NICARAGUA

Se le donne cambiano un Paese

Smantellare il sistema patriarcale per cambiare davvero la società.
Così crescono le esperienze nei villaggi.
Mauro Castagnaro

Non le dà fastidio – chiedo a bruciapelo a Marcos, girandomi quasi di scatto verso di lui – che io, un maschio, straniero e sconosciuto, sia qui a parlare con sua moglie dei suoi impegni al di fuori della famiglia, di come organizzate le faccende domestiche e di come lei vive il vostro rapporto di coppia? ”. Marcos, che fin a quel momento ha assistito in silenzio alla mia intervista a Maricela, si solleva leggermente dalla sedia a dondolo e con un sorriso quasi timido mi risponde a voce bassa, ma tranquilla: “No, credo che lei abbia i suoi diritti”.
Ecco in sintesi la rivoluzione realizzata in dieci anni dal Centro di orientamento familiare ed educazione sessuale “Xochilt Acalt” (“fiore di canna” in lingua nahuatl maya) di Malpaisillo. Siamo, infatti, in Nicaragua, dove, per esempio, nel 1996 Daniel Ortega, già capo dello Stato per dieci anni durante il governo sandinista, nel tentativo di farsi rieleggere presidente della Repubblica, impostò tutta la campagna elettorale presentandosi come “el gallo ennavajado”, cioè “il gallo con la bandana da combattimento”, simbolo maschilista per eccellenza nella cultura nicaraguense. Malpaisillo, inoltre, è un centro rurale della provincia di León, abitato da 35.000 persone sparse in 46 villaggi su un territorio molto arido, dove, come negli altri distretti ex cotonieri, la disoccupazione supera il 70 per cento, l’alcolismo è diffuso e la miseria salta all’occhio: famiglie di setteotto componenti vivono in capanne di fango e foglie di platano, coltivando piccoli orti e allevando qualche gallina e un paio di maiali, che di giorno razzolano liberamente e di notte dormono vicino alle persone, con grossi problemi igienico-sanitari.

Empowerment al femminile
Anche Marcos e Maricela, mezzo secolo in due, fino a due anni fa vivevano in una “chumpita” senza pareti, con un semplice tetto di frasche. È ancora in piedi, pochi metri più in là. La usano come riparo per gli animali, ma adesso hanno una casetta di muratura, costruita col prestito che Maricela ha ricevuto dalla Xocilt, come qui chiamano confidenzialmente l’associazione che riunisce oltre 800 donne della zona e costituisce una delle esperienze organizzative più interessanti del Paese centroamericano.
Fin dalla sua nascita, nel 1991, per opera di tre consigliere municipali del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) – ricorda Elbia Bravo, una delle fondatrici – abbiamo sviluppato un processo di empowerment delle donne. Siamo, infatti, partite mettendole in condizione

Confinante, a nord, con l’Honduras e, a sud, col Costa Rica, il Nicaragua è il paese più grande dell’America Centrale e contava nel 1996 una popolazione di circa 5 milioni di abitanti. Nel 1502 vi sbarcò Cristoforo Colombo e, per la posizione geostrategica, il Nicaragua è sempre stato nel mirino degli Usa, che più volte lo invasero nel corso del secolo scorso. Il 1979 fu l’anno della vittoria della rivoluzione sandinista contro la dittatura di Somoza. Negli anni ‘80 fu teatro di un conflitto “a bassa intensità” nel quale gli Usa di Reagan (e poi di Bush senior) furono pesantemente presenti.
Nel 1998, l’Uragano Mitch ha causato danni incalcolabili, oltre a moltissime
vittime, ripetendo la tragedia dell’uragano Juana del 1988.
Nel settembre scorso ha fatto scalpore il caso del PRESIDENTE DEL CONGRESSO ALEMÁN, DESTITUITO per frode ai danni dello Stato, mentre un mese dopo il PRESIDENTE BOLAÑOS (che nel novembre 2001 aveva battuto Ortega alle elezioni) E il SUO VICE sono stati INCRIMINATI PER ‘REATI ELETTORALI’.
di ottenere strumenti tecnici, conoscenze e crediti per produrre beni di prima necessità e migliorare il proprio reddito. Contemporaneamente abbiamo cercato di dare loro l’opportunità di riflettere su loro stesse, sulla loro vita, sul loro corpo, sulle loro relazioni da un punto di vista di genere”.
In origine si trattava di una clinica ginecologica “itinerante”, che si spostava lungo le strade sterrate e tortuose dei villaggi, trasportando il personale sanitario, gli strumenti medici e i farmaci, con l’obiettivo di promuovere la salute riproduttiva della donna, attraverso test di gravidanza, di prevenzione del cancro all’utero e delle malattie sessuali, e di diffondere l’informazione sui metodi di controllo delle nascite. Ciò ha permesso in pochi anni di ridurre drasticamente il tasso di mortalità femminile, ma ha soprattutto dato per la prima volta alle donne l’opportunità di conoscere il proprio corpo e prendere coscienza dei propri diritti; e questo ha rivoluzionato la loro vita e le loro relazioni in una società rigidamente patriarcale come quella nicaraguese, mettendo in discussione i tradizionali rapporti di potere tra i sessi.

