CONVENZIONE

Pace, guerra e costituzione europea

Nel dibattito sulla futura Europa prevale l’interesse per le strutture, gli equilibri, gli apparati. Ma quale Europa si vuole costruire?
Vittorio Bellavite

Nel pieno delle lacerazioni internazionali di queste settimane, la Convenzione Europea macina il suo percorso abbastanza burocratico di scrittura di una nuova Costituzione europea. Ciò avviene nella disattenzione diffusa dell’opinione pubblica, della stampa e anche dei partiti, almeno nel nostro Paese. La Convenzione è composta da 104 membri che rappresentano i governi, il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali. È una formula nuova (simile a quella usata per la Carta di Nizza che ha dato buona prova) ed è stata istituita dal Consiglio europeo nel dicembre 2001 a Laeken, ha lavorato in gruppi di lavoro per tutto il 2002 e, da febbraio in poi, a ritmi accelerati ha iniziato a discutere blocchi di argomenti stesi in articoli. Il testo sarà sottoposto al Parlamento europeo e infine al Consiglio europeo di Salonicco (21 giugno) per iniziare così il suo iter finale che potrebbe concludersi a Roma in dicembre o poco dopo. La discussione si è a lungo dilungata sul come gestire l’Unione allargata ai nuovi Paesi, sul rapporto tra i vari organi europei (Consiglio, Commissione, Parlamento), sulle caratteristiche delle norme europee, sulla struttura più o meno federale che avrà l’Europa unita. Ciò detto, vanno sottratte al disinteresse di questo periodo almeno due questioni: da una parte la posizione della chiesa cattolica e delle chiese evangeliche, dall’altra i grandi interrogativi su quale Europa stiamo costruendo per quanto riguarda la sua collocazione nella comunità internazionale soprattutto sul problema pace/guerra e su quello del rapporto con il rapporto tra nord e sud del mondo.

Il ruolo delle chiese
L’unica questione che ha raggiunto la cronaca politica è la richiesta che “le radici cristiane” fossero ricordate nel nuovo testo costituzionale (inizialmente si chiedeva anche che si facesse un esplicito riferimento a Dio), che fosse ben definito il diritto delle chiese di organizzarsi con strutture proprie, che fosse previsto un “dialogo strutturato” (cioè sistematico e autorevole) delle istituzioni europee con le chiese e infine che fosse esplicitamente affermato che i rapporti tra Stati e chiese fossero di competenza nazionale e sottratti all’intervento comunitario (lasciando quindi impregiudicate le condizioni di favore che le chiese hanno nella maggior parte degli Stati europei). Il sostegno a questa linea “ufficiale”, sostenuta cioè dal Vaticano, dalle strutture dei vescovi europei (COMECE) e delle chiese protestanti (KEK) è venuto da una serie di assemblee europee che hanno riunito, a più riprese, le organizzazioni cattoliche conservatrici. Abbiamo già tre “manifesti” dai contenuti simili, uno redatto a Barcellona in dicembre, uno a Cracovia in marzo e infine uno a Bruxelles in aprile. Nel dibattito di Aprile sulla Convenzione le proposte del “dialogo strutturato” e della competenza degli stati sui rapporti con le chiese hanno incontrato forti opposizioni. Sulla questione delle “radici cristiane” ci sono delle proposte autorevoli di parlarne nel Preambolo della nuova Costituzione. La volontà di affermare le radici cristiane è stata contraddetta più volte, anche se sottovoce, da esponenti protestanti e della cultura cattolica di ispirazione “conciliare” (...). Parlare di radici cristiane diventa questione molto delicata. Dobbiamo testimoniare l’Evangelo chiedendo che valori evangelici siano contenuti nella nuova Costituzione piuttosto che impegnarci solamente in affermazioni di principio discutibili sia per il loro contenuto che per la loro opportunità.

Quale Europa?
Queste sono alcune delle riflessioni emerse dai seminari organizzati da Pax Christi, da Noi Siamo Chiesa e da altre organizzazioni cristiane al Forum sociale di Firenze in novembre sul ruolo delle chiese di fronte all’Europa e sul rapporto tra cristianesimo, islam e ebraismo (...). Dopo gli incontri promossi nel corso del Social Forum Europeo e quelli successivi, resta aperto il problema che periodicamente lo stesso Prodi propone: che tipo di Europa vogliamo? Un’Europa pacificata che allontana i conflitti al proprio interno con tanti stati che molto faticosamente collaborano, ma anche che si pensa come un soggetto sullo scenario mondiale che difende solo i propri spazi, le proprie aree di influenza e che si dimostra sostanzialmente estranea alle contraddizioni epocali di questo inizio del millennio per quanto riguarda il problema del sottosviluppo, dell’ambiente e delle guerre diffuse in tutto il mondo?

