La borsa di Wall Street è in caduta libera da tre anni, così come le borse di tutto il mondo. Una discesa dei titoli così lunga e sostenuta non si registrava dalla Grande Depressione degli anni ‘30. Questo modello di sviluppo capitalistico non è riuscito a distribuire i benefici del progresso tecnico nel pianeta. Non è riuscito nemmeno ad allargare il mercato in modo tale da assorbire la crescita della produttività e della produzione su scala mondiale, arrivando così a una crisi strutturale da sovrapproduzione, a una perdita di legittimità, a una messa in discussione degli stessi valori e regole della democrazia rappresentativa, di cui l’occidente continua a vantarsi. Il processo di mercificazione della natura ha raggiunto livelli insostenibili che mettono in discussione gli equilibri degli ecosistemi, la sopravvivenza di molte specie animali e vegetali, la stessa vita dell’umanità su questo pianeta. Ogni anno aumenta l’impatto delle attività umane sulla biosfera, cresce quella che è stata definita l’impronta ecologica della specie umana, aumenta la produzione di beni a valore d’uso negativo, vale a dire di merci nocive per la salute degli uomini e dell’ambiente. Se proviamo a contabilizzare il valore commerciale di armi, droghe e sostanze tossiche, di veleni e merci pericolose, arriviamo a un valore del 15% del Pil mondiale. Se poi prendiamo in considerazione il fatto che nella stessa produzione alimentare, le merci pericolose crescono di anno in anno dal pollo alla diossina alla mucca pazza per citare due casi clamorosi che sostanze mutagene, estrogeni, metalli pesanti entrano nel nostro organismo in misura crescente, allora c’è da chiedersi se possiamo ancora parlare di “ricchezza delle nazioni” come faceva Adam Smith nella suo famoso saggio che segnò l’inizio della scienza economica moderna.

Riarmo infinito
La strategia della guerra infinita, inaugurata dall’amministrazione Bush, è il segno della fine dell’impero americano, dell’american way of life che è stata interiorizzata da centinaia di milioni di persone, che era diventata un modello culturale forte per tutti i popoli della terra. In un solo anno l’amministrazione Bush ha aumentato le spese militari di 370 miliardi di dollari, una cifra da capogiro superiore al Pil di molti Paesi del sud del mondo, superiore al Pil della grande Russia!!!
Una spesa talmente folle da far registrare un deficit record di 200 miliardi di dollari nel bilancio dello Stato U.S., che si è anche divorato l’attivo di bilancio dell’anno precedente, lasciato dall’amministrazione Clinton. Di fronte alla più grande recessione degli ultimi settant’anni, l’amministrazione Bush ha giocato la carta del sostegno di un’economia morente puntando, come fece Hitler negli anni ‘30, alla corsa al riarmo infinito. Una scelta che non risolve il più grande problema dell’economia Usa : il crescente deficit con il resto del mondo. Come è noto, è proprio la superpotenza militare il Paese più indebitato al mondo, ma anche il solo a non dover far quadrare conti. Fino adesso, infatti, l’enorme disavanzo delle partite correnti è stato bilanciato dal flusso di capitali che rientravano per investire negli States, segnatamente nella Borsa. Ma il crollo di Wall Street ha messo in crisi questo meccanismo e oggi gli Usa possono pagare il loro debito con il resto del mondo solo stampando dollari. Ma fino a quando sarà il dollaro e non l’euro la moneta di riserva degli scambi internazionali? E cosa possono fare gli Usa se un Paese petrolifero chiede di essere pagato in euro, come hanno fatto l’anno scorso alcuni Paesi arabi, tra cui l’Iraq? Lo bombardano? E l’Europa può accettare questo, proprio nel momento che la sua moneta e il suo prestigio crescono in tutto il mondo? Lo voglia o meno questa volta l’Unione Europea non può sfuggire alle sue responsabilità. Se l’euro sembra ormai destinato a diventare, in questo decennio, la moneta di riserva internazionale, ciò significa che lo scontro con il dollaro e la superpotenza Usa sarà inevitabile.