Educazione e lavoro
Il Centro Xocilt Acalt ha cominciato allora a muoversi anche sul piano economico, prima di tutto distribuendo attrezzi agricoli e domestici per rendere meno pesante il loro lavoro. Poi ha offerto esclusivamente alle donne crediti a tassi ridotti, con lo scopo di migliorare le condizioni di vita delle famiglie, evitando che i guadagni si disperdessero in bettole o sale da biliardo. Nel tentativo di favorire la loro acquisizione di potere nei confronti degli uomini, il Centro ha posto come condizione per l’accesso a determinati prestiti, come quello per l’acquisto di mucche, che almeno 4 manzanas (2,8 ettari) di terreni produttivi della famiglia fossero intestati alle donne. Questo ha consentito in pochi anni di modificare la “distribuzione sessuale della terra” nella zona e oggi le neoproprietarie dirigono la costruzione di case, pozzi, cisterne, stalle e recinti per il bestiame, allevano maiali, pollame e capre, coltivano ortaggi e stanno introducendo nuove produzioni come quella della yucca. Progressivamente la Xocilt ha allargato e diversificato la sua attività. In particolare i programmi di alfabetizzazione ed educazione hanno notevolmente elevato i livelli di scolarizzazione femminile, che nel resto del Nicaragua, e specialmente nelle aree rurali, sono bassissimi.
Questo processo ha naturalmente incontrato notevoli ostacoli in una mentalità radicata nei maschi, ma introiettata anche da molte donne. Non è facile per chi è cresciuto con la cultura del “padre-padrone” accettare che la propria moglie lavori fuori casa, magari guadagnando più del marito, esca alla sera per partecipare a riunioni di sole donne, possa decidere come spendere il piccolo capitale familiare, che cosa seminare o allevare, chieda di essere aiutata nelle faccende domestiche o addirittura di avere voce in capitolo nella sfera della sessualità e nella decisione di una gravidanza. Racconta Veronica Mayorga: “Alcuni uomini dicono: ‘Lì le donne imparano solo ad essere prostitute e a comandare più di noi’. In realtà vogliono che noi restiamo sottomesse”.
Il Centro ha quindi deciso di coinvolgere anche i maschi, aprendo pure a loro i programmi finalizzati a formare nuovi leader delle comunità. “Per incidere maggiormente sul piano politico – spiega Elbia Bravo – offriamo a uomini e donne una formazione di genere, con una parte di riflessione sul vissuto e una di discussione teorica”. E alcuni di loro ne sono usciti trasformati. Salvador Paredes lo descrive così: “Un tempo pensavo che il maggiore potere dell’uomo nella relazione con la donna fosse un dato di natura. Scoprire le discriminazioni che avevo compiuto verso mia moglie e le mie figlie mi ha fatto capire che potevo ricostruire nuove relazioni senza sentirmi meno uomo. Inoltre condividere il potere assoluto che detenevo in casa mi ha dato sollievo. Ho imparato pure a comunicare i sentimenti, che noi maschi siamo abituati a celare perché crediamo che essere uomini significhi non esprimerli. Invece è bello poter manifestare l’affetto con libertà e la relazione tra uomo e donna è più ricca”.
Questo percorso di cambiamento spesso disorienta anche i familiari, come sottolinea Manuel Gomez: “A volte ho difficoltà a farmi capire in casa mia. Non ho figli, ma i miei nipoti mi accusano di essere femminista perché ho assunto nuovi atteggiamenti e comportamenti. Prima ero abituato a essere molto aggressivo. Anche mia moglie fatica a comprendermi perché in fondo continua a pensare che l’uomo debba essere il capofamiglia, colui che decide”. E il discorso non si chiude nell’ambito privato, come testimonia Alberto Alpiroz: “Se vogliamo che il Nicaragua si sviluppi davvero dobbiamo smantellare il sistema patriarcale. Una trasformazione economica e sociale richiede una diversa leadership politica. Dobbiamo partire dalla famiglia, perché se cambiamo qui, saremo dirigenti diversi anche nell’ambito pubblico”.

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