La pace scritta
Abbiamo svolto una ricerca su quanto il problema pace/ guerra e rapporto nord/ sud sia presente nelle Costituzioni dei Paesi europei e nelle istituzioni europee. Sono largamente assenti riferimenti a tali due punti essenziali nelle costituzioni di Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Cecoslovacchia, Irlanda, Olanda, Romania, Slovacchia, Svezia. Il Regno Unito non ha una Costituzione scritta. Nelle altre Costituzioni ci sono accenni alla pace e alla cooperazione tra i popoli con affermazioni generali o generiche. Si va dalla Spagna impegnata a “collaborare al rafforzamento di pacifiche relazioni e di effettiva cooperazione tra tutti i popoli del mondo” alla Francia che afferma nel Preambolo della Costituzione del 1946 (considerato ancora in vigore) che “essa non intraprenderà nessuna guerra di conquista e non impiegherà mai le sue forze contro la libertà di alcun popolo”; dalla Repubblica Federale Tedesca secondo cui il popolo tedesco vuole “servire la pace del mondo quale membro, equiparato nei diritti, di un’Europa unita” alla Finlandia che afferma di “partecipare alla cooperazione internazionale per la protezione della pace e dei diritti umani”, dalla Slovenia secondo cui “la sicurezza nazionale sarà affermata primariamente nelle politiche che promuovono la pace, un’etica di pace e di non aggressione”, alla Grecia che “si impegna per il consolidamento della pace e della giustizia e ricerca relazioni amichevoli tra i popoli e gli stati” fino alla Polonia che “è consapevole della necessità della cooperazione con tutti i Paesi per il bene della Famiglia Umana”. Malta si afferma stato neutrale con una politica di nonallineamento e di rifiuto di qualsiasi alleanza militare. La Costituzione del Portogallo del 1976 scritta dopo la rivoluzione dei garofani è più esplicita e parla di “regolamento pacifico delle dispute internazionali, della non interferenza negli affari interni degli altri Stati e della cooperazione con tutti gli altri popoli per l’emancipazione e il progresso del genere umano”. L’unica affermazione esplicita e tassativa di rifiuto della guerra è quella contenuta nell’art.11 della Costituzione italiana; ad esso si ispira la Costituzione ungherese del 1997 che afferma contenuti analoghi nell’art. 6.

Rompere il silenzio
Nei successivi trattati che si sono susseguiti nell’Unione Europea in quasi cinquanta anni l’unica norma esplicita è quella dell’attuale art. 177 sulla cooperazione allo sviluppo. Un attento esame della discussione svoltasi nell’ambito della Convenzione permette di affermare che il problema principale è quello di come prevedere le strutture europee perché ci sia una effettiva politica estera comune. Questa esigenza è “espolsa” in queste settimane dopo la fine della guerra in Iraq. Questa politica è sempre abbinata nelle proposte e nelle discussioni alla politica della sicurezza e della difesa. Emerge un silenzio continuo per quanto riguarda almeno i principi generali che dovrebbero guidare l’azione dell’Europa sullo scenario internazionale. Che serve allora preoccuparsi legittimamente delle strutture se non si ipotizza per quale politica dovrebbero servire? Le politiche infatti – si sottintende – saranno di fatto quelle consuete, la pace e la guerra secondo le convenienze e gli interessi contingenti, i rapporti col sud del mondo fondati, pur tra tante belle parole, sul mantenimento delle barriere protettive, sulla destinazione di percentuali irrisorie del PIL alla cooperazione allo sviluppo, sul commercio delle armi ecc… Bisogna rompere il silenzio. Le proposte emerse dai seminari di Firenze si presentano con caratteri alternativi alla cucina quotidiana di Bruxelles, all’ordinaria amministrazione. Esse pretendono di interpretare, anche parzialmente, i sentimenti del movimento pacifista e di quanti sono impegnati sui problemi del sottosviluppo. Sono tante le associazioni e movimenti che chiedono e propongono che nella Costituzione europea sia contenuto un articolo simile all’articolo 11 della nostra Costituzione. Per un’Europa che ripudi la guerra. Questa è l’Europa che vogliamo.
Non c’è pace senza giustizia. Nelle proposte avanzate al termine dei lavori promossi nel Social Forum Europeo da Pax Christi e da Noi Siamo Chiesa, si avanzava anche la richiesta che “tutti gli interventi di politica economica, commerciale e monetaria dell’Unione Europea perseguano l’obiettivo di ridurre ed eliminare gli squilibri di ogni tipo che esistono tra i Paesi sviluppati e i Paesi poveri. Identico obiettivo dovrà essere perseguito negli orientamenti espressi dall’Unione in qualsiasi organismo internazionale”. Tutte le energie impegnate nel nostro Paese nel movimento pacifista e terzomondista sono chiamate alla sfida delle discussioni su quale Europa vogliamo. Questo è un anno del tutto particolare. Non si può arrivare in ritardo. Il Forum Sociale Europeo di novembre a Parigi St Denis è un appuntamento a cui dobbiamo arrivare preparati anche intensificando i necessari contatti internazionali.

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