Il ruolo dell’Europa
Ma la “Vecchia Europa”, come la chiama Bush, deve fare della sua vecchiaia un vanto, deve ricorrere alla saggezza della sua lunga esperienza, alla varietà delle sue culture, per capire che non può competere con gli Usa sul terreno bellico, che non può seguirli nella strategia delle guerre infinite, senza pagarne il prezzo salato della instabilità mondiale e della stessa messa in discussione dell’UE. Né l’UE può pensare di sostituire gli Usa come superpotenza mondiale: sarebbe un errore tragico per sé stessa e per l’umanità. L’Unione Europea rappresenta di per sé la dimostrazione che, dopo cinque secoli di guerre e due guerre mondiali nel ‘900, la sola strada della prosperità e del benessere dei popoli passa attraverso la pace e la convivenza tra culture e religioni diverse. L’UE è la dimostrazione vivente che si può costruire una pace duratura tra popoli che si odiavano e si sono massacrati più volte nella storia (basti pensare all’odio atavico tra Francesi e Tedeschi che oggi, paradossalmente, costituiscono l’asse della costruzione dell’Unione). Questa grande esperienza si può rafforzare solo in un clima mondiale disponibile al dialogo e alla costruzione di un mondo multipolare. In questa direzione l’impegno europeo deve tendere al rafforzamento di altre convergenze, al sostegno di altri “mercati comuni”, come, ad esempio, il Mercosur che il Brasile di Lula vuole resuscitare per dare un’avvenire a questo tormentato e supersfruttato continente latinoamericano. L’Unione Europea che si allarga a est – e speriamo presto anche ai dimenticati e degradati Balcani e al sud del Mediterraneo – non può tenere presenti solo i suoi interessi economici, ma deve continuare a “includere”, senza omologare, popoli e culture diverse assicurando a tutti quei diritti di cittadinanza che il processo di mercificazione tende a distruggere. Un’Europa che sappia costruire la pace e la prosperità, la qualità della vita e la tutela ambientale, diventerà l’architrave del processo di costruzione della pace nel mondo. Un processo lungo e difficoltoso, ma oggi inevitabile. La costruzione di un’economia di pace, infatti, rappresenta non più solo un’ideale, ma una necessità per l’umanità. O si distruggono gli strumenti di morte, si costruiscono nuovi e duraturi strumenti che migliorino la qualità della vita o non c’è più futuro per le nuove generazioni. La riconciliazione tra uomo/donna e natura è diventata un obiettivo prioritario, una meta irrinunciabile. Ma, sappiamo bene che “pace” non significa assenza di guerre. Esiste una “pax mafiosa” che, come sanno bene le popolazioni del nostro Mezzogiorno, non significa assenza di violenza e di sopraffazione, ma solo un sistema più efficace per opprimere i più deboli senza ricorrere (momentaneamente) all’uso delle armi. Allo stesso modo, recenti esperienze ci hanno insegnato che la fine di una guerra non porta necessariamente verso la pace. L’abbiamo visto nei Balcani, teatro di guerra negli anni’90, che è ancora un’area fortemente instabile e violenta come testimonia l’omicidio del primo ministro della Serbia, lo stiamo vedendo in Afghanistan. Infine, come ci ha insegnato e detto con convinzione don Tonino Bello, non c’è pace senza giustizia. Ed è questo un punto essenziale, spesso dimenticato. Quando non vediamo alla televisione le guerre che si combattono in varie parti del pianeta, le cosiddette “guerre dimenticate”, pensiamo che ormai viviamo in un’era di pace. Niente di più falso. Il sistema del mercato mondiale insieme al sistema della finanza internazionale, regolato dal Fondo Monetario Internazionale, hanno scatenato una “guerra economica” che miete silenziosamente vittime ogni giorno, che colpisce duramente le popolazioni del sud del mondo, che devasta il pianeta.

Se crolla il caffè…
Attraverso il Mercato Mondiale, un meccanismo apparentemente neutrale, si stabiliscono i prezzi delle merci e si decreta chi deve vivere e chi deve morire di fame e malattie. Pensiamo solo, per fare un esempio, a cosa è successo nel mercato del caffè durante gli ultimi due anni. Sulla scena internazionale è entrato un nuovo produttore – il Vietnam – che per produrre caffè ha deforestato un’area di quasi 800.000 ettari, diventando in poco tempo il secondo produttore mondiale. Risultato: il prezzo del caffè è crollato del 60%, milioni di contadini dal Brasile al Centro-America all’Africa equatoriale, sono andati in rovina e, ironia del mercato, noi consumatori occidentali non ce ne siamo nemmeno accorti perché abbiamo continuato a pagarlo allo stesso prezzo e, nell’area dell’euro, anche di più. È ovvio chi ci ha lucrato: le multinazionali che agiscono come monopolio mondiale di questo e altri prodotti della terra. Questo sistema è, dal punto di vista sociale e ambientale, assolutamente folle e insostenibile. Bisogna fermarlo e cercare altre strade. E le alternative non mancano e si sono moltiplicate in quest’ultimo decennio. Dal commercio equo e solidale, che è cresciuto velocemente e si è diffuso in decine di Paesi, alla finanza etica che ormai coinvolge nel mondo centinaia di milioni di persone, allo straordinario sviluppo dell’agricoltura biologica, dei prodotti tipici locali, alla promozione delle energie rinnovabili che, pur tra mille difficoltà, vanno avanti. Il fair trade è diventato, in soli trent’anni dalla sua nascita, un mercato alternativo che pesa realmente in diversi Paesi europei, arrivando a rappresentare per alcuni prodotti alimentari come il tè, caffè, zucchero e banane dal 5 al 15% della domanda nazionale (Svizzera, Olanda, ecc.). Anche il microcredito e la finanza etica hanno fatto grandi passi in avanti in tutto il mondo, e nel nostro Paese esiste ormai da quattro anni una Banca popolare Etica che è riconosciuta dalla Banca d’Italia. Fair trade e finanza etica sono degli strumenti importanti perché permettono a ogni singola persona di consumare e risparmiare senza alimentare il circuito del mercato mondiale e i suoi effetti devastanti. Sono strumenti fondamentali perché entrano nel nostro quotidiano e ci consentono di dare, ognuno di noi, il proprio contributo a un’economia di pace fondata sulla giustizia. L’economia di pace, infatti, non si può costruire dall’alto, con un decreto legge, ma necessita dello sforzo quotidiano di tutti gli uomini di buona volontà che amano la vita, che lottano per difendere questo meraviglioso pianeta che il Creatore ci ha dato perché sia “un giardino da coltivare e custodire” (Genesi, 2,15).

Note

Docente presso l’Università di Messina

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