OBIEZIONI

Generale, obietti!

Le premesse per un dialogo dei nonviolenti con i militari. Possibile? Belligeranza a oltranza o obiezione all’uso delle armi di distruzione di massa?
Antonino Drago

Fa piacere che il gen. Mini abbia scritto un libro (F. Mini: La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, Einaudi, Torino) in cui esprime opinioni dissonanti da molti altri generali. Questa novità è da salutare con gioia; non possiamo che guadagnarci tutti da un dibattito, che avviene tra gli alti comandi dell’esercito e che si apre al pubblico. In risposta, si tratta allora di capire se i nonviolenti possono dialogare con i militari, per una eventuale collaborazione, e quale.

Dialogo possibile?
A mio parere un dialogo con i militari sarà possibile quando ci si sarà capiti su un primo punto: riconoscersi come uomini liberi che, pur nelle convinzioni differenti e magari contrastanti, hanno innanzitutto costituito un patto sociale comune e che solo dopo appartengono a istituzioni sociali differenti. Forse la ragione per cui in Italia non c’è mai stato un dialogo tra alternativi e militari (neanche coi cordiali militari interni al Comitato ministeriale sulla difesa civile non armata e nonviolenta, Dcnanv) sta nella differente concezione della coscienza, accettata o no come principio del proprio agire.
Nella teutonica Germania, il tribunale amministrativo federale ha riconosciuto ai militari il diritto a disobbedire a ordini ritenuti ingiusti in coscienza (notizia di stampa del 24 giugno 2005). Ma in Italia finora sono mancati uomini come ad esempio i militari inglesi Liddel Hart o S. King-Hall, che, subito dopo l’ultima guerra mondiale, hanno chiesto il disarmo atomico del loro Paese, per dare così l’esempio al mondo di come risolvere i conflitti internazionali al di fuori delle carneficine orrende, programmate dai loro colleghi. Sono mancati uomini come ad esempio il francese gen. De la Bollandière, o il tedesco gen. Bastian, o il gen. statunitense Hardbottle (fondatore della associazione Generals for Peace), che hanno ritenuto ormai superati i tempi della vecchia contrapposizione nucleare USA/URSS e hanno scelto di combattere per la pace.
Finora tutti i generali italiani sono stati ligi a qualsiasi ordine o guerra avessero da eseguire. Fanno eccezione due episodi. Falco Accame, da

Il generale Mini proviene dalla specialità bersaglieri e ha ricoperto vari incarichi di comando e di stato maggiore. Tra i più significativi, addetto per la difesa presso l’ambasciata d’Italia a Pechino, capo di stato maggiore del comando forze alleate sud Europa (Afsouth) a Napoli e comandante della forza di intervento NATO (Kfor) in Kosovo. Dal 30 settembre il tenente generale Fabio Mini assume l’incarico di Ispettore per il reclutamento e le forze di completamento con sede a Firenze.
ammiraglio, ha avuto il coraggio di contestare l’autoritarismo militare esercitato da altri su un subordinato. Nel 1992 l’amm. Buracchia si è permesso di esprimere una sua opinione personale sulla guerra in Iraq che stava conducendo (ma è stato subito allontanato; il che fa apparire la disciplina militare così rigida da non ammettere nemmeno che si pensi a voce alta). Perché in Italia questa super fedeltà?

Militari disertori?
Nessuno chiede ai militari di essere obiettori di coscienza a tutte le armi, ma alle armi di distruzione di massa sì; perché ormai queste sono strategicamente disastrose, eticamente immorali e, almeno per la coscienza popolare, illegittime (è arrivato a questa convinzione anche l’ex ministro della difesa USA, McNamara; che si esprime con accenti molto preoccupati in un articolo comparso su Foreign Affairs, ripreso dal Corriere della Sera l’8 aprile scorso e da Civiltà Cattolica n. 3722 del 26 luglio 2005). I nonviolenti si aspettano che personalmente i militari si rifiutino di obbedire a ordini di usare armi di distruzione di massa. Come non disobbedire all’ordine di compiere stragi inumane, specie quando sono decise dall’alto di una strategia di morte generalizzata? Queste armi sono i dinosauri del tempo moderno, destinati a scomparire improvvisamente dalla vita sociale; saranno viste dalle generazioni future come mostri, dai quali la nostra memoria vorrà rifuggire al più presto. Perché restare attaccati ai dinosauri, residui di una storia antiquata?

