Romero e la guerra civile

Non disperdere la memoria. Rompere il silenzio. Su Romero. E non solo.
Alberto Vitali

Per i migranti, così come per i Salvadoregni in genere, la questione della memoria costituisce oggi una vera e propria sfida, per ragioni assai diverse tra loro. Anzitutto il 60% della popolazione è al di sotto dei 20 anni, vale a dire: sono persone nate almeno 5 anni dopo la morte dell’arcivescovo Romero. A questa percentuale va aggiunta quella di coloro che, pur essendo nati nella seconda parte degli anni settanta, erano evidentemente troppo piccoli per poter ricordare.

Un silenzio da paura
Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di persone impegnate quotidianamente a lottare per la sopravvivenza (nemmeno più per la liberazione, come avveniva negli anni ottanta) tanto in patria che all’estero, dove si trova circa un terzo della popolazione (due milioni sui sei o poco più presenti nel Paese; di cui circa 5.000 a Milano e 15.000 in Lombardia) alla ricerca di lavoro, con tutti i problemi che concernono oggi l’immigrazione. È inoltre importante considerare come molti di loro, avendo subito traumi e ogni forma di violenza, portino delle ferite mai completamente cicatrizzate, che generano paura di parlare se non addirittura un desiderio più o meno conscio di rimozione… tutte dinamiche che impediscono drasticamente la trasmissione della memoria.
A incrementare questo silenzio da paura concorre ampiamente la situazione politica attuale; tanto nazionale che internazionale.
All’interno, non solo il potere è saldamente detenuto da un unico partito, al governo dal 1989, grazie a una serie di elezioni che chiamarle “regolari” sarebbe fantasia, ma aumentano i livelli di violenza e repressione, costantemente denunciati dalla Procuratrice per la Difesa dei Diritti Umani (figura istituzionale del Paese), l’italiana Beatrice Alemanni de Carrillo: “Un elemento che può aiutare a comprendere il momento attuale è lo stato della Polizia Nazionale Civile, nata bene a seguito degli accordi di pace, e poi degenerata completamente.
Ora è guidata dai grandi ‘ex’ della Guardia Nazionale, cioè la linea dura del passato, i capi dei corpi speciali della repressione. Ritornano casi di tortura ed esecuzioni mirate, e ne abbiamo le prove. C’è l’ordine di tra sformare la popolazione, dall’alto verso il basso, in un oggetto di questo sistema. Senza considerare la corruzione terribile all’interno della polizia e la sua cronica incompetenza. Per difendersi, la gente dovrebbe rivolgersi alla Fiscalia, che corrisponde in Italia al Procuratore Generale, che però è molto influenzato dal sistema. In El Salvador, o non si investiga, o se si investiga lo si fa in modo corrotto, perpetuando l’impunità
”.
Sul piano internazionale, El Salvador è un Paese che – sebbene in modo diverso – si trova ancora al centro di uno scontro di natura geopolitica, sul proprio territorio. Va infine considerato come il popolo salvadoregno sia sprovvisto non soltanto di mezzi economici, ma anche culturali e mediatici, necessari per difendersi da qualsiasi attacco revisionista. È per me doloroso affermarlo, ma non posso non riconoscere come oggi il popolo salvadoregno sia “perseguitato nella memoria” persino dalla Chiesa. E questo perché da parte di importanti settori ecclesiali si vorrebbe “addomesticare” la profezia di quell’arcivescovo scomodo, che, al contrario, continua ad essere attuale e graffiante. Le condizioni locali infatti sono cambiate soltanto all’apparenza (e – come abbiamo sottolineato – non sempre in meglio), mentre è rimasto invariato lo scenario economico e politico internazionale, in cui il suo ministero si iscriveva.