Belligeranza a oltranza
In particolare, sul tema specifico della difesa nazionale ci sono quattro questioni precise che incombono su un possibile dialogo; tutte chiedono di riconoscersi personalmente contrari alla attuale politica belligena. Prima questione. Dal 1996 gli USA hanno cambiato strategia nucleare. Essa già prevedeva l’uso per primi delle armi nucleari (il che è un preciso segnale di aggressività), ma solo verso un’altra potenza nucleare; da quell’anno invece, verso qualsiasi entità che si opponga agli USA. Poi nel 1999, nel bel mezzo di una guerra, gli USA hanno fatto cambiare natura alla Nato: da patto solo difensivo a patto aggressivo (per difendere la modalità di vita occidentale) con azioni belliche in tutto il mondo; infine nel 2000 anche la Nato ha assunto la strategia nucleare del primo colpo contro chiunque. Oggi nel mondo non c’è un patto militare più tragicamente aggressivo della Nato. L’esercito italiano, partecipando alla Nato, sostiene il massimo bellicismo internazionale.

La portaerei del Mediterraneo
La gente sa bene che la nostra difesa è quella assegnataci dalla strategia USA, la quale, vedendo l’Italia come la portaerei del Mediterraneo, ha collocato varie sue basi militari, in regime di extraterritorialità. Per di più la popolazione sa che ogni Paese che si prepara allo “scambio nucleare”, deve preventivare un attacco nucleare nemico che distruggerà una certa percentuale della popolazione; se questa percentuale sarà al di sotto di una certa soglia fissata, quel Paese risponderà con le armi nucleari, nel disperato tentativo di vendicarsi e “vincere” con la totale distruzione dell’altro. Questa percentuale soglia è segreta, ma si sa che è sicuramente sul 20%. In Italia, così importante per la strategia USA nel Mediterraneo, questa percentuale sicuramente giunge a livelli paradossali.
Come è possibile farsi complici di questa aberrazione stragista? Anche perché non abbiamo alcuna necessità di assumere questo compito strategico (di guerra offensiva e preventiva), assegnatoci dagli USA. Basta vedere i Paesi confinanti con l’Italia, per accorgersi che ci sono vari tipi di difesa possibili, non necessariamente quella nucleare (ad es. Svizzera, e prima del 1989 la Jugoslavia). Addirittura la piccola Malta ha conquistato recentemente l’indipendenza politica e la neutralità militare, benché nel Mediterraneo abbia una posizione strategica ancor più rilevante dell’Italia. Quindi questa specifica scelta difensiva dell’Italia non è politicamente obbligata, non è intelligente per la nostra sopravvivenza, né per la nostra interazione con i Paesi del Mediterraneo, non è legittima a causa delle armi nucleari, non è morale secondo la Pacem in terris.

Diritto minato
Il diritto internazionale sempre più ci coinvolge e ci condiziona. Ma oggi il diritto internazionale è stato minato dalla superpotenza USA. I militari italiani, che fanno professione di lealtà alla Costituzione italiana, si sentono ancora vincolati al suo articolo 11, che trasferisce alcune prerogative dello Stato italiano a quegli organismi internazionali che, purtroppo, recentemente sono stati umiliati? Sono essi leali verso il diritto internazionale di tutti i popoli? Oppure essi, attraverso il patto offensivo Nato, seguono innanzitutto una potenza straniera, gli USA, qualsiasi illegalità internazionale essa compia?

Lavoro comune
La prospettiva di lavoro comune. Anche se divisi dall’essere obiettori o milita ri, siamo comunque tutti cittadini italiani. I quali debbono pensare a una vera difesa della popolazione dalle aggressioni (sia l’invasione dall’esterno, sia il terrorismo). Quale dialogo sulla possibilità di collaborare nella difesa collettiva comune? L’Italia è quel Paese eccezionale che ha delle sentenze della Corte Costituzionale sul tema della Dcnanv (Difesa Civile non armata e non violenta) e due leggi parlamentari che ne parlano. Però al momento le leggi sono quasi inapplicate su questo punto. Forse che i militari non hanno nulla da offrire per applicare quelle leggi? Possono contribuire alla costituenda difesa alternativa? Possono costruirla assieme agli innovatori e progettare di organizzarsi in comune? O avverrà come negli anni Settanta, quando gli obiettori e gli Enti di SC hanno costruito il SC nazionale senza alcun aiuto dei militari (che nei Distretti chiamavano ufficialmente gli obiettori “forza assente”)? Perché non promuovere assieme una Conferenza nazionale su come attuare la novità giuridica italiana sulla difesa nazionale, cercando il contributo di tutti?

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