Purificare la memoria
Queste preoccupazioni sono assolutamente evidenti nelle dinamiche (oltre che nei tempi) del processo di beatificazione, dove la pretesa di “purificare” la figura di mons. Romero da supposte mitizzazioni ideologiche scaturisce dall’accusa di strumentalizzazione politica costantemente rivolta a quegli stessi settori dei quali egli diceva: “Sinistra? Io non le chiamo forze di sinistra, ma forze del popolo”… Non a caso, perché quelle organizzazioni, che troppo spesso vengono sbrigativamente etichettate secondo una logica esclusivamente politica ed eurocentrica, sono in realtà composte, nella maggioranza dei casi, da cristiani delle Comunità Ecclesiali di Base, per i quali è naturale – anche nella lotta per l’edificazione di una società più giusta – ispirarsi alla parola del loro pastore.
Del resto alquanto significativi appaiono gli spostamenti cui, nel corso degli anni, fu sottoposta la bara di mons. Romero: dalla prima sistemazione in cattedrale, venne successivamente spostata nella cripta e ora di nuovo traslata – di notte e a porte chiuse – sul fondo della stessa, sotto un pesante monumento di bronzo scuro – nonché di discutibile gusto – portato dall’Italia e alieno dalla sensibilità salvadoregna. Ma il caso forse più emblematico di questa “sopraffazione della memoria” è quello che tenta di delegittimare dal punto di vista dell’attendibilità storiografica il ricordo personale e la testimonianza diretta (certamente poco riscontrabili, secondo gli attuali criteri di veridicità; per di più appassionati e vivaci) a vantaggio esclusivo della documentazione conservata negli archivi, che meglio garantisce quel distacco asettico, cui una certa pretesa di scientificità accademica non vuole certo rinunciare.
Non vogliamo qui inoltrarci in intricate, quanto spesso viziose, questioni ermeneutiche. Vorremmo però avanzare almeno due sottolineature: la prima è che se i ricordi cadono inevitabilmente in una sorta di mitizzazione affettiva, i documenti ufficiali – per loro natura – sono “accomodati” fin dall’origine, nel senso che pagano un inevitabile tributo al politically correct;in questo caso tanto civile che ecclesiastico. La seconda consiste in una sorta di parallelismo della dinamica: i racconti di coloro che vissero direttamente a contatto con mons. Romero hanno molto in comune – nella forma – con le tradizioni orali che portarono alla formazione dei Vangeli. Non mi sembra perciò esagerato mettere in guardia dallo sminuirne il valore testimoniale, unicamente per la semplicità e il trasporto emotivo dei protagonisti. Equivarrebbe – per restare sullo stesso esempio – a considerare i Vangeli secondi alle grandi opere storiografiche loro contemporanee o alle elaborazione teologiche dei secoli successivi, soltanto perché la comunità delle origini non ha potuto (né voluto) disgiungere la propria testimonianza dalla passione amorosa nei confronti del Nazareno.
Nell’uno e nell’altro caso si tratta di una narrazione esperienziale, vera teologia narrativa, basata sui ricordi e la buona fede dei diretti testimoni. Del resto gli stessi “documenti d’archivio” si basano in ultima istanza sulla buona fede di chi li ha redatti. Una valutazione analoga potrebbe essere fatta a proposito di una certa, accanita, “esegesi” delle parole, omelie e discorsi, di mons. Romero: utilizzando lo stesso parametro – che vorrebbe salvaguardare esclusivamente le ipsissima verba, negando valore alla capacità di comprensione degli ascoltatori, i quali hanno naturalmente riportato non solamente le sillabe, ma il senso generale dei suoi interventi – non si salverebbe la metà dei discorsi evangelici. In sintesi: se per canonizzare mons. Romero è necessario stravolgerne la figura, svilirne la profezia, “rubarlo” al popolo… meglio non farlo! Del resto non soltanto i salvadoregni, ma milioni di persone nel mondo lo hanno già proclamato “San Romero d’America” e mai come in questo caso appare appropriato il detto “vox populi, vox Dei”.
Nonostante tutto, mi sento quindi di affermare, con convinzione, che in El Salvador un “resto” c’è… e per quanto l’impresa possa apparire titanica sono convinto che riuscirà a riscattare la memoria martoriale non solo dell’arcivescovo Romero, ma dell’intero popolo. Anche perché chi crede sa di poter contare sulla forza del martirio, convinto che Dio non permetta mai che alcuno dei suoi martiri sia morto invano.

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